Nel 1980 il cantautore norvegese Stein Ove Berg incise una canzone crudele e divertente, la «Lillestrøm-calypso», un catalogo di tutti i modi in cui la sua cittadina impallidiva di fronte a Londra, Parigi, Rio, New York, Oslo e Bergen. La chiudeva con una magra consolazione: poteva andare peggio, i poveri turisti disorientati potevano finire a Strømmen. Berg, evidentemente, di calcio non capiva granché. Perché se ne avesse capito, avrebbe saputo che in quegli anni Lillestrøm possedeva un’attrazione che nessuna delle sue metropoli poteva offrire. Lillestrøm aveva Tom Lund. E i suoi abitanti non lo avrebbero barattato con tutte le meraviglie del mondo messe insieme.
Il 23 maggio 2026, a settantacinque anni, quel ragazzo se n’è andato. Il CT norvegese Ståle Solbakken, in prossimità dei Mondiali americani, l’ha salutato con quattro parole che valgono un’epoca: il più grande dei più grandi. Vale la pena raccontarlo daccapo.
Nove meli in giardino
Tom Arne Lund nacque il 10 settembre 1950. All’anagrafe finì Tom Arne soltanto perché il prete si rifiutò di battezzare un bambino con il nomignolo che i genitori avevano scelto: Tommy. La madre, Eva, era pallavolista, giocatrice di pallamano e saltatrice in alto di buon livello; il padre, Kjell, aveva vestito la maglia del Lillestrøm salendo in massima serie nel 1952. Il sangue giusto, insomma.
Ma il vero segreto era in giardino. Nove meli disposti in fila, che il piccolo Tommy usava come birilli, palla al piede, ora dopo ora, da solo. Più avanti quegli stessi alberi sarebbero serviti a limare la precisione sulle palle inattive. Era gracile e minuto, il più piccolo di tutti quando il cugino Jann lo portava a giocare sul campetto di Furuskogen, eppure spiccava già. Aveva una forza di volontà enorme, ricordò il compagno Leif Hansen: le lacrime gli spuntavano se aveva fatto brutta figura; se vinceva, era felicissimo.
Non era solo un calciatore. Era un atleta totale: veloce sugli sci e sui pattini, abile a bandy, hockey e pallamano, imbattibile nelle corse e nei salti. Cosa quasi incredibile oggi, coltivò quelle altre discipline anche da adulto: nel 1976, a ventisei anni, ormai riconosciuto come il miglior calciatore norvegese, valutò seriamente di tentare la qualificazione al decathlon delle Olimpiadi di Montréal.
Il ragazzo della Birkebeinergata

A sette anni indossava per il Fram una maglia così grande che i pantaloncini nascondevano metà del numero sulla schiena. A otto era già al Lillestrøm, sugli spalti di Åråsen a tifare per i grandi. Il club aveva un passato glorioso — tre finali di coppa in sei anni, il primo titolo nazionale nel 1959 — ma stava scivolando in basso. Nel 1966 la prima squadra retrocesse addirittura in terza divisione.
Quello stesso anno, però, la squadra juniores vinse il primo titolo norvegese di categoria. La stella si chiamava Tommy: gambe lunghissime e sottili come stecchi, un tris di gol al Vålerengen travolto 10-0. In finale, sull’Åråsen dove pochi mesi prima cento anime avevano visto la retrocessione dei grandi, ne arrivarono tremila per una partita giovanile. I giornali si divisero: uno lo trovò “troppo innamorato del pallone”, un altro scrisse che “potrebbe diventare un buon giocatore se si mettesse al servizio della squadra“. Debuttò in prima squadra a sedici anni, risparmiato dalle sfide più dure — i derby ossuti contro lo Strømmen — per non farsi spezzare in due dagli uomini fatti.
La chiamata di Amsterdam

Ed ecco il paradosso che ancora oggi fatica a entrare in testa. Nel 1973 Tom Lund giocava in terza divisione norvegese. Nello stesso 1973 l’Ajax, che aveva appena vinto tre Coppe dei Campioni di fila, lo voleva per sostituire Johan Cruijff, ceduto al Barcellona per una cifra record.
Non era una leggenda gonfiata. Gli osservatori olandesi avevano notato che Cruijff e Tommy avevano lo stesso passo e amavano muoversi negli stessi spazi, dalla punta verso sinistra. Il roccioso difensore Barry Hulshoff, che l’aveva affrontato in una amichevole tra le nazionali, garantì ai dirigenti che quel norvegese era più che sufficiente. A Lillestrøm andrebbero 500.000 corone, a Tommy altrettante d’ingaggio: cifre folli per l’epoca, quando il bilancio annuale del club stava sotto le centomila.
Lund partì per Amsterdam, trattò in una stanza d’albergo. L’intoppo fu la durata: l’Ajax chiedeva due anni e mezzo, lui ne voleva uno solo. Era già sposato con Solveig, papà della piccola Hanne, con un’agenzia di vendite avviata e una casa in costruzione. Se Tommy dice no, lo pensa davvero, avvertì la moglie ai giornalisti: non serve nemmeno che l’Ajax raddoppi. E Tommy disse no. Sarebbe stato incredibilmente divertente vederlo come erede di Cruyff, sospira ancora oggi il dirigente Ivar Hoff: avrebbe finito per seguirne le orme fino a un grande club in Spagna o in Italia.
Non fu l’unico rifiuto. Il Bayern München mandò l’allenatore Dettmar Cramer di persona sull’Åråsen. Si mossero Real Madrid e Feyenoord. Il capitano scozzese Billy Bremner, dopo un match con la sua Norvegia, sentenziò: Lund entrerebbe subito nel nostro Leeds. Jack Charlton, campione del mondo e manager del Middlesbrough, confessò ad Arne Scheie che avrebbe fatto qualsiasi cosa per portarselo via. Non ci fu niente da fare.
La “mafia” di Lillestrøm

La ricompensa arrivò a casa. Nell’autunno 1973 il Lillestrøm risalì finalmente dalla terza divisione; l’anno dopo un secondo salto, fino alla massima serie. Dietro c’era il lavoro di una giovane quadriglia dirigenziale soprannominata con malizia la «mafia di Lillestrøm»: reclutavano giocatori dai club vicini, ottenevano permessi retribuiti dai datori di lavoro perché i loro dilettanti potessero allenarsi di giorno, cercavano avversari internazionali. Il miglior argomento di vendita? Vieni qui e avrai Tom Lund come compagno di squadra, ammette Hoff. Tutti in tuta uguale della Dressmann, tutti con la stessa Honda Civic gialla.
Funzionò. Titolo di lega nel 1976 e nel 1977, coppa nel 1977, 1978 e 1981, il Double nel ’77. Nella finale di coppa di quell’anno contro il Bodø/Glimt fu proprio Tommy a firmare il gol-vittoria dell’1-0. In quella stagione l’allenatore inglese Joe Hooley ne fece uno specialista assoluto delle palle inattive: il Lillestrøm segnò cinquanta reti su calcio piazzato, e tutte nascevano dal piede di Lund. Lo stesso Hooley, interrogato su di lui, non ebbe dubbi: è uno dei migliori giocatori che abbia mai visto, e ho visto Cruyff, Beckenbauer e Pelé.
Il treno per Amsterdam

Quattro anni dopo il grande rifiuto, il destino apparecchiò l’ironia perfetta: al primo turno di Coppa dei Campioni il Lillestrøm pescò proprio l’Ajax. In casa i norvegesi vinsero clamorosamente 2-0, con due assist su piazzato di Tommy. Ma ad Amsterdam l’accoglienza fu gelida: i tifosi olandesi non avevano né dimenticato né perdonato il no del 1973. “La prima cosa che vedemmo entrando allo stadio fu uno striscione gigante: «Tom Lund, go home!»”, racconta Hoff. Finì 0-4, eppure per molti fu una delle migliori prestagioni dell’annata. L’unico criticato, per un motivo particolare, fu la stella: aveva raggiunto l’Olanda in treno.
Perché Tom Lund aveva paura di volare. L’aerofobia è il fill rouge della sua mitologia, la spiegazione più comoda al perché non varcò mai il confine da professionista. Sarebbe nata da un volo turbolento in Jugoslavia nel 1974 e da un piccolo aereo i cui motori, un anno più tardi, si spensero in aria di colpo. “Fu più che sufficiente per Tommy“, scrisse il biografo Jon Haaland. Da allora, quando proprio non poteva evitarlo, “si calmava con un paio di birre prima del rientro a Lillestrøm“.
Maggie Thatcher, mi senti?

Il 9 settembre 1981 la Norvegia, squadra di dilettanti che non contava nulla in Europa, batté l’Inghilterra 2-1 nelle qualificazioni mondiali. Tom Lund segnò il primo gol, poi uscì per una commozione cerebrale: quando il radiocronista Bjørge Lillelien esplose nel monologo che l’avrebbe reso immortale, Tommy era steso su un lettino da massaggio e non sapeva né dove fosse né perché. Poco prima, quando Phil Neal aveva atterrato l’idolo locale da dietro, Lillelien aveva ringhiato: Phil «maiale» Neal!. Poi, al fischio finale, la valanga: elencò Nelson, Churchill, Lady Diana e mezza storia britannica, prima di consegnare al mondo la frase più famosa del giornalismo sportivo. Maggie Thatcher, mi senti? — e passò all’inglese — your boys took a hell of a beating!.
L’ultimo rigore
L’ultima danza fu il 1982. Il 10 ottobre, sull’Åråsen di casa, giocò la sua partita d’addio contro il Moss: 2-2, un assist e il gol del pareggio su rigore, procurato da un fallo su di sé. Nello stesso anno rifiutò l’ultima convocazione, contro l’Inghilterra, e chiuse. Da allenatore avrebbe poi riportato al club una coppa nel 1985 e un titolo nel 1986.
In 348 partite ufficiali con il Lillestrøm segnò 197 gol; 47 presenze e 12 reti con la Norvegia. Fuori dal calcio fu allevatore di cavalli trottatori, oltre cento animali con la sua sigla «Tal», le iniziali del suo nome. Oggi una statua lo aspetta davanti allo stadio, dove per Lillestrøm — come ha scritto qualcuno — senza di lui sarebbe rimasta solo una città-dormitorio senza identità.
Stein Ove Berg aveva torto. Lillestrøm non aveva bisogno di Londra o di Rio. Aveva i suoi nove meli, e il ragazzo che li aveva dribblati fino a diventare re.