1927: Lo scudetto di nessuno

Sfogliate un qualunque almanacco del pallone e fermatevi alla riga della stagione 1926-27. Accanto all’anno non trovate un nome, ma una parentesi: Torino, titolo revocato. Nessun altro caso simile compare nell’elenco. Nemmeno le stagioni cancellate dalla guerra hanno lasciato una cicatrice del genere. Dietro quella parentesi c’è un intreccio di soldi contati sul tavolo di una pensione, di un arbitro che ci ripensa con trenta giorni di ritardo, di un cronista permaloso con l’orecchio incollato alla parete e di un dirigente federale che, alla fine, preferì non incoronare nessuno piuttosto che incoronare qualcuno di scomodo.

Un campionato che doveva inaugurare un’epoca

Il torneo che prese il via il 3 ottobre 1926 nasceva con l’ambizione di segnare uno spartiacque. Fino a quel momento il calcio italiano era un mosaico faticoso: gironi disegnati sulla geografia, due leghe distinte, semifinali interregionali, finali di lega, finali nazionali. Quarantaquattro squadre in movimento perpetuo. La riforma varata quell’estate ridusse tutto all’osso: venti club, due raggruppamenti da dieci, le prime tre di ciascuno ammesse a un girone finale che avrebbe assegnato lo scudetto. Nessuna logica territoriale nella composizione dei gruppi, e in questo si leggeva già l’intenzione: il campionato doveva diventare nazionale nei fatti, non solo nel nome.

Era anche la stagione degli impianti nuovi, celebrati con enfasi degna dell’epoca: il Filadelfia a Torino, San Siro a Milano, e soprattutto il Littoriale di Bologna. Il regime aveva capito prima di altri quanto valesse una domenica di sport come palcoscenico. Il pallone stava per infilarsi la camicia nera.

L’uomo cui toccò guidare l’operazione era Leandro Arpinati, appena eletto alla presidenza federale. Romagnolo, squadrista della prima ora, nel 1926 collezionava incarichi a velocità impressionante: podestà di Bologna, dirigente provinciale del partito, vicesegretario nazionale, deputato. Una figura difficile da inquadrare, però. Conservava simpatie anarchiche giovanili mai del tutto rinnegate, e non si trattenne mai dal criticare Mussolini in faccia — abitudine che gli sarebbe costata la carriera, l’espulsione dal partito e il confino a Lipari.

Con Arpinati la Federcalcio traslocò da Milano a Bologna. Le società settentrionali insorsero, la stampa pure. Renato Casalbore, futuro fondatore di Tuttosport, gli scatenò contro una campagna durissima; il presidente rispose con un telegramma quasi divertito: «Ha torto. Continui pure la sua campagna. Ne rideremo al prossimo incontro». Fu lo stesso Arpinati a volere come segretario generale Giuseppe Zanetti, competenza indiscussa — aveva giocato in Germania e in Svizzera a inizio secolo e fondato il Modena — ma privo della tessera del PNF e deciso a restarne privo. Ai gerarchi che protestavano rispose in modo lapidario: «Non ho chiesto un fascista. Ho chiesto un competente e un galantuomo». Quella scelta si sarebbe rivelata provvidenziale.

Due squadre, un duello

Il girone A metteva insieme Alba Roma, Brescia, Casale, Genoa, Hellas Verona, Inter, Juventus, Modena, Napoli e Pro Vercelli; nel B si affrontavano Alessandria, Andrea Doria, Bologna, Cremonese, Fortitudo Roma, Livorno, Milan, Padova, Sampierdarenese e Torino. Al traguardo arrivarono i nomi attesi: Juventus, Inter e Genoa da una parte, Torino, Bologna e Milan dall’altra.

Bastarono quattro turni della fase finale, in primavera, per capire che il torneo si sarebbe ridotto a un duello. Da un lato il Bologna di Schiavio, Della Valle e Muzzioli; dall’altro il Torino, che davanti schierava un tridente da 44 reti nella sola prima fase: Baloncieri, Libonatti, Rossetti.

Si incontrarono al Filadelfia il 15 maggio. Libonatti timbrò a inizio ripresa, poi i rossoblù presero a spingere fino a schiacciare i granata nella loro area. Nei minuti conclusivi ci fu una mischia confusa sulla linea, con il portiere Bosia a fare da barriera con il corpo. Gli emiliani reclamarono il gol a gran voce; l’arbitro Pinasco, con l’aria di chi non desidera altro che il fischio finale, si limitò ad allargare le braccia: «Sarà anche entrata, ma io non ho visto nulla». Uno a zero. Torino a quota otto, Bologna fermo a sei, raggiunto peraltro dalla Juventus.

Venticinquemila lire

A quel punto il calendario proponeva il derby di ritorno. All’andata si era imposta la Juventus e il conte Marone Cinzano, presidente granata, non aveva alcuna voglia di replicare la figura: scommise una cena con Edoardo Agnelli, con il Principe di Piemonte chiamato a fare da garante. Prima di partire per un viaggio all’estero raccomandò ai suoi: «Ci sono partite che vanno vinte a ogni costo. Questa è una di quelle».

Nel Torino c’era chi prese l’espressione in senso letterale. Si chiamava Nani, era un consigliere zelante, e un giorno si trovò davanti Giovanni Gaudioso, studente catanese di ingegneria, alloggiato in una pensione di piazza Madonna degli Angeli. Nello stesso stabile viveva Luigi Allemandi. Gaudioso lasciò intendere che, volendo, si poteva ragionare.

Allemandi aveva ventiquattro anni ed era considerato uno dei terzini più forti d’Europa. Cresciuto nel Legnano da mezzala, era stato arretrato in difesa per sfruttarne la potenza fisica; alla Juventus lo aveva segnalato Virginio Rosetta, che era andato a visionarlo di persona. Con Combi in porta e Rosetta accanto, formava un reparto che il 17 aprile 1927 la Nazionale aveva trasferito in blocco in azzurro contro il Portogallo.

Il patto fu semplice: venticinquemila lire subito, altrettante a partita conclusa. Cinquantamila lire, per capirsi, equivalevano a cinque utilitarie Balilla in fila, o a centoventicinque mensilità dello stipendio che la Juventus versava al giocatore.

Il 5 giugno, però, andò in scena una partita che nessun corruttore avrebbe voluto vedere. Allemandi giocò una gara enorme: Bruno Roghi, inviato della Gazzetta dello Sport, lo descrisse come un muro — «interviene, è sicuro e potente» — davanti al quale i granata si arenavano. La Juventus passò con Vojak sul finire del primo tempo. Il pareggio arrivò su punizione dal limite, tiro rasoterra e non irresistibile di Balacics, che attraversò la barriera in modo bizzarro, infilandosi tra le gambe stranamente divaricate di un bianconero. Non Allemandi: Rosetta. Poco dopo un altro juventino si fece espellere per una reazione ingenua e sproporzionata. Ancora non Allemandi: il centravanti Pastore. In dieci, la Juventus cedette a un quarto d’ora dalla fine sul gol di Libonatti.

Il Torino vinse, mantenne tre punti di margine sul Bologna ed estromise i cugini dalla corsa. Marone incassò la cena. Festeggiavano tutti, tranne l’uomo che aveva pagato.

L’arbitro che ci ripensa

L’euforia durò pochi giorni. In sede arrivò la comunicazione che la sfida di andata contro il Bologna andava rigiocata: Pinasco aveva riconosciuto davanti alla commissione tecnica arbitrale di essersi sbagliato su quell’azione contestata, e l’errore veniva classificato come tecnico. Data fissata: 3 luglio, sette giorni prima dell’ultima giornata, che prevedeva proprio il ritorno al Littoriale. Due Torino–Bologna in una settimana, con la classifica a 10-9.

Carlin, penna storica del Guerin Sportivo, notò con perfidia che la commissione si era accorta dell’errore soltanto dopo aver letto il risultato del derby, a quasi un mese di distanza. Curiosamente, l’unico giornale che minimizzò la vicenda fu il Resto del Carlino, di cui Arpinati era azionista di riferimento: poche righe, nessun rilievo, come se ripetere una partita decisiva fosse routine.

Nel frattempo entrambe le pretendenti avevano cominciato a scricchiolare — pareggi, sconfitte, punti buttati — ma i granata si presentarono allo spareggio con due lunghezze di vantaggio. A dirigerlo fu designato Dani di Genova, lo stesso arbitro che in gennaio, nella prima fase, aveva concesso al Torino un rigore molto discusso. Sei mesi dopo si ripeté con precisione notarile: penalty per i granata, trasformazione di Balacics, protesta stranamente contenuta. Quel tiro dagli undici metri valeva uno scudetto.

Il giorno seguente il Carlino dedicò all’evento un trafiletto, dando invece risalto al telegramma di congratulazioni che Arpinati aveva inviato ai nuovi campioni. L’impressione, ricostruendo a distanza, è quella di una toppa messa in fretta e senza rumore: il presidente non poteva permettersi che il Bologna, la sua città, vincesse un titolo in quel modo, con mezza Italia già convinta che avesse portato la Federazione sotto casa per comodità. L’ultima giornata al Littoriale divenne una formalità: il Torino si presentò con le riserve e incassò un 5-0 buono solo a fissare il secondo posto degli emiliani.

Finestre aperte

Luglio 1927 fu torrido. Nella pensione di piazza Madonna degli Angeli le finestre restavano spalancate giorno e notte. Allemandi stava per partire: prima la villeggiatura, poi un probabile trasferimento al Bologna, dove avrebbe formato una coppia formidabile con Monzeglio. Prima di andarsene voleva però una risposta sulla seconda rata. Gaudioso gliela portò, ed era negativa: Nani non intendeva pagare, visto come si era comportato in campo il presunto complice.

La discussione degenerò in urla. E le urla, con quel caldo, uscirono dalla stanza e finirono in quella accanto, dove alloggiava un giornalista romano di nome Ferminelli, redattore del Paese Sportivo dopo un breve tirocinio alla Stampa. Uomo suscettibile: a inizio stagione il Torino aveva dimenticato di includerlo tra i titolari della tessera permanente per il Filadelfia e, quando la società si era scusata invitandolo a ritirarla in sede, lui aveva replicato che spettava a loro recapitargliela in redazione. Nessuno dei due cedette, e per tutto il campionato Ferminelli aveva bersagliato i granata su ogni testata disposta a ospitarlo.

Il dono che gli piovve dalla parete era di quelli che capitano una volta nella vita. Il milanese Lo Sport affrontò la materia con tale prudenza da rendere le allusioni indecifrabili. Il settimanale satirico romano Il Tifone fu invece esplicito fin dal titolo — «C’è del marcio in Danimarca» — e sotto pubblicò la ricostruzione di Ferminelli, con tutti i suoi dubbi sulla legittimità dello scudetto appena assegnato. Poi calò il silenzio, richiesto direttamente dalla Federazione: era partita un’inchiesta e le interferenze non erano gradite.

Diciotto ore di puzzle

A condurre le indagini fu Zanetti, il segretario senza tessera. Lavorò in gran segreto per settimane, spostandosi tra Piemonte, Lombardia e Sicilia. In uno di questi viaggi ispezionò la pensione torinese per verificare la disposizione delle camere e appurare se davvero le voci potessero passare da una stanza all’altra. Nel cestino della camera di Allemandi notò dei frammenti di carta e decise di raccoglierli.

Ricomporli su un foglio trasparente richiese diciotto ore di lavoro. Ne uscì una lettera mai spedita, e poi stracciata, in cui il terzino rivendicava il mancato versamento delle venticinquemila lire sostenendo di aver dato un contributo tutt’altro che marginale alla conquista del titolo granata. Era la prova, ma inutilizzabile: restava da capire perché quel testo fosse finito nella spazzatura invece che nella posta. Bisognava arrivare a una confessione.

I protagonisti furono convocati a Bologna e messi a confronto. Oltre ad Allemandi comparvero altri due juventini, Munerati e Pastore. Il muro cadde il 3 novembre, a tre giorni da un delicatissimo Italia-Austria di Coppa Internazionale: Nani ammise tutto e si trascinò dietro Gaudioso.

Arpinati non aspettò nemmeno la partita. Il 4 novembre un comunicato federale — che costrinse diversi quotidiani a un’edizione straordinaria — dava per accertato il versamento delle venticinquemila lire, destinate a «taluno» dei giocatori della Juventus per garantire illegittimamente al Torino il successo del 5 giugno, e revocava ai granata il titolo di campione d’Italia. Quel pronome indefinito tenne il paese sulle spine per quarantotto ore, finché il presidente non lo sciolse in un’intervista alla Gazzetta: «Non sono uomo da misteri», esordì, prima di indicare Allemandi come il giocatore corrotto e di annunciare l’intenzione di radiarlo a vita. Se fossero emerse altre responsabilità, assicurò, avrebbe colpito con la stessa fermezza.

La sentenza definitiva, il 21 novembre, confermò la squalifica a vita del terzino. Munerati se la cavò con un richiamo per aver accettato doni da tesserati di altre società; Pastore con un’ammonizione per aver scommesso contro i propri colori. Il dispositivo si chiudeva compiacendosi che l’episodio riguardasse un solo calciatore e non gettasse alcuna ombra sull’intera categoria.

Il capro e i sospetti

Bastava leggere quelle righe per capire che qualcosa non tornava. Se Allemandi fu radiato per aver preso soldi da una rivale, perché Munerati per lo stesso comportamento ricevette soltanto un buffetto? E come si spiega che un giocatore sorpreso a scommettere sulla sconfitta della propria squadra se la cavasse con una tirata d’orecchie? La rassicurazione finale sulla purezza del movimento suonava, come si dice, da scusa non richiesta.

Resta soprattutto la domanda centrale: perché Allemandi reclamava con tanta insistenza il saldo, se in campo era stato tra i migliori? L’ipotesi più economica è che facesse da intermediario e dovesse a sua volta girare il denaro a qualcun altro. Anni dopo Baloncieri lasciò cadere una frase enigmatica: gli inquirenti, disse, avevano preso in considerazione «un altro atleta che, per la sua dirittura morale, era inattaccabile». E torna in mente quel tiro non irresistibile di Balacics, passato tra le gambe divaricate di un difensore che non era il terzino radiato.

Gianni Brera, nella sua storia critica del calcio italiano, sosteneva che non servisse essere Sherlock Holmes per capire come fossero andate le cose, e invitava a osservare due conseguenze: la Juventus si tenne il suo terzino di maggior classe, e il Bologna non ebbe quello che avrebbe potuto affiancare Monzeglio ai Mondiali del 1934. Un sistema di ricatti reciproci in cui tutti conservavano qualcosa, tranne chi pagò il conto per tutti. Vale la pena notare che il radiato a vita fu amnistiato nel giro di dodici mesi e ricomparve all’Inter, società allora legata a Giovanni Mauro, vicepresidente federale e potentissimo capo degli arbitri. Nel 1934 Allemandi sarebbe diventato campione del mondo.

Quanto ad Arpinati, il rigore promesso si fermò a metà strada. Difficile non ricordare che il 2 maggio 1926 Edoardo Agnelli, per conto del padre Giovanni, gli aveva ceduto l’intero pacchetto azionario della società editrice del Resto del Carlino. Anche ammettendo che l’acquisto fosse stato più subìto che voluto, quell’operazione lo collocava in una posizione delicata verso la famiglia torinese.

Il diretto interessato, sul punto, non tornò mai. Solo nel 1976, poco prima di morire, Allemandi si lasciò andare con Carlo Moriondo di Stampa Sera: «Sì, c’era stato qualcosa di poco chiaro quel giorno. Ma il colpevole non ero io…».

Perché il Bologna non ereditò nulla

Sul punto più discusso il presidente fu esplicito, e proprio la sua spiegazione lascia intuire che il triangolo Nani–Gaudioso–Allemandi fosse soltanto ciò che affiorava. Interrogato dalla Gazzetta sul possibile passaggio del titolo ai secondi classificati, rispose senza esitazioni: «Assolutamente no». L’inchiesta, spiegò, gli aveva lasciato l’impressione precisa che diverse partite avessero falsato l’esito del torneo; il campionato 1926-27, di conseguenza, non avrebbe avuto un vincitore.

Difficile non pensare al caso Pinasco, o a episodi mai emersi del tutto. Da allora, a intervalli regolari, da Torino e da Bologna sono partiti appelli, raccolte di firme e perfino interrogazioni parlamentari per riaprire il fascicolo e assegnare finalmente quel tricolore sospeso. Non se n’è mai fatto nulla, e la ragione è semplice: ai granata non può andare, perché — che Allemandi fosse o meno l’unico colpevole — la corruzione è documentata, per quanto Nani abbia sempre giurato di aver agito di propria iniziativa; e non può andare nemmeno ai rossoblù, su cui pesa l’ombra mai diradata di quella ripetizione concessa con un mese di ritardo.

Un anonimo editorialista del Resto del Carlino, all’epoca, osservò che in certe città il football stava assumendo contorni quasi industriali, con società organizzate come aziende e uno sport che, invece di restare sinonimo di lealtà, era costretto a camminare sottobraccio all’interesse.

Era il 5 novembre 1927. Sono passati quasi cent’anni e quella riga di almanacco è ancora lì, con la sua parentesi al posto di un nome.


Autore: Storie di Calcio