Germania 1954: fu vero doping?

Wankdorf di Berna, 4 luglio 1954: piove da ore, il fischio finale certifica il ribaltone della Germania Ovest sull’Ungheria considerata imbattibile, e già mentre le tribune si svuotano qualcuno comincia a chiedersi da dove sia arrivata tutta quell’energia. Non è una curiosità da spogliatoio: nell’ultimo quarto d’ora si è visto qualcosa di anomalo, una squadra che accelerava mentre l’altra si spegneva, e gli occhi allenati dei cronisti presenti quel pomeriggio l’hanno registrato prima ancora di saperlo raccontare. È l’istante in cui una finale smette di essere una faccenda di pallone.

Da lì in avanti la discussione ha cambiato natura. Prima le voci di corridoio, poi un’epidemia di epatite che nel giro di poche settimane mette a letto mezza squadra campione del mondo, infine — decenni più tardi — gli storici dello sport con le loro ottocento pagine di documenti. Settant’anni dopo se ne parla ancora, ma il campo non c’entra quasi più: si parla di fiale, di cartelle cliniche, di carte d’archivio e di un dubbio che nessuno è mai riuscito a chiudere in un senso o nell’altro.

Una Germania di semipro contro l’Ungheria imbattuta da quattro anni

Il torneo svizzero fu un’orgia di gol: 140 reti in 26 incontri, una media che nessuna edizione successiva ha nemmeno sfiorato. Fu anche il primo Mondiale trasmesso dalla televisione, il primo con le teste di serie, il primo a cui la Germania partecipava dopo l’esclusione punitiva del 1950. La squadra affidata a Sepp Herberger era un collage di semiprofessionisti: operai e impiegati che il lunedì tornavano al lavoro.

Dall’altra parte c’era l’Aranycsapat, la Squadra d’Oro. Quattro anni senza sconfitte, l’oro olimpico del 1952, i due schiaffi rifilati all’Inghilterra che avevano ridotto in polvere novant’anni di imbattibilità britannica in casa. Nel girone iniziale gli uomini di Gusztáv Sebes avevano già liquidato i tedeschi con un roboante 8-3, un risultato che Herberger accettò quasi con sollievo: aveva schierato una formazione di riserve, conservando i titolari per lo spareggio con la Turchia.

Il cammino magiaro verso l’atto conclusivo fu però una traversata nel sangue. Contro il Brasile andò in scena la cosiddetta battaglia di Berna, una rissa continuata negli spogliatoi; con l’Uruguay servirono i supplementari. Ferenc Puskás, colpito a una caviglia proprio dai tedeschi nella fase a gironi, rientrò per la finale zoppicando sulla fiducia. Quei chilometri e quei calci si sarebbero presentati puntualmente al conto, l’ultima domenica.

La finale del 4 luglio 1954: dallo 0-2 iniziale al 3-2 firmato da Rahn

Sulla capitale svizzera si abbatté un temporale che i tedeschi impararono a chiamare, in seguito, il tempo di Fritz Walter: il capitano rendeva meglio con il fango e la pioggia. Poi c’era il dettaglio tecnologico, spesso trascurato: Adi Dassler aveva fornito scarpe con tacchetti avvitabili, sostituibili all’intervallo in base al fondo. Un vantaggio piccolo e decisivo.

Dopo otto minuti il tabellone diceva già 0-2 per l’Ungheria, firme di Puskás e Zoltán Czibor. Sembrava l’inizio di una liturgia annunciata. Invece Max Morlock accorciò al decimo e Helmut Rahn, l’ala del Rot-Weiss Essen che tutti chiamavano il Boss, pareggiò al diciottesimo su calcio d’angolo. Nella ripresa i magiari costruirono una decina di occasioni limpide e le sprecarono quasi tutte addosso a Toni Turek, che quel giorno divenne leggenda radiofonica. All’84’ Rahn raccolse una respinta al limite, si aggiustò la palla sul sinistro e trovò l’angolo lontano. Al 88′ Puskás insaccò il pareggio, ma la bandierina del guardalinee gallese Mervyn Griffiths lo annullò per fuorigioco: una decisione che l’arbitro inglese William Ling convalidò e che l’Ungheria contesta ancora oggi. Finì 3-2. Il pubblico svizzero, innamorato del calcio danubiano, fischiò i campioni del mondo.

Le tre spiegazioni della sconfitta ungherese: i trattori, il complotto politico e il doping

Il giorno dopo la sconfitta, Budapest andò in pezzi: cortei di protesta, vetrine infrante, un lutto sportivo che gli storici collegano al malcontento poi esploso nella rivolta del 1956. In quel clima le spiegazioni fiorirono come funghi.

La più pittoresca sosteneva che il regime avesse barattato il titolo mondiale con una fornitura di trattori destinati a un’agricoltura allo stremo. Una seconda ipotesi, altrettanto ungherese, dipingeva l’esito come un regolamento di conti politico dell’Occidente, orchestrato attraverso la direzione di gara: accusa fragile, considerato che l’operato di Ling non aveva sollevato particolari rimostranze in campo.

La terza pista era la meno romanzesca e proprio per questo la più insidiosa. I tedeschi, nel finale, correvano più di prima; gli ungheresi si spegnevano. Quel divario di benzina, dissero in molti, non poteva essere naturale. La parola doping entrò nel dibattito e non ne uscì più. La federazione tedesca la respinse con fastidio, e per qualche settimana la questione parve destinata a spegnersi.

L’epidemia di epatite dell’autunno 1954 e la versione del medico federale Loogen

Poi arrivò l’autunno, e con esso un fatto che nessuno riuscì a spiegare in modo convincente. Uno dopo l’altro, i campioni del mondo finirono a letto con un’epatite infettiva: i fratelli Fritz e Ottmar Walter, Morlock, Rahn, il portiere di riserva Heinrich Kubsch e via elencando. Non si trattava di un’influenza passeggera, ma di una prostrazione che impose lo stop all’attività.

Il debutto ufficiale post-Mondiale fu un disastro annunciato: a Bruxelles il modesto Belgio passeggiò per 2-0. Da Ginevra, nel novembre del 1954, il corrispondente Lelio Rigassi raccontò lo sconcerto svizzero e soprattutto la gaffe del medico federale Franz Loogen, che attribuì il contagio al soggiorno a Spiez, sul lago di Thun. La direzione dell’Hotel Belvedere insorse con una logica difficile da smontare: se il germe fosse stato annidato nell’albergo, non si capiva perché avesse colpito soltanto alcuni calciatori risparmiando ospiti e personale. Un’obiezione clinicamente sensata, che suonava piuttosto come il tentativo di allestire un diversivo mentre la stampa tedesca cominciava a domandarsi che cosa fosse davvero circolato nel ritiro.

La difesa della stampa tedesca: Friedebert Becker e l’elenco dei giocatori malati

Nel marzo 1955, alla vigilia di un’amichevole con l’Italia a Stoccarda, il direttore di Kicker Friedebert Becker provò a mettere ordine. Il suo ragionamento, in sintesi, era questo: la squadra che gli azzurri avrebbero affrontato non era la squadra iridata, perché quasi tutti i protagonisti erano fermi per malattia o infortunio. Horst Eckel aveva una gamba rotta, Turek un malleolo compromesso, Hans Schäfer un problema recente; Morlock, Rahn e Karl Mai erano già scesi in campo a Bruxelles con un’epatite non ancora diagnosticata, il che spiegava la disfatta belga.

Quanto alle voci sulle droghe, Becker le liquidò come dicerie da ridere, se non fossero state serie. E aggiunse due argomenti a effetto: si era ammalato anche Herberger, costretto a settimane di cure termali, e si era ammalato Fritz Herkenrath, che a Spiez non aveva mai messo piede. Se il contagio era il prezzo del doping, bisognava concludere che si fosse dopato pure il commissario tecnico.

Gianni Brera e la tesi del crollo atletico ungherese

In Italia la voce del dissenso più autorevole fu quella di Gianni Brera. Nella sua Storia critica del calcio italiano rivendicò di aver capito prima degli altri che quella finale si sarebbe decisa sul piano atletico e non su quello tattico: gli ungheresi, sosteneva, boccheggiavano già nel secondo tempo e arrivavano alla conclusione senza lucidità né forza, tanto da trasformare Turek in un fenomeno. Registrò senza infingimenti la vulgata secondo cui i tedeschi si sarebbero “drogati come cavalli” con formule biochimiche sconosciute al resto del mondo. Ma poi rovesciò il tavolo, invitando malevoli e invidiosi ad andarci piano prima di trattare quella nazionale da ladra di titoli: la qualità del vivaio e la civiltà sportiva tedesca, argomentava, parlavano da sole.

Il tempo, su questo punto, gli ha dato ragione. Dal 1954 in avanti la Germania non ha più abbandonato i piani alti del calcio mondiale, e nessun laboratorio spiega una continuità lunga settant’anni.

Le ricerche storiche dal 2010 al 2013: l’ipotesi Pervitin e la tesi della siringa condivisa

La faccenda sarebbe rimasta nel folklore se, decenni più tardi, non fossero intervenuti gli archivi. Vari protagonisti avevano ammesso di aver ricevuto iniezioni durante il torneo, convinti che si trattasse di vitamina C o di glucosio. Schäfer, nella sua autobiografia, spiegò che il dosaggio era regolato dal medico e che alcuni preferivano la via iniettiva perché più efficace, aggiungendo che la sfortuna volle che uno di loro fosse portatore del virus dell’itterizia. È la tesi della siringa condivisa: una spiegazione che chiude il cerchio epidemiologico senza chiamare in causa alcuna sostanza proibita.

Nel 2010, però, il quadro cambiò. Una ricerca sul passato del doping tedesco, commissionata dalle istituzioni sportive federali e condotta dal gruppo di Giselher Spitzer ed Erik Eggers, avanzò un’ipotesi diversa. Secondo Eggers c’erano indizi che facessero pensare a iniezioni di Pervitin al posto della vitamina C: il Pervitin era il nome commerciale tedesco della metanfetamina, distribuita su larga scala ai soldati della Wehrmacht. Lo studio, pubblicato integralmente nel 2013 in ottocento pagine, sosteneva che il ricorso alle anfetamine fosse diventato una prassi ordinaria nel calcio tedesco già dalla fine degli anni Quaranta. Eggers segnalava come elemento sospetto la segretezza con cui quelle iniezioni venivano somministrate, emerse solo perché chi le ricevette si ammalò. Lo stesso ricercatore ha lamentato pubblicamente le difficoltà incontrate nell’accesso agli archivi federali.

Nessuna di queste ricostruzioni equivale a una prova. All’epoca i controlli antidoping semplicemente non esistevano: la FIFA li introdusse soltanto nel 1966, e nessuna inchiesta ufficiale venne mai aperta sul caso del 1954. Va anche ricordato che il Pervitin, in quegli anni, non figurava in alcuna lista di sostanze vietate, e che il ricorso agli stimolanti era diffuso in mezzo continente, Sudamerica compreso.

Perché il caso resta aperto: nessuna prova, nessun controllo antidoping, un mito da difendere

Restano quindi due racconti paralleli e ugualmente plausibili. Il primo dice: undici uomini in stato di grazia, un allenatore visionario, scarpe migliori, pioggia amica e un avversario svuotato da tre partite durissime. Il secondo dice: fiale opache, un medico reticente, un’epidemia troppo selettiva per essere casuale.

C’è poi un terzo livello, quello simbolico, che spiega perché la disputa non si sia mai spenta. Per la Repubblica Federale quel titolo fu molto più di una coppa: fu il momento in cui un Paese uscito a pezzi dalla guerra si riconobbe di nuovo come comunità, tanto che il cinema tedesco lo ha rievocato nel 2003 con Il miracolo di Berna di Sönke Wortmann. Mettere in dubbio la regolarità di quel pomeriggio significa toccare un mito fondativo, e i miti fondativi non si lasciano interrogare volentieri.

La verità, con ogni probabilità, sta in una zona grigia che non fa comodo a nessuno: sostanze allora lecite, somministrate senza consenso informato, in un’epoca priva di regole e di scrupoli. Il Miracolo di Berna resta il miracolo di Berna, e continua a portarsi dietro, come un’ombra, il riflesso di un ago.


Autore: Storie di Calcio