Ascesa e caduta del Wunderteam

Hohe Warte, 16 maggio 1931. E’ questa la data che i cronisti hanno scelto come atto di nascita di un mito, e sta scritta su un pomeriggio di domenica viennese. In quello stadio, un’anfiteatro di terra scavato nella collina a nord della città, l’Austria di Hugo Meisl riceve la Scozia: i maestri, quelli che sul continente non avevano mai perso, quelli che il calcio l’avevano insegnato a tutti.

Finisce 5-0. Non un 5-0 di fatica e di rimonta: un 5-0 di possesso, di palla rasoterra, di uomini che si scambiano il posto come ballerini che conoscono a memoria la coreografia. I giornali inglesi, che di solito trattavano il calcio continentale con la condiscendenza riservata ai dilettanti, si tolgono il cappello. Su Athletic News Ivan Sharpe arriva a sostenere che quella squadra austriaca fosse superiore alle grandi Inghilterra e Scozia dei primi anni Venti — un’eresia, per l’epoca. Qualcuno, nei caffè della Ringstraße, comincia a chiamarli Das Wunderteam, la squadra delle meraviglie.

I più prudenti consigliano di attendere. Attesero poco.

I risultati: tre anni di dominio sul continente

Il conto delle vittorie, letto oggi, sembra un refuso tipografico: 6-0 e 5-0 alla Germania, 8-1 alla Svizzera, 8-2 all’Ungheria, 2-1 all’Italia di Vittorio Pozzo, 4-3 alla Svezia, 6-1 al Belgio, 4-0 alla Francia, e poi ancora il pari con la fortissima Cecoslovacchia, l’altra regina del calcio danubiano. Quattordici partite senza sconfitte tra l’aprile 1931 e il dicembre 1932. In mezzo, la Coppa Internazionale 1931-32 — l’antenata dell’Europeo — vinta anche grazie a un 2-1 all’Italia in cui Matthias Sindelar segna due volte.

Non era un caso, ed è la parte più interessante della storia. Era il frutto di un modo di intendere il gioco che a Vienna si era coltivato per vent’anni, in un posto che con lo sport c’entrava poco: il caffè.

Le origini: i caffè di Vienna e l’arrivo di Jimmy Hogan

Nella Vienna tra le due guerre, il calcio non si discuteva negli spogliatoi ma al Ring Café, nato come ritrovo della comunità anglofila di cricket e diventato il parlamento ufficioso del pallone cittadino. Lì si parlava di tournée, di trasferimenti, di tattica; lì chiunque poteva sedersi al tavolo rotondo e dire la sua. Era una città che stava perdendo un impero e si consolava con la conversazione: giornalisti, allenatori, giocatori, tifosi, tutti mescolati nella stessa nuvola di fumo.

In quel mondo entra, nel 1912, un inglese silenzioso e ostinato: Jimmy Hogan, ex seminarista del Lancashire, mediocre calciatore e allenatore visionario, convinto che i suoi connazionali avessero un’ossessione sbagliata — la corsa — e trascurassero l’unica cosa che conta: il controllo della palla. È Meisl, all’epoca ancora impiegato di banca con la passione dell’arbitraggio, a portarlo a Vienna. Dalla loro amicizia nasce quella che verrà chiamata scuola danubiana: passaggi corti, ricerca dello spazio, rotazione continua dei ruoli. Il vecchio 2-3-5 non cambia nome ma cambia anima.

Quando Meisl diventa segretario generale della federazione e commissario tecnico — carica che terrà, tra interruzioni belliche, per vent’anni — quella filosofia trova finalmente gli interpreti giusti.

Le idee di Hugo Meisl: un Metodo votato all’attacco

Hugo Meisl

Meisl e Pozzo erano amici e usavano lo stesso modulo, il Metodo, ottenendo risultati opposti per strada e identici per grandezza. L’italiano lo piegava all’equilibrio, l’austriaco all’attacco. Meisl detestava le marcature rigide e i lanci lunghi del Sistema inglese, e nel 1935 mise nero su bianco la sua idea di gioco con parole che oggi suonano stranamente contemporanee:

«A cominciare dal portiere, tutti devono collaborare ad un lavoro costruttivo preciso ed efficace. Non bisogna mai passare sui piedi del compagno, ma avanti a lui, nello spazio libero, per non arrestarlo nella sua avanzata. Questo è dunque il mio sistema: nessun sistema. Intelligenza, velocità e sorpresa sono gli elementi del successo.»

Il portiere che imposta. Il passaggio nello spazio e non sui piedi. La rotazione permanente per non far leggere le intenzioni. Cinquant’anni prima che diventassero luoghi comuni da telecronaca.

La formazione: chi erano gli undici del Wunderteam

Sul campo si traduceva così: davanti al portiere Hiden, due terzini larghissimi, Blum e il poderoso Schramseis, pronti a salire per schiacciare l’avversario sotto la spada di Damocle del fuorigioco; due mediani di rilancio, Braun e Nausch; il centromediano Hoffmann a dirigere il traffico; e davanti un attacco a cinque — Zischek, Gschweidl, Sindelar, Schall, Vogel — tutti rigorosamente avanzati, tutti impegnati a riconquistare palla il più lontano possibile dalla propria porta. Un pressing ante litteram, uno squilibrio tattico spudorato compensato dal movimento perpetuo.

Al centro di tutto, l’uomo di carta.

Matthias Sindelar, il Mozart del pallone

Matthias Sindelar

Matthias Sindelar era nato Matěj Šindelář nel 1903 a Kozlov, in Moravia, e la sua famiglia era approdata a Favoriten, il quartiere operaio di Vienna popolato da immigrati boemi e ungheresi. Il padre morì al fronte, sull’Isonzo, nel 1917. Lui lasciò la scuola e andò a fare il fabbro.

Meisl, all’inizio, non lo voleva: diceva che aveva «il fisico di un bambino». Lo convocò solo nel 1926, per un’emergenza, e poi lo rispedì in panchina per anni. Fu Hogan a insistere: non solo schieratelo, costruiteci intorno la squadra. Il resto è il 5-0 alla Scozia.

Lo chiamavano Der Papierene, cartavelina, per quel corpo sottile che sembrava scivolare tra i contrasti senza subirli; e lo chiamavano Mozart del pallone, il che a Vienna non è un complimento qualsiasi. Con l’Austria Vienna vinse due Mitropa Cup, la Champions dell’epoca, la prima nel 1933 in una finale contro l’Ambrosiana-Inter di Giuseppe Meazza che il Prater ricorda ancora.

Stamford Bridge, 7 dicembre 1932: la sconfitta che valse una vittoria

L’invito più ambito arriva dalla Football Association: venite a Londra. È il rito di passaggio, l’esame davanti ai fondatori. Quarantaduemila persone, campo pesante, e l’Inghilterra che va sul 2-0 con Hampson.

Poi succede qualcosa. Zischek accorcia, gli inglesi rifanno il break, e Sindelar disegna il gol che gli darà l’immortalità: parte da centrocampo, salta l’intera retroguardia, deposita. All’87’ è ancora lui a lanciare Zischek per il 4-3 definitivo. L’Austria perde ed è la prima squadra straniera a segnare più di una rete in casa dell’Inghilterra.

I giornali di Sua Maestà scrissero il necrologio della propria supremazia con eleganza britannica: il Daily Herald ammise senza mezzi termini che gli austriaci avevano giocato meglio, muovendo palla a terra e attaccando gli spazi come nessun continentale prima. Quel modo di giocare venne paragonato a un valzer viennese. Era una sconfitta che valeva più di una vittoria.

Mondiali 1934: la semifinale di Milano contro l’Italia

La contestata rete decisiva di Guaita nella semifinale mondiale del 1934

I Mondiali del 1934 arrivano forse un anno tardi. L’Austria si presenta in Italia con i galloni della favorita, supera Francia e Ungheria, e il 3 giugno a San Siro trova gli azzurri di Pozzo.

Sindelar gioca acciaccato ed è marcato da Luis Monti, che di fioretto non ne aveva mai maneggiato. L’arbitro svedese Eklind lascia correre. Segna Enrique Guaita dopo una carica sul portiere austriaco; l’Austria tira e ritira, ma Gianpiero Combi para tutto. Finisce 1-0.

L’Italia va verso il titolo, l’Austria verso il quarto posto e verso il tramonto. Ci sarà ancora una notte di gloria — il 2-1 all’Inghilterra a Vienna nel maggio 1936 — e un argento olimpico a Berlino, perso di nuovo contro l’Italia in finale. Ma la squadra è vecchia, e Meisl è malato.

La fine: la morte di Meisl e l’annessione dell’Austria

Il 17 febbraio 1937 Hugo Meisl muore d’infarto a 55 anni. Pozzo, che era stato avversario e amico, lo salutò sulla Stampa con una frase che vale un monumento: «Hugo Meisl non è più. È scomparso, come portato via da un colpo di vento.» Ebreo, morì appena in tempo per non vedere il resto.

Il 12 marzo 1938 l’Austria viene annessa al Reich. La federazione è sciolta, la qualificazione ai Mondiali di Francia passa alla Germania, che dovrà schierare squadre miste per decreto. Il 3 aprile, al Prater, si gioca la Anschlussspiel, la partita della riunificazione: una liturgia propagandistica davanti a sessantamila persone e alle autorità naziste in tribuna. L’Ostmark scende in campo non in bianco e nero, ma in rosso-bianco-rosso.

Il copione prevedeva un pareggio decoroso. Sindelar segna. E corre a esultare sotto la tribuna delle autorità. Karl Sesta raddoppia: 2-0. Fu l’ultima partita della sua vita in nazionale.

L’ultimo capitolo: la morte di Sindelar, 23 gennaio 1939

In vista dei Mondiali del 1938 il Reich voleva Sindelar nella nuova nazionale tedesca: era il volto perfetto per raccontare l’unione tra i due Paesi. Sepp Herberger, commissario tecnico della Germania, provò a convincerlo più volte. Lui rispose che le ginocchia erano andate e che a trentacinque anni era ora di smettere. Nessuno gli credette davvero: quel rifiuto fu letto per quello che era.

Chiusa la carriera, rilevò un caffè nel suo quartiere, Favoriten. Il locale apparteneva a Leopold Drill, un ebreo costretto a cederlo dalle leggi razziali; secondo diversi racconti Sindelar pagò il prezzo pieno anziché la cifra irrisoria che l'”arianizzazione” gli avrebbe consentito. Drill morirà nel campo di concentramento di Theresienstadt.

Non era un gesto isolato. Quando i nazisti rimossero Michl Schwarz, presidente ebreo dell’Austria Vienna, ai tesserati fu vietato persino rivolgergli la parola. Sindelar gli disse: «Ci hanno proibito di salutarla, ma io le dirò sempre buongiorno.»

La mattina del 23 gennaio 1939 l’amico Gustav Hartmann sfonda la porta del suo appartamento. Sindelar è morto insieme alla compagna Camilla Castagnola, milanese, ebrea. Monossido di carbonio, stufa difettosa: incidente. Omicidio, dissero alcuni; suicidio, dissero altri. Un amico raccontò decenni dopo che la versione dell’incidente fu comprata, perché le regole naziste negavano i funerali di Stato a chi veniva ucciso o si toglieva la vita.

Ai funerali andarono più di ventimila persone. Qualcuno l’ha definita la prima e ultima manifestazione di Vienna contro il nazismo. Il critico Alfred Polgar, dall’esilio, scrisse il necrologio più bello mai dedicato a un calciatore, e forse la vera epigrafe del Wunderteam:

«Sindelar era l’anima di Vienna, e quando Vienna morì, dovette morire con lei.»

Alla Coppa del Mondo del 1938 la Grande Germania, imbottita di austriaci riluttanti, uscì al primo turno. Il valzer era finito.


Autore: Storie di Calcio