Bastia 1978: l’isola del tesoro

L’Armand Cesari di Furiani sta a due chilometri dal mare, con le montagne alle spalle e il vento che arriva di traverso. Quattro tribune basse, diecimila posti sulla carta e sempre qualche migliaio di persone in più aggrappate dove capita. Nella stagione 1977-78 su quel prato sono passati lo Sporting Lisbona, il Newcastle, il Torino, il Carl Zeiss Jena, il Grasshoppers e il PSV Eindhoven. Cinque su sei se ne sono andati sconfitti.

Il club che li ha ospitati si chiama Bastia e non rappresenta una città: rappresenta la Corsica, un’isola che i sorteggi europei fino a quel momento non avevano quasi mai avuto occasione di nominare, e che nel giro di otto mesi mezzo continente avrebbe imparato a cercare sulle mappe.

Nel 1977 i corsi avevano chiuso il campionato al terzo posto, dietro Nantes e Lens, con un bottino di 82 gol: più della metà firmati dalla coppia formata dal centravanti François “Fanfan” Félix e dal fuoriclasse jugoslavo Dragan Džajić, 22 reti a testa. A fine stagione, però, Džajić torna alla Stella Rossa. Il presidente Paul Natali non si rassegna e il direttore sportivo Jules Filippi compie il colpo del secolo: strappa al Valencia nientemeno che Johnny Rep, olandese due volte finalista mondiale.

Racconta la leggenda che durante la trattativa all’olandese vennero mostrate le spiagge, le calette, i tramonti sul Capo Corso. Tutto, tranne lo stadio.

Cahuzac e la sua squadra

In panchina siede Pierre Cahuzac, uomo di un altro tempo. Tra il 1963 e il 1968 aveva vinto quattro campionati amatoriali francesi con il Gazélec Ajaccio; poi aveva preso per mano il piccolo Bastia e lo aveva accompagnato, gradino dopo gradino, fino ai piani alti del calcio continentale. La sua idea di calcio è semplice e disarmante: si attacca. Sempre. Contro chiunque.

Tra i pali il giovane Pierrick Hiard si alterna con Weller. Il perno della difesa è Charles Orlanducci, il “Leone di Vescovato”, ruvido e leale, marcatore implacabile che quando può si butta avanti e segna gol pesanti: è l’idolo assoluto della curva e ancora oggi detiene il record di presenze in prima divisione con la maglia blu.

A centrocampo corrono i “gemelli” Lacuesta e Larios, ventenni appena, arrivati in prestito dal Saint-Étienne: gambe, tecnica, potenza. Ma il cuore pulsante di tutto è Claude Papi, il regista, l’anima, il talento più cristallino mai nato su quell’isola. In questa coppa ne segnerà sette, di gol, e si guadagnerà la convocazione ai Mondiali 1978. In nazionale, però, resterà fermo a tre presenze soltanto: davanti a lui, nel suo ruolo, c’è un certo Michel Platini, e a “Le Roi” tutto è concesso. Papi morirà a soli 33 anni, stroncato da un infarto. La Corsica lo nominerà giocatore corso del secolo e gli intitolerà la tribuna principale del Furiani e lo stadio della sua Porto Vecchio.

Davanti, accanto a Rep e Félix, l’ala Yves Mariot si infortuna subito e lascia spazio al diciassettenne mancino Jean-Marie “U Cirinu” De Zerbi. La vera rivelazione, però, sarà il marocchino Abdelkrim Merry “Krimau”: fisico esile, piede educato, e finalmente la continuità che gli era sempre mancata.

Lisbona, o l’arte di sbagliare stadio

Duello tra Keita e Desvignes

Primo turno di Coppa UEFA: lo Sporting Lisbona di Salif Keita e del potente Jordão. Un sorteggio da incubo.

La sera prima della gara d’andata i portoghesi svolgono la rifinitura sul prato del Furiani e non si rendono conto che quel campicello sarà il teatro della partita: pensano di allenarsi su un terreno di riserva, e di dover affrontare poco più di una formazione amatoriale. Il giorno dopo Jordão e Fraguito firmano il doppio vantaggio; poi si sveglia Fanfan Félix e ne fa tre. Finisce 3-2, ma tutti sono convinti che al ritorno i biancoverdi passeggeranno.

All’Alvalade, davanti a settantamila spettatori, lo Sporting sblocca solo a un quarto d’ora dalla fine con Manuel Fernandes. Ed è lì che accade il primo miracolo: trascinati da Papi, i corsi si riversano in avanti come forsennati. All’86’ pareggia Rep, all’89’ segna ancora Félix. Nelle redazioni francesi, con la partita iniziata alle 22, i pezzi già scritti sulla “buona ma sfortunata prova del Bastia” finiscono accartocciati nel cestino.

Una notte a St James’ Park

Avanzata del terzino Burkhardt

Secondo turno, altro colosso: il Newcastle United. Al Furiani i Magpies passano dopo otto minuti con Cannell, poi Papi decide di prendersi la scena con una doppietta, il secondo gol all’ultimo secondo utile. 2-1: troppo poco per stare tranquilli, soprattutto considerando le assenze e il fatto che a Newcastle debutterà da titolare il diciassettenne De Zerbi.

E invece è proprio “U Cirinu” a mandare in tilt la difesa inglese con i suoi dribbling, mentre Rep gioca una partita da fenomeno assoluto e firma una doppietta. Finisce 1-3 a St James’ Park: è la prima vittoria di una squadra francese in Inghilterra nella storia delle coppe europee.

La neve del Comunale

Lacuesta al tiro nel match di ritorno al Comunale

Zurigo, sorteggio degli ottavi. Al Bastia tocca il Torino di Gigi Radice, una delle candidate alla vittoria finale. All’andata Paolino Pulici porta avanti i granata al volo su cross di Claudio Sala, ma i corsi non si scompongono: Papi pareggia a fine primo tempo, Rep ribalta tutto nella ripresa. 2-1, magro ma prezioso.

Il 7 dicembre 1977 il Comunale di Torino è coperto di neve. Settantamila spettatori, di cui quindicimila in maglia blu arrivati dalla Corsica e da ogni angolo di Francia. Al 19′ Jean-François Larios inventa una perla da venticinque metri; due minuti dopo Ciccio Graziani pareggia approfittando di un rinvio sciagurato di Orlanducci, e in apertura di ripresa raddoppia.

Il Bastia è in emergenza. In attacco gioca Krimau, e nel prepartita Cahuzac aveva ammesso senza giri di parole che si trattava di “una soluzione non ottimale, ma l’unica possibile”. Ebbene: il ragazzino magro che tutti davano per spacciato su un campo pesante pareggia al 50′ e al 67′ si inventa una cavalcata solitaria partita dal cerchio di centrocampo. Finisce 3-2, con il Torino ridotto in dieci per l’infortunio di Mozzini. Sulla neve piemontese i tifosi corsi piangono di gioia.

Sette gol e l’ombra di Napoleone

Duello tra Marchionni e Vogel

Quarti di finale, arriva la primavera e arriva il Carl Zeiss Jena, dalla DDR. I tedeschi si presentano al Furiani con delle sfortunate divise a righe orizzontali bianche e blu che ricordano un pigiama. Li sveglia Larios dopo tre minuti con un siluro all’incrocio, poi Papi raddoppia. Nella ripresa è un massacro: segnano Mariot, Félix due volte, Cazes e Franceschetti. Finisce 7-2, settima vittoria consecutiva in Europa: un’impresa che all’epoca non era mai riuscita nemmeno al Real Madrid di Di Stéfano.

Il ritorno all’Ernst Abbe Sportfeld è un’altra storia. Lo stadio è gremito, e i tedeschi non dimenticano che proprio a Jena, nel 1806, un altro corso piuttosto famoso aveva travolto l’esercito prussiano: un enorme striscione con la scritta “Waterloo” accoglie i mille coraggiosi che hanno attraversato la Cortina di Ferro. Lo Jena vince 4-2, ma Papi e Krimau tengono in piedi la qualificazione. Semifinale.

Pioggia, ansia e un sinistro al volo

I capitani a caccia della monetina nel fango del Furiani

Il sorteggio è clemente: PSV Eindhoven e Barcellona si incrociano e al Bastia tocca il Grasshoppers Zurigo, forse la migliore squadra svizzera di sempre in Europa. All’andata i corsi passano con una serpentina di Krimau, poi le “Cavallette” ribaltano con Hermann e Ponte su rigore; Papi pareggia dal dischetto, Montandon firma il 3-2 di corner.

Il 12 aprile 1978, al Furiani, piove a dirotto. Quindicimila persone in uno stadio che ne contiene diecimila. Basterebbe un gol, ma il portiere Berbig para l’impossibile e i minuti scorrono trasformando l’attesa in angoscia. Poi, al 67′, su un rinvio affannoso della difesa, Papi incrocia un sinistro al volo da venti metri: 1-0. Il Bastia è in finale di Coppa UEFA.

Il fango e il sole

Duello tutto olandese tra Van De Kerkhof e Rep

26 aprile 1978. Una tempesta si abbatte sulla Corsica nord-orientale e il Furiani, addossato alle montagne, diventa una risaia. L’arbitro jugoslavo Maksimović decide comunque di giocare: i Mondiali incombono, non c’è spazio per i recuperi. Per mezz’ora i corsi assaltano la porta di Van Beveren, ma le pozzanghere deviano i passaggi e frenano i tiri. Finisce 0-0, con ventidue uomini irriconoscibili sotto il fango.

Il 9 maggio, al Philips Stadion, splende un sole quasi beffardo. I giocatori del Bastia hanno le gambe di piombo. Willy Van de Kerkhof sblocca al 23′, poi in due minuti Deyckers e Van der Kuylen chiudono l’agonia. Il PSV Eindhoven alza la coppa.

La più bella vittoria

Eppure. L’Équipe, all’indomani della sconfitta, pubblica in lingua corsa i versi del poeta Vittoriu d’Albitreccia, che raccontava di un’Europa scossa che aveva scoperto una squadra, un’isola, un popolo, e di giornali di tutto il continente costretti a cercare sulle mappe dove si trovasse la Corsica. La chiusa non lascia margini di interpretazione:

“Dimula franca, hè questa a più bella vittoria di Bastia!”

Aveva ragione. Perché ci sono trofei che restano negli albi d’oro e imprese che restano nel sangue di un popolo. Papi, Orlanducci, Krimau, Rep, De Zerbi e tutti gli altri non hanno vinto la Coppa UEFA. Hanno fatto qualcosa di più raro: hanno messo un’isola intera sulla carta geografica d’Europa, una notte alla volta.


Autore: Storie di Calcio