Bruno Pizzul, memorie di un cronista

Per più di trent’anni è stato il suono di fondo delle domeniche e delle notti di calcio degli italiani: la voce che usciva dal televisore acceso in cucina, quella che ha accompagnato i gol dell’infanzia e le delusioni ai rigori. Mai un urlo fuori posto, mai una parola sopra le righe. Bruno Pizzul ha attraversato la storia del pallone con la calma di chi sa che il racconto viene dopo il gioco, non prima: il commento non deve coprire la partita, deve lasciarle spazio. Una misura che oggi, nell’epoca del rumore continuo, somiglia a un atto di eleganza. Dal pallone dell’oratorio di Cormons alle notti dei Mondiali, questa è la sua storia.

Le origini e l’infanzia a Cormons

Nasce l’8 marzo 1938 a Udine, ma solo per una scelta dei genitori, Ferrino Pizzul e Ada Cuttini: la coppia, di Cormons, si trasferisce da alcuni parenti in vista del parto perché il figlio possa avere una città come luogo di nascita. Bruno cresce però nel paese isontino, e a Cormons resterà legato per tutta la vita.

Il primo pallone è quello dell’oratorio, procurato dal parroco don Rino Coccolin, futuro arcivescovo di Gorizia: un solo pallone per tutti i ragazzi del paese. Il resto era arte di arrangiarsi.

“Da ragazzini abbiamo giocato a lungo con delle palle fatte di straccio, con i vecchi calzerotti che venivano messi assieme”, ricordava lui stesso: “quando c’era l’opportunità anche solo di toccare un pallone di cuoio, malgrado fosse sberciato, era una festa grande.”

La carriera da calciatore

La carriera da calciatore comincia nella parrocchiale Cormonese, prosegue nella Pro Gorizia e nel 1958 lo porta in Serie B, ingaggiato dal Catania. Seguono un prestito all’Ischia — dove esordisce il 4 dicembre 1960 e dove i tifosi, vedendo quel centromediano longilineo di quasi un metro e novantatré, lo ribattezzano “canna di zucchero” — poi il ritorno in Sicilia e le esperienze con Cremonese e Udinese. Un grave infortunio al ginocchio chiude tutto molto presto.

Nessun rimpianto, però. “Non sono diventato un campione ma ho comunque militato ai margini del calcio professionistico, abbastanza a lungo per maturare esperienze che si sono rivelate molto utili per la successiva professione”, avrebbe raccontato anni dopo. È da lì che nasce la sua competenza tecnica: Pizzul il campo lo aveva calpestato davvero.

Gli studi, l’insegnamento e l’ingresso in Rai

Maturità classica, laurea in giurisprudenza, poi l’insegnamento di materie letterarie nelle scuole medie di San Lorenzo Isontino. Il giornalismo arriva quasi per caso: nel 1969 partecipa a un concorso nazionale della Rai per radio-telecronisti riservato ai giovani laureati del Friuli-Venezia Giulia. Lo vince.

“Mai nella vita avrei immaginato di fare il giornalista, tanto meno il telecronista sportivo”, ammetteva. “Per una serie di circostanze occasionali, partecipai a un concorso nel quale, con mia somma sorpresa, venni scelto.”

L’esordio, l’8 aprile 1970, è memorabile per i motivi sbagliati: Juventus–Bologna, spareggio di Coppa Italia sul campo neutro di Como. Pizzul arriva allo stadio con quindici minuti di ritardo — colpa, si racconta, di un pranzo troppo lungo con l’amico e collega Beppe Viola — e comincia a commentare dal 16′. Per fortuna la partita va in onda in differita: c’è tempo per rimediare. Pochi mesi dopo è già ai Mondiali di Messico ’70, il torneo di Pelé e di Italia-Germania 4-3, che restava tra i suoi ricordi più nitidi: “Quei due tempi supplementari sono ricordati ancora come un incredibile susseguirsi di emozioni.”

I primi anni di telecronaca e la finale dell’Heysel

La prima finale internazionale raccontata dalla sua voce è quella dell’Europeo 1972 a Bruxelles (Germania Ovest–URSS 3-0); la prima gioia europea di una squadra italiana è il Milan che batte il Leeds in Coppa delle Coppe a Salonicco nel 1973. Intanto conduce La Domenica Sportiva, Domenica Sprint dal 1976 al 1990, e cura la moviola dentro 90º minuto.

Ai Mondiali di Spagna ’82 commenta le partite di Siviglia, Malaga, Alicante, Barcellona, dove “si giocava con quaranta gradi all’ombra anche se il fischio d’inizio era alle nove di sera”. Ma la data che non dimenticherà è il 29 maggio 1985: è lui al microfono per Juventus–Liverpool, finale di Coppa dei Campioni allo stadio Heysel di Bruxelles, quando trentanove persone muoiono sugli spalti. Tocca a lui aprire una telecronaca impossibile: “A lungo è rimasto incerto se questo incontro dovesse disputarsi o meno.” Nei giorni successivi finirà anche al centro di feroci polemiche politiche per una frase che ha sempre negato di aver pronunciato, difendendosi con la semplice verità di aver raccontato quella sera con le lacrime agli occhi.

Telecronista della Nazionale dal 1986 al 2002

Dal Mondiale del 1986 — dove un malore dovuto all’altitudine ferma il predecessore Nando Martellini — Pizzul diventa la prima voce degli Azzurri. Sarà così per sedici anni: cinque Mondiali, quattro Europei, praticamente tutte le qualificazioni.

C’è l’amarezza di Italia ’90, con la semifinale persa ai rigori contro l’Argentina proprio a Napoli. “L’unica cosa che avremmo dovuto evitare nell’organizzazione di quel Mondiale era di giocare a Napoli contro la squadra nella quale c’era Maradona“, osservava. C’è la notte di USA ’94 contro la Nigeria, quando Roberto Baggio ribalta tutto a due minuti dalla fine: “Ero molto arrabbiato”, ricordava della sua severissima telecronaca, “l’avevo data già per spacciata.” E c’è il rigore alle stelle di Pasadena, commentato senza enfasi e senza pietà: “Alto! Il campionato del mondo lo ha vinto il Brasile.”

Quella frase — “campioni del mondo” — non gli è mai toccata. Non se ne è mai fatto un cruccio: “Non l’ho mai sentita come una cosa che mi mancasse. Mi è dispiaciuto che non l’abbia vinto a Italia ’90 perché lo avrebbe meritato.”

Lo stile e il linguaggio delle telecronache

Il marchio di fabbrica di Pizzul non erano i decibel, ma le parole. “Tutto molto bello” per un’azione riuscita. Il “grappolo d’uomini” in area sui calci d’angolo. Il “bandolo della matassa” trovato dal giocatore illuminato. La “sventola da fuori”. Il “cincischiare” di chi perde tempo palla al piede. E quel sobrio, definitivo “ed è gol”.

Con i Baggio in campo insieme, a USA ’94, risolse il problema chiamandoli per nome: “Dino… Roberto… di nuovo Dino.” Alla domanda sul perché non urlasse mai, la risposta era di un buon senso disarmante: se è un colpo di testa, si vede che è un colpo di testa. Scherzava perfino sul fatto che la sua voce fosse celebre per conciliare il sonno.

La vita privata

Fuori dalla cabina di commento, Pizzul era un uomo di abitudini semplici. Non ha mai preso la patente e si muoveva in bicicletta; della tecnologia diffidava al punto che, ricevuto negli Stati Uniti uno dei primi telefoni cellulari, lo gettò nell’Hudson. Amava il vino del suo Collio, ed era un intenditore serio. Sposato con Maria, ha avuto tre figli — Fabio, Silvia e Carla — e undici nipoti: “Una vera squadra.”

Pur imparziale al microfono, non nascondeva un debole per il Torino, nato dal mito del Grande Torino di Valentino Mazzola: “Era una squadra che impersonava lo spirito del cuore granata: volontà, orgoglio, tenacia combinate con un grandissimo talento.” Quando Beppe Viola lo definì l’uomo più buono del mondo, minimizzò: “Non è questione di bontà, sono solo un uomo tranquillo che cerca di rispettare gli altri.”

L’addio alla Rai e gli ultimi anni

Il 21 agosto 2002, a Trieste, Italia–Slovenia 0-1: l’ultima telecronaca azzurra e l’addio alla Rai. Non è la fine del lavoro — arriveranno Gioco Calcio, Cartapiù, La7, la radio con Teo Teocoli, e dal 2022 la rubrica “Tutto molto bello” dentro Supertele su DAZN — ma il congedo da un’epoca.

L’affetto del pubblico non si è mai raffreddato: alla vigilia della finale di Euro 2020 decine di migliaia di persone chiesero via hashtag che fosse lui a commentare Italia–Inghilterra. Declinò con ironia, dicendo di far già fatica ad attraversare la strada. Nel giugno 2022 la Repubblica lo ha nominato Commendatore dell’Ordine al Merito.

Bruno Pizzul si è spento la mattina del 5 marzo 2025 all’ospedale di Gorizia, tre giorni prima di compiere 87 anni. Il duomo di Cormons era gremito: colleghi, vecchie glorie, alpini, tifosi, e dopo le esequie un brindisi con il vino dei produttori locali, come lui avrebbe voluto. Il presidente federale Gabriele Gravina disse che aveva attraversato gli anni “con la stoffa di un campione di razza”. Roberto Baggio, il suo “Roberto”, scrisse semplicemente: “La tua voce riecheggerà per l’eternità.” Marino Bartoletti colse forse la cosa più vera: in un mondo divisivo come il calcio, Bruno “riusciva sempre a riunire tutti sotto la stessa bandiera”.

Tutto molto bello, davvero.


Autore: Storie di Calcio