Il folle sogno di Tarcisio Burgnich

Città del Messico, 17 giugno 1970, Estadio Azteca. Sono le sei di sera e l’Italia ha appena buttato via una semifinale mondiale che teneva in mano da ottantadue minuti. Il modo in cui l’ha buttata via è quasi peggio del risultato: non è crollata, si è arresa un centimetro alla volta, arretrando piano, come chi sposta la sedia contro la porta sperando che fuori qualcuno si stanchi di bussare.

Il gol di Roberto Boninsegna all’ottavo era rimasto lì, solo, custodito con l’avarizia di chi ha paura di toccare il proprio tesoro per non consumarlo. Poi, al novantesimo, Karl-Heinz Schnellinger — un difensore che segnava con la frequenza delle eclissi, e che per giunta il calcio italiano lo conosceva a memoria, avendolo ospitato per anni al Milan — si era buttato in spaccata sul secondo palo e aveva scritto 1-1.

Quattro minuti dopo, nel primo tempo supplementare, un rinvio sbagliato, un’esitazione, un rimbalzo cattivo: Gerd Müller aveva trasformato il caos in vantaggio. Duemiladuecento metri di altitudine, quaranta gradi di sole obliquo e novantaquattro minuti di corsa arrivarono tutti insieme, come un conto presentato al tavolo sbagliato.

È in quel momento che il campo dell’Azteca si inclina. Non è una metafora consolatoria: chiunque abbia giocato una partita così sa che esiste un istante in cui il prato smette di essere orizzontale e comincia a scendere verso la propria porta. Gli azzurri risalgono quella china con gli occhi vuoti. La Germania ha riavuto Franz Beckenbauer, uscito e rientrato con la spalla lussata e il braccio legato al torace come un santo martire in processione, perché le sostituzioni erano finite e certi uomini, semplicemente, non escono.

L’Italia invece ha perso Rosato e ha in campo Poletti, entrato a freddo nel punto più caldo della storia del calcio italiano.

L’uomo di trenta metri quadrati

Bisogna capire chi è Tarcisio Burgnich prima di poter capire cosa succede al minuto novantotto.

Burgnich è un friulano di Ruda, provincia di Udine, un uomo costruito come un muretto a secco: nessun cemento, solo pietre incastrate così bene che il vento non le smuove. Lo chiamano La Roccia, e non è un soprannome poetico, è una descrizione tecnica. Nella Grande Inter di Helenio Herrera gioca a destra, marca, raddoppia, spazza, ricomincia. Sessantasei presenze in Nazionale, e in quelle sessantasei presenze la sua geografia personale è sempre stata la stessa: un rettangolo di una trentina di metri quadrati davanti al proprio portiere.

Il terzino di quegli anni non è il terzino di oggi. Non ha licenza di sconfinare, non ha un “quinto” a coprirgli le spalle, non ha allenatori che gli chiedono ampiezza. Ha un uomo da marcare e un’idea molto semplice del proprio dovere: quell’uomo non deve passare. Burgnich ha passato la metà campo avversaria sì e no una manciata di volte in tutta la carriera, e sempre per sbaglio, o per un calcio d’angolo, o perché il pallone gli era rimbalzato addosso.

È l’uomo meno probabile del mondo per fare un gol. È l’uomo meno probabile del mondo perfino per pensarlo.

Un anno dopo, a proposito della finale persa contro il Brasile e dell’uomo che gli era stato assegnato quel giorno, dirà la frase più onesta mai pronunciata da un difensore: “Prima della partita mi ero detto: è fatto di carne e ossa come me. Ma mi sbagliavo.” Quell’uomo era Pelé. Ecco il registro di Burgnich: umiltà, misura, realismo. Nessuna traccia di follia.

E invece.

Fuori quadro

Punizione per l’Italia nella metà campo tedesca. Gianni Rivera e Angelo Domenghini discutono sul pallone, o forse non discutono affatto: prendono tempo, riprendono fiato, cercano di ricordarsi in che partita si trovano e quanto manca alla fine del mondo. La telecamera li aspetta. Sta ferma, obbediente, inquadra il pallone come le hanno insegnato.

E allora, nel bordo basso dello schermo, passa un uomo in maglia azzurra.

Non corre verso il pallone. Non corre verso i compagni. Non corre verso niente di visibile. Attraversa l’inquadratura da sinistra a destra e ne esce, come un pesce che nuota fuori dall’acquario, e per qualche secondo semplicemente non esiste più: è fuori campo, fuori quadro, fuori ruolo, fuori da sé.

Nessuno lo segue con lo sguardo. Nessuno lo chiama. In quell’istante Burgnich è l’uomo più solo dello stadio: sta correndo dentro una previsione che ha fatto solo lui, verso un punto del prato che nella sua testa esiste già e che nella realtà non è ancora successo.

Il calcio ha un nome tecnico per questa cosa e lo usa ogni domenica senza pensarci: movimento senza palla. Ma quello di Burgnich non è nemmeno movimento senza palla. È movimento senza gioco, senza schema, senza mandato, senza una ragione che un allenatore potrebbe scrivere alla lavagna. È un uomo che, in quarantacinque secondi di stanchezza assoluta, decide di uscire dalla stanza in cui ha vissuto per vent’anni e va a vedere com’è la casa dall’altra parte.

«Tira, chiunque tu sia»

Rivera finalmente batte. Un traversone lungo, teso, dentro l’area della Germania. Un difensore tedesco arriva sul pallone e sbaglia il rinvio: uno di quei rinvii che non finiscono da nessuna parte e proprio per questo finiscono esattamente dove devono.

Il pallone atterra sui piedi dell’unico italiano che non dovrebbe essere lì.

E qui succede la cosa più bella dell’intera vicenda, quella che rende questo gol diverso da tutti gli altri gol della storia: nessuno lo riconosce. Non lo riconoscono i telespettatori davanti alle televisioni in bianco e nero, non lo riconoscono del tutto i compagni, forse non lo riconoscono nemmeno i tedeschi. Non è Riva, non è Boninsegna, non è De Sisti, non è Facchetti, non è Bertini; Rivera e Domenghini erano laggiù, sulla punizione.

Dalle case italiane sale un urlo unanime, disperato, anonimo: “Tira!”. Tira, chiunque tu sia.

E lui tira. Non è un tiro tecnico, non è un tiro pensato, non è un tiro da attaccante. È un tiro fatto di rabbia, di fatica, di paura, di sonno arretrato, di tutti gli anni passati a spazzare palloni che gli altri poi trasformavano in gloria. Il pallone entra. 2-2.

È il primo e unico gol di Tarcisio Burgnich con la maglia della Nazionale. Sessantasei partite, una rete, e l’ha segnata nel minuto più improbabile della partita più famosa mai giocata.

Un quarto d’ora lungo un secolo

Da lì in poi la partita smette di obbedire a qualunque legge.

Al 104′ Gigi Riva riceve sulla sinistra, si aggiusta il pallone con una calma che a quel punto è quasi un insulto alla fisica, e la mette dentro: 3-2 Italia. Al 110′ Müller — perché è sempre Müller — si avventa sul secondo palo e fa 3-3, e in quel momento chiunque avrebbe scommesso su un’altra decina di gol, o sul crollo simultaneo di ventidue uomini.

Un minuto dopo, uno solo, Boninsegna sfonda a sinistra e taglia all’indietro un pallone che Rivera aspetta sul limite dell’area piccola. Sepp Maier si distende in anticipo; Rivera lo appoggia dall’altra parte con la delicatezza di chi chiude una porta per non svegliare qualcuno. 4-3.

Cinque gol in mezz’ora, dopo novanta minuti giocati a tremila metri di stanchezza. Non si era mai visto prima e non si è mai più visto dopo.

La targa dell’Azteca

Nello stadio di Città del Messico esiste una targa. Non celebra un mondiale vinto, non celebra un campione: celebra una partita. Ricorda Italia e Germania, il 4-3, e le tre parole con cui il Messico ha deciso di consegnare quella sera all’eternità: “El Partido del Siglo”.

Bisogna dire anche il resto, perché il resto è il sale di questa storia. Quattro giorni dopo, nello stesso stadio, l’Italia perde la finale contro il Brasile per 4-1, e la perde male, e Burgnich insegue Pelé per novanta minuti scoprendo che certi avversari non sono fatti della stessa materia degli altri.

Il capolavoro, dunque, non porta a nulla. Non c’è coppa, non c’è consacrazione, non c’è nemmeno una carriera da rileggere diversamente: Burgnich tornerà a essere un terzino, tornerà nei suoi trenta metri quadrati, chiuderà la carriera come l’ha aperta, senza mai più attraversare il campo per andare a cercare un miraggio.

Elogio del movimento inutile

Ed è proprio per questo che vale la pena raccontarlo.

Perché il gol, in fondo, è la parte meno interessante. Il gol è statistica: un pallone, una porta, un numero. La cosa grande era già successa prima, quando un uomo che per vent’anni aveva fatto esattamente ciò che gli era stato chiesto ha deciso — senza ordini, senza logica, senza nemmeno la certezza che il pallone sarebbe mai arrivato lì — di correre verso un posto in cui non aveva alcun diritto di trovarsi.

Il calcio è pieno di gesti tecnici perfetti che dimentichiamo il giorno dopo. Si ricorda invece questa corsa storta di un terzino sfinito, uscita persino dall’inquadratura, il più grande movimento senza palla della nostra storia: la prova che ogni tanto, anche a un uomo di pietra, è concesso sognare di essere qualcos’altro. E che il sogno, per una manciata di secondi, può essere più forte dei polpacci.

Grazie, Tarcisio.


Autore: Storie di Calcio