Dai 43 gol di un mozambicano che giocava per il Portogallo ai coefficienti UEFA che oggi pesano ogni rete come fosse oro colato, dalle dittature che truccavano le classifiche fino ai duelli infiniti tra Messi e Cristiano Ronaldo, la Scarpa d’Oro ha attraversato quasi sessant’anni di calcio europeo cambiando pelle più volte, ma senza mai perdere il suo fascino di premio “popolare”, capace di trasformare per una notte un attaccante di provincia nel bomber più forte del continente.
Nato dall’intuizione di una rivista francese e sostenuto per un ventennio dai soldi di un colosso dello sport, il trofeo ha attraversato momenti di gloria assoluta e stagioni imbarazzanti, sospensioni forzate e rinascite sotto nuove bandiere. Ha incoronato leggende che avrebbero segnato la storia del pallone e ha regalato un attimo di celebrità a bomber destinati a scomparire subito dopo. Ed è proprio in questo continuo alternarsi di campioni e comprimari, di regole cambiate in corsa e di verdetti contestati, che la Scarpa d’Oro ha costruito la sua identità più autentica… e la storia, tra scandali e fuoriclasse, continua ancora oggi.
Un’invenzione di France Football
Correva la stagione 1967/68 quando la rivista francese France Football, forte del successo già raccolto dal Pallone d’Oro, decise di istituire un riconoscimento gemello: premiare non il miglior giocatore in assoluto, ma il cannoniere più prolifico tra tutti i campionati del Vecchio Continente. Sponsor dell’operazione fu Adidas, da sempre legata a doppio filo al mondo del pallone. L’idea funzionò da subito, entusiasmando tifosi e attaccanti, che si misero a caccia del titolo con un’ambizione quasi ossessiva. Nell’albo d’oro finirono nomi da leggenda come Eusebio, Gerd Muller, Van Basten e Hugo Sanchez, ma anche bomber quasi sconosciuti che con quella scarpa vissero il momento più luminoso della loro carriera, come il cipriota Kaiafas o il bulgaro Slavkov.
Eusebio e Muller i primi Re
La prima edizione premiò uno dei più grandi centravanti di sempre: Eusebio, portoghese di nascita mozambicana, che con 43 gol trascinò il Benfica al titolo nazionale, precedendo l’ungherese Dunai e lo scozzese Lennox. Sarebbe tornato sul trono nel 1972/73. Nel mezzo si inserì il bulgaro Petar Jekov del CSKA Sofia, mentre già nel 1969/70 iniziò a farsi sentire un nome destinato a riscrivere ogni record: Gerd Muller, che con 38 reti trascinò il Bayern Monaco e proprio quell’anno vinse pure la classifica cannonieri al Mondiale messicano. Nel 1971/72 Muller salì a 40 gol, e un anno più tardi sfiorò il bis lasciandosi però ancora superare da Eusebio. Tra i due contendenti si infilò anche una sfida tutta francese: nel 1970/71 lo slavo Josip Skoblar, arrivato all’Olympique Marsiglia dopo un periodo difficile, realizzò 44 reti e portò i marsigliesi allo scudetto, davanti al maliano Salif Keita del Saint-Etienne.
Krankl, Gomes e i bomber orange
A metà anni Settanta il trofeo cominciò a girare per l’Europa toccando piazze sempre diverse. Nel 1977/78 fu il turno dell’austriaco Johann Krankl, cresciuto nel Rapid Vienna, autore di 41 gol tuttora record nazionale: pochi mesi dopo avrebbe firmato uno dei gol più celebri della storia dell’Austria, quello che a Cordoba nel 1978 piegò la Germania Ovest ai Mondiali. L’anno seguente la Scarpa d’Oro sbarcò per la prima volta in Olanda, ma non con il favorito Geels bensì con Kees Kist dell’AZ ’67, mentre nel 1979/80 toccò al belga Erwin Vandenbergh del piccolo Lierse. Il 1980/81 regalò invece una sorpresa quasi isolata: il bulgaro Georgi Slavkov, in forza al modesto Trakia Plovdiv, precedette di un solo gol l’ungherese Nylasi e il tedesco Rummenigge, senza più ripetersi ai livelli di quella stagione.
I primi anni Ottanta furono lo scenario del duello tra Olanda e Portogallo. Wim Kieft, giovanissimo talento dell’Ajax, vinse nel 1981/82, ma la vera dinastia fu quella di Fernando Gomes, bomber del Porto, capace di conquistare il titolo due volte, nel 1982/83 e nel 1984/85, diventando il quarto giocatore della storia a riuscirci dopo Eusebio, Muller e il rumeno Dudu Georgescu. Nel mezzo si inserì il gallese Ian Rush, primo inglese a entrare nell’albo d’oro grazie ai 32 gol siglati con il Liverpool nel 1983/84, davanti a un ventenne Marco Van Basten, che si sarebbe preso la rivincita nel 1985/86 con 37 reti firmate Ajax, l’anno prima di sbarcare a Milano e diventare uno dei più grandi attaccanti mai visti in Italia.
Lo scandalo Camataru
Fu però la stagione 1986/87 a incrinare la credibilità del premio. La Scarpa d’Oro venne assegnata in un primo momento al rumeno Rodion Camataru, autore di 44 gol con la Dinamo Bucarest, di cui però 18 realizzati nelle ultime sei giornate. Le proteste dell’austriaco Anton Polster, arrivato secondo, portarono a un’indagine: il dittatore Nicolae Ceausescu aveva chiaramente pilotato il campionato per esaltare i propri atleti in Europa, e il titolo passò allo stesso Polster. Il sospetto tornò a bussare nel 1990/91, quando il macedone Darko Pancev della Stella Rossa vinse con 34 reti nella stessa stagione in cui la sua squadra sollevò la Coppa dei Campioni: anche in quel caso emersero dubbi sulla regolarità di alcuni gol. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: proprio mentre lo scozzese Ally McCoist dei Rangers stava per aggiudicarsi due edizioni di fila, Adidas ritirò la sponsorizzazione che durava da vent’anni, e il bomber scozzese non ricevette mai il premio ufficiale, restando con la beffa di un record mai riconosciuto.
Il ritorno sotto una nuova bandiera
Il trofeo rimase congelato fino al 1996/97, quando un gruppo di testate sportive europee riunite sotto la sigla ESM (European Sport Magazine) decise di ripristinarlo, ma con un criterio completamente diverso: ogni campionato avrebbe avuto un coefficiente di difficoltà da moltiplicare per i gol segnati, così da premiare finalmente i tornei storicamente più competitivi. La prima edizione del nuovo corso finì nelle mani di un giovane Ronaldo al PSV Eindhoven, davanti al connazionale Jardel e al turco Hakan Sukur. Da lì in avanti l’albo d’oro cominciò a riempirsi quasi esclusivamente di campioni destinati a lasciare il segno: il greco Nikos Machlas, lo stesso Jardel (vittorioso anche nel 2002 con lo Sporting Lisbona), l’inglese Kevin Phillips, lo svedese Henrik Larsson al Celtic.
Doppietta italiana
Nel 2003 fu l’olandese Roy Makaay a imporsi con il Deportivo La Coruna, mentre 2004 e 2005 appartennero a Thierry Henry, capace nella seconda occasione di condividere il primato con l’uruguaiano Diego Forlan. Il 2005/06 e il 2006/07 regalarono all’Italia una doppietta storica: prima Luca Toni con la Fiorentina, poi Francesco Totti con la Roma. Nel 2008 arrivò la consacrazione di Cristiano Ronaldo, allora al Manchester United, mentre l’anno seguente Forlan bissò il successo vestendo la maglia dell’Atletico Madrid, davanti a Samuel Eto’o.
L’era dei due giganti
Da qui in avanti la Scarpa d’Oro cambiò definitivamente scala. Tra il 2010 e il 2019 il trofeo passò quasi soltanto tra le mani di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, con qualche breve parentesi affidata a Luis Suarez, autore anche di una tripletta decisiva nell’ultima giornata di Liga nel 2016. Messi, arrivato a quota sei successi con il Barcellona, resta tuttora il calciatore più premiato di sempre
Poi la scena si è allargata: Ciro Immobile, nel 2019/20, ha riportato il titolo in Italia con la Lazio dopo tredici anni di digiuno, seguito dal ritorno di Robert Lewandowski, capace di vincerne due consecutive con il Bayern Monaco. Più di recente sono arrivati i gol di Erling Haaland con il Manchester City, i due titoli di fila di Harry Kane, e la vittoria di Kylian Mbappé con il Real Madrid. Nomi diversi, campionati diversi, ma la stessa vecchia domanda che agita ogni stagione: chi sarà il prossimo a infilarsi in un albo d’oro che, tra scandali sventati e fuoriclasse assoluti, continua a raccontare la storia del gol in Europa.