La storia del calcio la scrivono i contratti firmati. Ma ce n’è un’altra, sotterranea, fatta di penne rimaste sospese a un centimetro dal foglio e di telefonate arrivate ventiquattro ore troppo tardi. Sono i trasferimenti mancati: affari in cui era già pronto tutto, a volte perfino il numero di maglia, finché qualcuno non si è messo di traverso.
C’è un filo che lega queste storie, e non è il denaro. È il fatto che quasi mai il pallone decide da solo: decidono un dittatore, un consiglio d’amministrazione spaventato dalle commissioni, degli operai in fabbrica, un padre al telefono, un proprietario innamorato del suo capitano, una vendetta tra club rivali.
Non sono aneddoti da bar. Sono bivi. Ognuno di questi undici affari saltati ha spostato bacheche intere, cambiato la gerarchia di un continente, riscritto la biografia di un club per i trent’anni successivi. Eccoli, in ordine cronologico.
1953 — Di Stefano al Barcellona

Comincia tutto qui, con l’affare più assurdo mai concepito. Nell’agosto del 1953 Alfredo Di Stéfano appartiene contemporaneamente a due squadre: il River Plate, che ne detiene i diritti originari e lo ha promesso al Barcellona, e i Millonarios di Bogotá, dove sta effettivamente giocando e che trattano con il Real Madrid. La FIFA non riesce a sbrogliare la matassa, e a quel punto interviene il potere politico.
La soluzione partorita dalla federazione spagnola è surreale: Di Stéfano giocherà a stagioni alternate, due nel Real e due nel Barça. I catalani, umiliati e furiosi, si ritirano; il presidente Enric Martí si dimette. A settembre l’argentino è del Real Madrid, che con lui vincerà le prime cinque Coppe dei Campioni della storia. Il trasferimento saltato più pesante di sempre: non cambiò una squadra, cambiò l’Europa.
1958 — Pelé all’Inter

L’estate del Mondiale svedese, un ragazzino di diciassette anni fa impazzire il pianeta. Angelo Moratti si muove prima di tutti e chiude con il Santos: il contratto di Pelé con l’Inter è firmato, manca soltanto il deposito.
Poi la notizia trapela in Brasile. La sede del Santos viene assaltata, il presidente riceve minacce personali, e in una telefonata drammatica confessa a Moratti di non sapere più che fare. Il patron nerazzurro non insiste: strappa il contratto. Il miglior giocatore della storia è stato nerazzurro per qualche giorno, sulla carta. In Europa non giocherà mai.
1966 — Eusebio all’Inter

Dopo il Mondiale inglese, dove ha segnato nove gol e trascinato il Portogallo al terzo posto, Eusébio è l’uomo più desiderato d’Europa. L’Inter, che ha appena vinto la finale di Coppa dei Campioni proprio contro il Benfica nel 1965, si fa avanti con un’offerta che triplicherebbe qualsiasi cosa avesse mai visto: guadagnerebbe in un mese quanto in anni a Lisbona.
L’accordo c’è. Poi si muove António de Oliveira Salazar. Il dittatore emette un decreto che dichiara il giocatore bene dello Stato e gli comunica la sentenza senza appello: “sei patrimonio del Portogallo, non puoi andartene”. Il Benfica era la vetrina propagandistica del regime, e le vetrine non si smontano. Eusébio resterà, e con lui la squadra che raggiunse cinque finali europee in nove anni.
1967 — Gigi Meroni alla Juventus

L’estate torinese del 1967 è attraversata da una voce che sa di bestemmia: Gigi Meroni, la Farfalla granata, sta per passare alla Juventus. Sul tavolo 750 milioni di lire, cifra mai vista, e il presidente del Torino Orfeo Pianelli sembra convinto.
Torino insorge. Prima decine, poi centinaia, poi migliaia di tifosi in piazza. Si racconta che perfino gli operai della FIAT minacciarono di rallentare le linee di montaggio, colpendo l’azienda degli Agnelli nell’unico punto che conta davvero. Pianelli, travolto, rinuncia. Meroni resta granata e i tifosi sognano di ricostruirci intorno un nuovo Grande Torino. Il 15 ottobre di quello stesso anno, attraversando corso Re Umberto, viene travolto da un’auto. Aveva ventiquattro anni. Il trasferimento saltato più struggente della nostra storia.
1973 — Gerd Müller al Barcellona

Quando la Spagna riapre le frontiere agli stranieri, il Barcellona ha una lista. In cima non c’è Johan Cruyff. Il primo nome finirà al Real Madrid; il secondo obiettivo è Gerd Müller, il centravanti del Bayern Monaco che nel 1974 deciderà una finale mondiale.
Il Bayern non si muove, e i catalani ripiegano sulla terza opzione. Quella terza opzione si chiama Cruyff, vince il Pallone d’Oro l’anno stesso, riporta la Liga al Camp Nou dopo quattordici anni e fonda una scuola di pensiero che regge ancora oggi. Nel frattempo il Bayern, tenendosi Müller, vince tre Coppe dei Campioni consecutive. Due mancati trasferimenti in uno, entrambi decisivi, entrambi finiti bene per chi li subì.
1973 — Gigi Riva alla Juventus

14 luglio 1973. La Juventus mette sul tavolo del Cagliari due miliardi di lire più sei giocatori: tra questi Claudio Gentile, Roberto Bettega e Antonio Cuccureddu. A Gigi Riva, personalmente, un miliardo. Il presidente Arrica vorrebbe chiudere.
Riva dice no. Lo dice contro il proprio club, contro il proprio conto in banca, contro ogni logica di carriera. La Sardegna gli aveva dato una casa e un’identità, e lui non se la sentiva di andarsene: “sarebbe stata una vigliaccata”, spiegherà anni dopo. Fu anche una trattativa avvelenata — minacce di attentati, voci di un possibile rapimento del presidente — che convinse i bianconeri a mollare la presa. Quando la notizia si diffuse, Cagliari festeggiò con i caroselli, come per uno scudetto.
1978 — Maradona allo Sheffield United

Sembra una barzelletta e invece è documentata. Nel 1978 Harry Haslam, allenatore dello Sheffield United, va in Argentina a caccia di talenti e torna raccontando di un diciassettenne dell’Argentinos Juniors. L’offerta viene formulata davvero: circa 400.000 sterline per Diego Armando Maradona e il compagno Carlos Fren. Vengono perfino prenotate le visite mediche.
Poi gli intermediari alzano la posta, il consiglio d’amministrazione si impunta sulle commissioni e tutto salta. I Blades ripiegano su un altro argentino, Alex Sabella, pagato 160.000 sterline al River Plate. Sabella fu un ottimo giocatore. Maradona finì al Boca, poi al Barcellona, poi a Napoli, dove fece quel che sappiamo.
1988 — Paul Gascoigne al Manchester United

Alex Ferguson è al secondo anno al Manchester United e ha individuato l’uomo attorno a cui costruire tutto: Paul Gascoigne, ventunenne del Newcastle, miglior giovane d’Inghilterra. Al telefono, Gazza gli dà la parola. Ferguson parte per le vacanze a Malta immaginando un centrocampo con Bryan Robson.
Nel frattempo si muove il Tottenham. Il presidente Irving Scholar chiede al giocatore cosa serva per convincerlo: una casa da 120.000 sterline per i genitori. Poi un’auto per il padre. Poi, con una telefonata supplementare quasi comica, un lettino solare per la sorella. Gli Spurs dicono sì a tutto. Ferguson rientra dalle ferie e scopre di aver perso il giocatore che, decenni dopo, definirà l’unico vero rimpianto della sua carriera.
1995 — Zinedine Zidane al Blackburn

Il Blackburn ha appena vinto la Premier League. Kenny Dalglish e Ray Harford individuano il colpo per consolidarsi: un ventitreenne del Bordeaux di nome Zinedine Zidane, che insieme a Christophe Dugarry viene invitato a visitare il centro sportivo. L’intesa di massima con i francesi c’è.
Manca solo il via libera del proprietario Jack Walker, self-made man innamorato dei suoi campioni d’Inghilterra. La sua risposta è entrata nella storia del calciomercato: “perché dovremmo prendere Zidane, se abbiamo Tim Sherwood?”. Affare chiuso, anzi mai aperto. Un anno dopo il Blackburn esce malamente dalla Champions e chiude settimo; nel 1999 retrocede. Zidane, intanto, va alla Juventus e comincia a collezionare Palloni d’Oro.
2003 — Ronaldinho al Manchester United

David Beckham ha appena lasciato Old Trafford per il Real Madrid e Ferguson cerca il sostituto: Ronaldinho, campione del mondo in carica, in uscita dal Paris Saint-Germain. Accordo economico trovato, cifre ragionevoli, spogliatoio in fermento — Paul Scholes racconterà che mancava soltanto l’annuncio e l’assegnazione del numero.
Ma il Barcellona, appena beffato proprio su Beckham, si vendica sul mercato e piomba all’ultimo istante. Ronaldinho cambia idea. “Fu questione di quarantotto ore”, dirà anni dopo. A Barcellona vincerà Pallone d’Oro e Champions League. Lo United, per consolarsi, prese un diciottenne portoghese dello Sporting: Cristiano Ronaldo. A conti fatti, il trasferimento saltato meglio riuscito della storia.
2009 — Kakà al Manchester City

Gennaio 2009, il Manchester City degli sceicchi è appena nato e sceglie il colpo simbolo: Kakà, Pallone d’Oro in carica del Milan. L’offerta è mostruosa, oltre cento milioni, e il club rossonero — indebitato, in una fase di disimpegno — la prende seriamente in considerazione.
Milano si ribella. Sit-in sotto la sede di via Turati, cori a San Siro. Lo stesso Kakà racconterà di aver giocato contro la Fiorentina nel pieno della trattativa sentendo i tifosi gridargli di non svendersi, e di non essere riuscito a concentrarsi. Alla fine il brasiliano dice no: mancava solo la sua parola, e la sua parola fu un rifiuto. Cinque mesi dopo, però, partì lo stesso — destinazione Real Madrid. I tifosi vinsero una battaglia, non la guerra.