La calda estate di Paolo Rossi al Perugia

Per capire cosa accadde nell’estate 1979 bisogna tornare indietro di un anno, a quando Paolo Rossi non era ancora un problema ma un tesoro conteso. Nel 1978 la sua comproprietà tra Juventus e Lanerossi Vicenza andò a scadenza, e la legge dell’epoca imponeva la procedura più teatrale che il calcio italiano abbia mai conosciuto: le buste chiuse, aperte in una stanza a Milano davanti ai giornalisti, un’asta silenziosa in cui i due club scrivevano una cifra senza conoscere quella dell’avversario.

Il presidente biancorosso Giussy Farina, pur di non lasciar partire il suo bomber, infilò nella busta 2 miliardi e 612 milioni di lire. La Juventus, convinta di poter puntare su un giovane come Virdis, si fermò molto più in basso. Rossi restò a Vicenza, ma con un cartellino valutato oltre 5 miliardi: una cifra mostruosa per l’epoca, tale da costare le dimissioni al presidente federale Franco Carraro.

Mesi dopo lo stesso Farina avrebbe ammesso, quasi imbarazzato dalla propria audacia: “mi vergogno, ma non potevo farne a meno”. Era il prezzo di un ragazzo che nessuno, a Vicenza, era più disposto a perdere.

Quella maledetta domenica di maggio

Il paradosso, però, è che quell’investimento colossale si trasformò in una zavorra nel giro di dodici mesi. Il Vicenza di Farina, orfano della magia del secondo posto dell’anno precedente, arrancò per tutta la stagione 1978-79 mentre Rossi combatteva con un ginocchio malandato.

Domenica 13 maggio 1979, ultima giornata di campionato: il Vicenza cade 2-0 contro l’Atalanta e precipita in Serie B insieme proprio ai bergamaschi e a un Verona già condannato da settimane. Paolo Rossi, ventitré anni, campione del mondo mancato ma eroe assoluto del Mundial argentino, si ritrova sulla carta un calciatore di Serie B.

Un controsenso che il calcio italiano non può permettersi: il centravanti della Nazionale di Enzo Bearzot non può sparire dai radar proprio alla vigilia degli anni che lo attendono. Il problema è che Farina, per pagare quella busta da record, aveva promesso alla Juventus due miliardi e mezzo di cui ne aveva versati sì e no la metà. Bisognava vendere, e vendere in fretta.

Il telegramma delle cinque e venticinque

Per settimane sembrò tutto fermo. Il Vicenza aveva persino annunciato la riconferma di Rossi per la stagione in B, e le grandi — Milan, Juventus, ma anche Napoli e Roma — osservavano con finto disinteresse, certe che la disperazione economica di Farina avrebbe abbassato il prezzo da sola.

Poi, all’improvviso, il colpo di scena. Sono le 17,25 di venerdì 13 luglio 1979 quando le telescriventi dell’ANSA impazziscono: un comunicato congiunto di Vicenza, Perugia e dello stesso Rossi annuncia che il centravanti giocherà “in Serie A il prossimo campionato”. La formula è un prestito annuale rinnovabile, l’ingaggio per il Vicenza vale 500 milioni più le prestazioni di due giovani, Redeghieri e Cacciatori.

Il comunicato, quasi un trattato diplomatico, elenca con cura i motivi della scelta: un club competitivo, reduce da uno storico secondo posto dietro solo al Milan; la prospettiva delle coppe europee; e soprattutto una città, Perugia, giudicata “non stressante per un uomo che sta pagando in mancata tranquillità un pesante prezzo alla gloria sportiva”.

L’idea di D’Attoma

Resta un dettaglio da chiarire: come diavolo fece un club di provincia come il Perugia, guidato dal presidente Franco D’Attoma, a trovare mezzo miliardo di lire senza sanguinare? La risposta è probabilmente l’eredità più duratura di tutta questa vicenda.

D’Attoma non volle spremere gli abbonati né indebitare il club: si rivolse alla C.P.A., un’agenzia pubblicitaria perugina, chiedendo un progetto che trasformasse l’immagine della squadra in un asset economico. Amichevoli vendute a peso d’oro, diritti televisivi alle emittenti private, e soprattutto uno sponsor sulla maglia — cosa che la Federazione, all’epoca, non permetteva ancora ufficialmente.

Per aggirare il divieto, il Perugia fece stampare il marchio del pastificio locale Ponte attraverso una società di comodo, la Ponte Sportswear, creata apposta per non incorrere nelle sanzioni. Il debutto in campo della maglia sponsorizzata slittò fino al 23 marzo 1980, curiosamente proprio a Roma.

Fu il primo caso di sponsorizzazione di maglia nella storia del calcio italiano, quattro anni prima che diventasse la norma: un’operazione che il Perugia inventò di sana pianta pur di portare in Umbria il calciatore più discusso del paese.

Il no a Napoli

Nella trattativa entrò anche il Napoli, che avrebbe voluto anticipare di cinque anni il colpo Maradona affidando a Rossi la maglia azzurra. Ma Pablito, personaggio schivo per natura, rifiutò con parole che raccontano più di mille analisi tattiche il suo carattere.

“Che vengo a fare a Napoli, il salvatore della patria?”, avrebbe detto al direttore sportivo che lo corteggiava, spiegando di preferire una piazza dove poter vivere senza il peso di un’intera città sulle spalle.

Fu proprio questa ricerca di quiete, più che l’offerta economica, a spingerlo verso l’Umbria: una città giovane, senza il chiasso delle metropoli, dove tredici anni prima, il 9 novembre 1975, aveva peraltro esordito in Serie A in un modesto Perugia-Como. Il destino, a volte, ama chiudere i cerchi.

Tredici gol e un pareggio sospetto

Sul campo, la stagione umbra fu tutt’altro che memorabile per la squadra: il Perugia, reduce dall’imbattibilità dell’anno prima con Ilario Castagner in panchina, giocò un campionato anonimo e uscì presto dalla Coppa UEFA. Rossi, però, mantenne intatto il suo fiuto: tredici gol in ventotto partite, terzo nella classifica cannonieri di un torneo avaro di reti.

Poi, il 30 dicembre 1979, la partita che avrebbe cambiato tutto: Avellino-Perugia, finita 2-2, con una doppietta proprio di Rossi. Nei mesi successivi esplose lo scandalo del calcioscommesse, il famigerato Totonero: Pablito venne accusato di aver saputo di un accordo tra le due squadre per pareggiare la gara.

Lui negò sempre tutto — “pensavo al classico pareggio accettato da due squadre che non vogliono farsi male”, disse — ma la giustizia sportiva non gli credette fino in fondo.

Il prezzo della pace mai trovata

La condanna, tre anni poi ridotti a due in appello, travolse anche il Perugia, penalizzato di cinque punti e retrocesso in Serie B l’anno successivo: l’intera architettura commerciale immaginata da D’Attoma, la stagione dei miracoli, l’esperimento pionieristico dello sponsor, tutto sepolto sotto lo scandalo.

Eppure fu proprio Bearzot a scommettere ancora su di lui, decidendo — contro il parere quasi unanime dell’opinione pubblica — di convocarlo per il Mondiale di Spagna 1982 appena scontata la squalifica. Sappiamo come finì: sei gol, una tripletta al Brasile, il Pallone d’Oro.


Autore: Storie di Calcio