La mattina di sabato 10 luglio 1982, il telefono squilla nella redazione del Tg2. Dall’altra parte una voce comunica a Italo Moretti un’informazione riservatissima: “Pertini ha deciso di volare domattina a Madrid per assistere alla finale di Italia-Germania. Sei tra i pochi ammessi sul suo aereo.” Non è un incarico come gli altri. Domenica 11 luglio 1982 l’Italia di Enzo Bearzot giocherà la finale del Mondiale di Spagna contro la Germania Ovest, e il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ha stabilito di esserci, di persona, sugli spalti del Santiago Bernabéu.
La redazione non aveva esagerato. Il seguito presidenziale è ridotto all’osso: due ministri voleranno a Madrid con normali voli di linea, mentre al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini viene suggerito dal Quirinale di restare a Palazzo Chigi, vista l’instabilità che di lì a un mese lo porterà comunque a formare un secondo governo. Moretti si presenta a Ciampino insieme ad altri due “quirinalisti”, Carlo Rebecchi dell’Ansa e Claudio Angelini del Tg1. Li aspetta un Dc9 dell’Aeronautica Militare.
A bordo con il presidente
Decollato l’aereo, i tre cronisti si avvicinano a Pertini. Moretti si presenta come inviato del Tg2, e la reazione del presidente è immediata: “Il Tg2 non mi ama.” Non è una battuta casuale: dal 1980 la seconda rete è percepita vicina alla segreteria del Psi di Bettino Craxi, con cui i rapporti del Quirinale non sono mai stati distesi. Moretti replica sul momento, ricordando l’emozione provata quando, da Montecitorio, aveva annunciato in diretta l’elezione di Pertini al Colle. Il presidente lo prende in parola: “Dammi del tu”, gli dice, e convoca subito il capo del cerimoniale per farlo includere, il giorno seguente, nel pranzo riservato alla Nazionale al Quirinale.
Ad accogliere il Dc9 all’aeroporto di Barajas c’è Juan Carlos I, re di Spagna: tra i due capi di Stato il legame è evidente a tutti. Da lì, di corsa verso l’Hotel Alameda, dove la squadra alloggia alla vigilia della partita più importante della sua storia recente.
Le raccomandazioni della vigilia
All’incontro con gli Azzurri, Pertini distribuisce consigli e battute con la stessa disinvoltura. A Paolo Rossi, che arriva alla finale reduce dallo scandalo del calcioscommesse e da una squalifica appena scontata, raccomanda: “I tedeschi sono robusti, cerca di non farti pestare i piedi.” Al giornalista Rai Giampiero Galeazzi, detto “Bisteccone”, che gli fa notare come anche il cancelliere Helmut Schmidt sarà presente in tribuna, riserva invece un rimprovero scherzoso: “Ma che omologo e omologo, Schmidt è un cancelliere mentre io sono un presidente della repubblica.”
Non ci prendono più

L’indomani, allo stadio Santiago Bernabéu, Pertini siede tra Juan Carlos e Schmidt. Il primo tempo è tirato: Antonio Cabrini sbaglia un rigore e la tensione resta alta fino alla ripresa, quando l’Italia si sblocca con Paolo Rossi, raddoppia con Marco Tardelli e chiude i conti con Alessandro Altobelli. Ai gol azzurri Pertini scatta in piedi, incontenibile, e al terzo gol si lascia sfuggire, rivolto proprio verso il vicino Juan Carlos, la frase che diventerà iconica: “Non ci prendono più.” La Germania accorcia con Paul Breitner, ma è solo il gol della bandiera: finisce 3-1, e l’Italia è per la terza volta campione del mondo, dopo i successi del 1934 e del 1938. La gioia di Pertini a ogni rete, ripresa dalle telecamere, diventerà uno dei fotogrammi più celebri della storia della televisione italiana.
Una cena al tablao
Due ore dopo il triplice fischio, l’ambasciata d’Italia a Madrid ospita un ricevimento in onore del presidente. Gli invitati arrivano puntuali, ma l’ospite d’onore no: nessuno sa spiegarne il ritardo. Moretti resta accanto ad Angelini, che al Quirinale è di casa e riesce a strappare un’informazione riservata da un funzionario in abito blu: Pertini si trova in un tablao flamenco della città, dove assiste a uno spettacolo di canto e ballo andaluso.
I due cronisti raggiungono il locale e si fermano all’ingresso, vicino al banco delle tapas, temendo di disturbare. Pertini invece li nota e li invita al suo tavolo, dove siede con poche persone, tra cui il segretario generale del Quirinale Antonio Maccanico. Ordina ad alta voce una zuppa all’aglio e, rivolto al maître, spiega con una battuta in spagnolo il motivo della scelta insolita: “Stasera si può con l’aglio, perché no tenemos mujieres”, traducendo lui stesso per i presenti: “Siamo senza donne.”
Il volo del ritorno
Il lunedì mattina il Dc9 riporta a Roma i campioni del mondo, i tecnici, i dirigenti federali e il presidente del Coni Franco Carraro. Sul tavolino dell’aereo prende forma una scena che, negli anni, diventerà quasi più celebre della finale stessa: Pertini e il capitano Dino Zoff sfidano a scopone scientifico il ct Bearzot e Franco Causio, con la Coppa del Mondo appoggiata accanto alle carte. A vincere sono gli sfidanti: solo decenni più tardi Zoff ammetterà, sorridendo, che fu proprio Causio a “fregare” il presidente durante la partita.
Pertini scopre però, con fastidio, che a bordo viaggia anche il ministro per il Turismo, lo sport e lo spettacolo Nicola Signorello, ammesso senza che lui lo sapesse: aveva voluto tenere il governo lontano dall’impresa sportiva, e ora se lo ritrova tra i suoi ragazzi. È troppo tardi per farlo scendere, e neppure i tentativi di Carraro, preoccupato dei rapporti con l’esecutivo, riescono ad ammorbidirlo.
Ad attendere la squadra a Ciampino sono decine di migliaia di tifosi, tanto che i servizi di sicurezza propongono di trasferire il presidente e gli Azzurri al Quirinale in elicottero. Pertini rifiuta: “Non possiamo deludere la gente che aspetta da ore sotto il sole.” Scende per primo dall’aereo, seguito da Bearzot con la Coppa in alto, passata poi di mano in mano tra i giocatori. Ai fotografi che gliela porgono, il presidente risponde sempre allo stesso modo: “No, no, io la coppa non la tocco, l’hanno vinta loro, è soltanto la loro.”
Il pranzo al Quirinale

All’ora di pranzo, nel salone del Quirinale, Pertini nota di nuovo il ministro Signorello e si sente tradito una seconda volta. Chiede al capo del cerimoniale come sono disposti i posti a tavola e si sente rispondere che alla sua destra siederà proprio Signorello, alla sua sinistra Carraro. La reazione è immediata: “Voglio alla mia destra Bearzot e alla mia sinistra Zoff, il capitano.” Il ministro, spiazzato, si allontana verso una collocazione ben più defilata di quella prevista.
A tavola, tra una portata e l’altra, Pertini torna sulla giornata appena vissuta con la sua consueta ironia. Sull’espressione del cancelliere Schmidt durante la partita commenta: “Quella di un cane bastonato, ma presto lo inviterò a pranzo, a lui piace mangiar bene.” E aggiunge, riferendosi a Henry Kissinger, presente il giorno prima a un altro appuntamento: “La partita lo faceva soffrire, perché dovete sapere, ragazzi, che Kissinger è tedesco.”
Per Italo Moretti, quelle quarantott’ore tra Roma e Madrid restano uno dei ricordi più vividi di una carriera passata a raccontare la Repubblica: non solo una finale mondiale, ma il ritratto in presa diretta di un presidente che aveva scelto di vivere la vittoria dell’Italia come se fosse, semplicemente, un tifoso tra la folla.