Killer da stadio: la morte di Antonio De Falchi

Milano, 4 giugno 1989. Mancano più di quattro ore al fischio d’inizio di Milan-Roma, ultima giornata di un campionato ormai agli sgoccioli. Intorno a San Siro non c’è ancora nessuno, a parte una trentina di poliziotti e i primi tifosi che arrivano per assicurarsi un buon posto. Tra loro, quattro ragazzi romani appena scesi dal tram 24 a piazzale Axum. Devono percorrere duecento metri per raggiungere il cancello 16, quello che porta al settore ospiti. Uno di loro si chiama Antonio De Falchi, ha diciannove anni compiuti da pochi mesi, e da lì a poco più di un’ora sarà morto.

Una sigaretta, un’ora, una condanna

Il meccanismo che porta alla tragedia è agghiacciante nella sua semplicità. Un ragazzo sui diciotto anni, faccia comune, maglietta chiara, jeans, si avvicina ad Antonio con una domanda innocua: “Scusa, hai una sigaretta?”. Antonio intuisce il tranello e prova a rispondere mascherando l’accento. Non basta. Il ragazzo insiste: “Sai che ora è?”. E Antonio, questa volta senza riuscire a controllarsi: “Mancano cinque minuti a mezzogiorno”. La cadenza romanesca gli esce netta, inconfondibile. È il segnale che l’altro aspettava.

Il giovane si volta e fa un cenno. Da dietro un cantiere in cemento — parte dei lavori per il terzo anello dello stadio, in vista di Italia ’90 — sbucano almeno trenta persone. Sono quasi tutti giovanissimi, alcuni poco più che ragazzini. Si lanciano verso i quattro romanisti, che tentano la fuga.

Trenta contro quattro

Il servizio d’ordine, a quell’ora, è quasi inesistente: gli agenti presenti servono più che altro a intercettare i portoghesi e a controllare che non passino mazze o coltelli attraverso i cancelli. Nei primi, decisivi secondi dell’aggressione, nessuno può intervenire.

Tre dei quattro amici riescono a restare in piedi nonostante gli sgambetti. Antonio no: cade a terra e in dieci gli sono subito addosso, a calci e pugni. Il pestaggio dura meno di trenta secondi — un tempo brevissimo, eppure sufficiente. Poi gli aggressori si dileguano, mentre la polizia arriva finalmente a disperdere il gruppo e a soccorrere i quattro romanisti.

Sul momento sembra quasi che sia andata bene. Antonio si rialza da solo, è frastornato ma cosciente, scambia perfino qualche parola con gli agenti. Poi, all’improvviso, il colore gli sparisce dal viso. Diventa cianotico e crolla a terra. Un poliziotto tenta la respirazione bocca a bocca, poi il massaggio cardiaco. Non c’è niente da fare. Quando l’ambulanza lo trasporta al vicinissimo ospedale San Carlo, il corpo che i medici del pronto soccorso ricevono non ha più vita, pur senza presentare ferite gravi né lividi profondi.

Morto di paura

L’autopsia chiarirà il paradosso di quella morte senza segni evidenti: Antonio non è stato ucciso dai colpi in sé, ma da un infarto, aggravato da una lieve malformazione a una delle coronarie. Il giudice Guido Piffer, nella sentenza, la definirà una conseguenza della “eccezionale sollecitazione cardiaca” imposta al ragazzo dal gruppo che lo aveva accerchiato — un fattore che, insieme all’anomalia congenita, gli sarà fatale. In sostanza, per usare l’espressione che i cronisti dell’epoca useranno più spesso: Antonio è morto di paura, travolto dal terrore di vedersi circondato da teste rasate e giubbotti da aviatore.

Poche ore prima, all’ospedale San Carlo, i medici possono soltanto constatarne il decesso.

Chi era Antonio

Dietro il nome che diventerà simbolo resta un ragazzo di Torre Maura, quartiere popolare della periferia romana, dove viveva con la madre Esperia e altri sette fratelli. Aveva lasciato la scuola dopo le medie per andare a lavorare, prima come tappezziere e poi come fabbro in un’officina della borgata Finocchio. Il padre Enrico, impiegato in un negozio del centro, si era tolto la vita alcuni anni prima, lasciando la famiglia in una condizione già segnata dalla fatica. Antonio non aveva né sciarpe né simboli visibili che lo identificassero come tifoso della Roma — solo l’accento, quella mattina, a tradirlo.

Il processo e una sentenza che non convinse nessuno

L’inchiesta porta all’identificazione di tre imputati. Luca Bonalda, vent’anni, viene riconosciuto sia dagli amici di Antonio sia dagli agenti presenti. Il pubblico ministero Pietro Forno chiede per lui otto anni di reclusione; la Corte d’Assise gliene concede sette, con un risarcimento di 50 milioni di lire, ma applica anche il beneficio della libertà provvisoria: Bonalda trascorre in carcere solo poche ore, prima di tornare a casa e riprendere il suo lavoro di fattorino.

Gli altri due imputati, Daniele Formaggia, ventinovenne postino e leader di un gruppo della curva sud milanista, e Antonio Lamiranda, ventunenne studente di giurisprudenza, vengono assolti per insufficienza di prove: nessun testimone li aveva riconosciuti tra gli aggressori.

Una sentenza che lascia l’amarezza di un conto mai davvero saldato. “E questa è la giustizia? È uno schifo”, dirà Esperia, la madre di Antonio, vestita di nero all’uscita dall’aula. “A me questa sentenza non sta bene. Loro dovevano pagare, anche se nessuno mi può riportare il povero Antonio”.

Una partita giocata comunque

Quel pomeriggio, Milan-Roma si gioca lo stesso, con circa un’ora di ritardo rispetto al programma. Il Milan reduce dal trionfo in Coppa dei Campioni conquistato pochi giorni prima a Barcellona, avrebbe dovuto festeggiare il trofeo davanti al proprio pubblico. La cerimonia viene annullata, i cori si spengono, gli striscioni vengono ritirati in segno di lutto. La partita finisce 4-1 per i rossoneri, ma il risultato, quella domenica, conta pochissimo. Ai funerali di Antonio, celebrati a Roma il 7 giugno, partecipano anche calciatori giallorossi come Giuseppe Giannini, Angelo Peruzzi e Sebastiano Nela, insieme al presidente della Roma Dino Viola, che si fa carico delle spese della cerimonia.

Un nome che non si è mai spento

A distanza di oltre tre decenni, il ricordo di Antonio De Falchi non si è affievolito. Ogni 4 giugno, i tifosi giallorossi tornano a Torre Maura, dove un grande cuore giallorosso dipinto tempo fa viene ricolorato come un rito. Striscioni, murales e coreografie della curva sud dell’Olimpico continuano a portare il suo nome, anche nelle sfide più recenti contro il Milan. Non è retorica sportiva: è la memoria di un ragazzo di diciannove anni che, per un accento e cinque minuti di troppo, non è mai entrato in quello stadio.


Autore: Storie di Calcio