Nel cortile di un forte alla periferia di Parigi, in una gelida mattina di fine dicembre, un uomo in giacca scura viene legato a un palo davanti al plotone. Ha trentanove anni, un fisico ancora asciutto da atleta e uno sguardo che, dicono i testimoni, resta stranamente calmo fino all’ultimo istante, quasi si trattasse di un’altra delle tante partite giocate in carriera. Dopo la scarica dei fucili un soldato gli si avvicina e gli spara un colpo alla nuca, il colpo di grazia riservato ai casi più gravi. È così che la Francia liberata chiude i conti con Alexandre Villaplane: non un gangster qualunque, ma l’uomo che quattordici anni prima aveva guidato in campo la nazionale francese nella primissima partita della storia dei Mondiali di calcio.
Il ragazzo di Costantina
Villaplane nasce a Costantina, nel cuore dell’Algeria francese, in una famiglia che di soldi ne ha pochi. Si trasferisce dagli zii in Francia a sedici anni, un pied-noir in cerca di un futuro diverso da quello scritto per lui in colonia, dove la povertà lascia poco spazio ai sogni. Il calcio diventa da subito la sua unica via di fuga: comincia a tirare calci al pallone nel Football Club de Séte, dove nel giro di poche stagioni la sua classe salta all’occhio a tutti. È un centrocampista energetico, duro nel tackle, ma capace anche di un tocco elegante nei passaggi e di un colpo di testa che diventerà il suo marchio di fabbrica. Ad accorgersi per primo del suo talento è l’allenatore scozzese Victor Gibson, che lo lancia tra i professionisti in un’epoca in cui il professionismo, in Francia, è ancora ufficialmente proibito.
La stella dei Bleus
Nel 1927 Villaplane passa allo Sporting Club Nimois con la promessa non dichiarata di un lavoro ben retribuito: sono gli anni dell’amateurisme marron, quando i club aggirano le regole federali pur di accaparrarsi i giocatori migliori sotto banco, pagandoli con impieghi fittizi. L’11 aprile 1926 arriva l’esordio in Nazionale, in una vittoria per 4-3 sul Belgio: è il primo calciatore nativo del Nord Africa a indossare la maglia dei Bleus, un piccolo pezzo di storia che passerà quasi inosservato ai suoi tempi. Nel 1929, tre anni prima che il professionismo diventi legale, il suo passaggio al Racing Club de Paris fa scalpore per l’ingaggio spropositato che il club gli garantisce sottobanco, tanto da accelerare la spinta verso la fine del dilettantismo di facciata nel calcio francese. Il denaro, però, Villaplane non lo nasconde: lo spende tra i locali notturni di Parigi e i tavoli dell’ippodromo, dove comincia a frequentare ambienti sempre meno raccomandabili della malavita cittadina.
Novanta minuti a Montevideo
Il 13 luglio 1930, nel freddo pungente dell’Estadio Pocitos di Montevideo, Villaplane guida la Francia nella partita inaugurale del primo Mondiale della storia, davanti a poco più di tremila spettatori infreddoliti. I francesi travolgono il Messico per 4-1: Lucien Laurent firma il primo gol iridato di sempre su assist dell’ala Ernest Libérati, poi raddoppia Marcel Langiller con un’azione personale e completa la festa André Maschinot, autore di una doppietta. Ridotti in dieci per l’infortunio al portiere Alexis Thépot, sostituito in porta dal difensore Augustin Chantrel, i francesi resistono senza tremare fino al triplice fischio. Villaplane dirà in seguito che quella fu “la giornata più bella della mia vita”. Sarà anche la sua ultima grande gioia da calciatore: dopo le sconfitte contro Argentina e Cile, la Francia saluta il torneo agli ottavi, e il capitano non vestirà mai più la maglia della Nazionale, chiusa a venticinque presenze e cinque volte con la fascia al braccio.
La caduta

Il declino, da lì, è rapido quanto era stata fulminea l’ascesa. Passato all’Antibes nel 1932, Villaplane vince la finale di campionato contro lo Sporting Club Fives Lille, ma il trionfo dura lo spazio di un’inchiesta: il risultato era stato combinato in anticipo, e il titolo viene tolto agli antibesi con tanto di scandalo sui giornali sportivi dell’epoca. Sospettato di essere lui l’artefice della combine, cambia squadra due volte, prima al Nice e poi al Bordeaux, ritrovando in panchina proprio Victor Gibson, l’uomo che lo aveva scoperto anni prima e che ora fatica a riconoscerlo. L’ex predestinato è ormai un’ombra di se stesso: salta gli allenamenti, si trascina in campo senza il minimo interesse, e dopo appena tre mesi viene cacciato dalla Bastidienne. La sua carriera di calciatore finisce così, senza clamore, tra il disinteresse generale della stampa che lo aveva osannato pochi anni prima. Nel 1934 arriva la prima condanna, per una truffa legata alle corse dei cavalli: un antipasto amaro di quello che sarebbe venuto negli anni successivi.
L’autista della Carlingue
Quando i tedeschi entrano a Parigi nel giugno 1940, Villaplane sta scontando l’ennesima pena, questa volta per ricettazione. Appena uscito di prigione, la sua strada incrocia quella di Henri Lafont, capo della Carlingue, la famigerata Gestapo francese con sede al numero 93 di rue Lauriston, un covo destinato a diventare tristemente famoso per le torture che vi si praticano tra un piano e l’altro. Villaplane comincia come semplice autista, poi sale rapidamente di grado grazie alla sua totale spregiudicatezza: un procuratore, al processo finale, lo definirà un “truffatore nato”. Arrestato una volta dalle stesse SS per il furto di un carico di pietre preziose e rinchiuso nel campo di Compiègne, viene liberato solo grazie all’intervento personale di Lafont. Diventa così l’autista di Pierre Bonny, ex ispettore di polizia corrotto e altro pilastro della banda: è un uomo ormai al servizio totale dell’occupante, specializzato nel racket dei commercianti d’oro terrorizzati dalle retate.
Il macellaio del Périgord
Nel febbraio 1944, su proposta di Lafont e del nazionalista algerino Mohamed el-Maadi, nasce la Brigade Nord-Africaine, un corpo ausiliario voluto dalla Gestapo per stroncare la Resistenza nel sud-ovest della Francia. Villaplane viene promosso sottotenente delle SS e messo a capo di una delle sue cinque sezioni. Il 15 marzo la brigata entra a Périgueux sotto lo sguardo attonito della popolazione, messa a disposizione del capo della Gestapo locale, il tedesco Michaël Hambrecht. Da lì comincia una scia di sangue nel Périgord: il 7 aprile un proprietario e il suo domestico vengono derubati e uccisi in una casa di Pomport, mentre tra marzo e giugno si susseguono i massacri di Brantôme, Sainte-Marie-de-Chignac e Saint-Germain-du-Salembre. L’11 giugno la brigata fucila cinquantadue persone a Mussidan, dieci delle quali muoiono per mano diretta dello stesso Villaplane. Secondo le stime raccolte al processo, il bilancio complessivo delle vittime accertate nel solo dipartimento della Dordogna supererà le duecento unità. Un testimone racconterà che i miliziani “strappavano i gioielli dai cadaveri” ancora caldi delle vittime. Un altro descriverà l’ex capitano della Francia in mezzo a quell’orrore come “calmo e sorridente”. Quando intuisce che la Germania sta perdendo la guerra, Villaplane prova goffamente a ripulirsi la coscienza lasciando fuggire qualche prigioniero, ma continua nel frattempo a estorcere denaro a chi crede ancora in una possibile salvezza: il procuratore chiamerà questo suo ultimo trucco “il ricatto della speranza”.
Il plotone d’esecuzione
Catturato dalla Resistenza parigina nell’agosto 1944, mentre gli Alleati risalgono a tappe forzate verso la capitale, Villaplane viene processato dal Tribunale della Senna nei primi giorni di dicembre insieme ai suoi complici della Carlingue, tra cui lo stesso Henri Lafont. È riconosciuto colpevole di almeno dieci omicidi, oltre che di alto tradimento e intelligenza col nemico. Il 26 dicembre 1944, nel cortile di Fort de Montrouge, il plotone d’esecuzione chiude la parabola più vertiginosa nella storia del calcio francese: dal prato dell’Estadio Pocitos, capitano di una nazione intera, al cortile di un forte alla periferia di Parigi, fucilato come un traditore qualunque.
Un nome cancellato
Per decenni, dei libri di storia del calcio francese, il nome di Villaplane è scomparso quasi del tutto: troppo scomodo da accostare ai colori della Francia, troppo lontano dalla retorica eroica che di solito accompagna i pionieri di un Mondiale. Eppure quella maglia numero dieci indossata a Montevideo resta un fatto, incancellabile quanto i massacri del Périgord. Del ragazzo di Costantina che aveva segnato l’inizio simbolico della più grande competizione calcistica del mondo, quel mattino di fine dicembre, non restava più nulla: solo un cadavere in un cortile, e una domanda che la Francia avrebbe impiegato decenni a porsi apertamente, ossia come un eroe sportivo possa trasformarsi, nel giro di pochi anni, nel peggiore dei suoi carnefici.