Novecento anni prima che un pallone rotolasse per la prima volta su un campo giapponese, i cortigiani della corte imperiale si passavano una palla di cuoio in un gioco chiamato kemari, nato all’interno delle pratiche shintoiste. Quando gli inglesi arrivarono con le loro regole codificate, i giapponesi credettero di riconoscere un’eco di quell’antico rituale. Si sbagliavano, ma l’equivoco fu provvidenziale: aprì una porta che, con tutta calma, il calcio avrebbe attraversato lentamente per un secolo intero.
Un ufficiale di marina e un pallone nuovo
Fu Archibald Lucius Douglas, ufficiale della marina britannica e istruttore presso l’accademia navale di Tokyo, a introdurre il gioco nel 1873, facendolo esibire ai cadetti durante le esercitazioni. Il Giappone stava attraversando il Periodo Meiji, un’epoca di riforme radicali che toccavano l’istruzione, il credito, la struttura sociale: un paese che smontava pezzo per pezzo il proprio passato feudale per rincorrere l’Occidente.
In questo clima di apertura, però, il calcio non trovò terreno fertile quanto il baseball, sport che si sposava meglio con la rigidità gerarchica della società nipponica: ruoli fissi, turni scanditi, poco spazio all’improvvisazione. Come nota lo scrittore Sebastian Moffett nel suo libro Japanese Rules, anche la tradizione militare pesava: in Occidente la battaglia si combatteva a gruppi contrapposti con armi da fuoco, mentre in Giappone restava viva la memoria del duello singolo, del guerriero contro guerriero — non troppo diverso, in fondo, dal faccia a faccia tra lanciatore e battitore.
Le prime squadre nacquero comunque, dentro le scuole normali di Tokyo, Hiroshima, Kobe, Kyoto, Nagoya: il calcio giapponese, per i suoi primi cinquant’anni, sarebbe rimasto un affare scolastico.
Un campionato nato da un equivoco
Bisognò attendere il 1918 perché il paese vedesse qualcosa che somigliasse a un torneo nazionale — e nacque, curiosamente, da un errore giornalistico. Quell’anno si disputarono tre tornei regionali indipendenti, nel Kansai, nel Kantō e nel Tōkai. Alcuni cronisti li spacciarono per gironi di qualificazione a un campionato nazionale che, in realtà, non esisteva. La notizia (falsa) arrivò fino alla Football Association inglese, che decise di premiare comunque la futura squadra vincitrice con una coppa d’argento.
Tre anni dopo, sotto l’egida della neonata JFA (Japan Football Association), quel campionato immaginario divenne reale: si presentarono venti squadre, e a sollevare il trofeo londinese fu il Tokyo Football Club, che in finale superò 2-0 la scuola normale di Aoyama. Quella competizione sarebbe poi diventata l’antenata dell’attuale Coppa dell’Imperatore.
Il 1923 portò invece una tragedia: il terremoto del Kantō, oltre 142mila vittime, costrinse a rinviare il campionato. E mentre il paese si rialzava, il baseball guadagnava terreno, arrivando nel 1935 a istituire il primo campionato professionistico giapponese per uno sport di squadra. Il calcio, intanto, restava confinato tra i banchi di scuola — ma proprio lì si formava la generazione che avrebbe poi popolato le squadre aziendali del dopoguerra.
Le aziende scendono in campo
La vera svolta arrivò con le Olimpiadi di Tokyo del 1964. Il Giappone, deciso a non sfigurare in casa, chiamò in panchina il tedesco Dettmar Cramer. Fu lui a introdurre un concetto che sarebbe diventato leggendario: lo yamato damashi, lo spirito giapponese. “La vittoria su voi stessi e sulle vostre paure è quella più grande”, ripeteva ai suoi giocatori, che tecnicamente lasciavano a desiderare — non sapevano nemmeno colpire di testa — ma che imparavano in fretta.
Nel 1965, su proposta dello stesso Cramer, nacque la Japan Soccer League (JSL), il primo campionato amatoriale organizzato su base nazionale. Le squadre non portavano nomi di città, ma di aziende: Hitachi, Mitsubishi, Toyota, la Toyo Kogyo di Hiroshima — quest’ultima capace di vincere il primo torneo con dodici vittorie e nessuna sconfitta. I calciatori erano, a tutti gli effetti, impiegati: la mattina in ufficio, il pomeriggio in allenamento, la sera nei dormitori aziendali.
Fu in questi anni che emerse Kunishige Kamamoto, centravanti della Yanmar Diesel e probabilmente il miglior attaccante nella storia del calcio giapponese: 75 gol in 76 presenze in nazionale, più il titolo di capocannoniere alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, dove il Giappone conquistò uno storico bronzo.
Lo spirito giapponese va in Europa
Il vero salto di qualità, però, arrivò da un impiegato ventenne della Furukawa Electric. Nell’estate del 1977, durante una tournée in Germania, gli osservatori del Colonia notarono un centrocampista venticinquenne dai movimenti puliti: Yasuhiko Okudera. Il tecnico Hennes Weisweiler gli offrì un contratto, e Okudera accettò, diventando il primo calciatore giapponese a giocare da professionista in Europa — oltre che il primo asiatico a segnare in Coppa dei Campioni, nella semifinale del 1978-79 contro il Nottingham Forest.
Della sua stessa umiltà, tipicamente giapponese, resta un aneddoto rivelatore: quando gli chiesero come avesse fatto ad arrivare fin lì, rispose semplicemente che “ci sono decine di giocatori al mio livello in Giappone”. Il Colonia, quell’anno, vinse pure il campionato tedesco.
In patria, però, la notizia passò quasi inosservata: il calcio restava uno sport di secondo piano, e il professionismo — riservato di fatto ai pochi stranieri della JSL — avrebbe dovuto attendere ancora.
La rivoluzione di Kawabuchi
L’uomo che avrebbe cambiato tutto si chiamava Saburo Kawabuchi, ex centrocampista della Furukawa ed ex segretario generale della JFA. L’idea gli era nata già negli anni Sessanta, durante un ritiro della nazionale a Duisburg: lì aveva visto un centro sportivo aperto a tutta la comunità, non proprietà esclusiva di un’azienda, e se n’era innamorato.
Nel 1991 lasciò il proprio incarico per dedicarsi a tempo pieno al progetto, e nel maggio del 1993 la J.League debuttò ufficialmente. La prima regola imposta da Kawabuchi fu tanto semplice quanto rivoluzionaria: via i nomi delle aziende, spazio a quelli delle città e a denominazioni più fantasiose, capaci di creare un’identità in cui le comunità locali potessero riconoscersi. Il modello di riferimento, dal punto di vista sociale, era in parte quello della Bundesliga tedesca; per il marketing, invece, si guardò agli Stati Uniti, ingaggiando la Mizuno come sponsor tecnico unico e la Sony per loghi e mascotte.
Il 15 maggio 1993, allo stadio olimpico di Tokyo, il Verdy Kawasaki affrontò gli Yokohama Marinos davanti a uno stadio esaurito. Il pubblico giapponese, abituato al baseball e al sumo, non sapeva ancora come si facesse il tifo per una squadra di calcio: alcuni presidenti, come Yoshiharu Yamamoto dei Flügels, dovettero letteralmente inventarsi dei gruppi organizzati di tifosi, forniti di tamburi e coreografie.
Il pallone cresce, tra alti e bassi
Le prime dieci squadre della J.League diventarono presto dodici, poi quattordici, sedici, diciotto. La stagione 1994 stabilì un record di affluenza — quasi 20mila spettatori a partita — che resiste ancora oggi. Seguì però un triennio difficile, segnato dalla crisi finanziaria asiatica e dal fallimento degli Yokohama Flügels, assorbiti dai rivali cittadini.
Il campionato attirò comunque nomi importanti: Gary Lineker, primo straniero della lega al Nagoya Grampus Eight; Zico, che al Kashima Antlers segnò un gol di tacco così spettacolare da meritarsi una statua fuori dallo stadio; poi Dunga, Leonardo, Bebeto, oltre a diversi italiani come Daniele Massaro e Totò Schillaci. Anche in panchina arrivarono grandi nomi: Arsène Wenger al Nagoya, Osvaldo Ardiles tra Shimizu, Yokohama e Tokyo Verdy, Alberto Zaccheroni sulla panchina della nazionale.
Fu proprio la qualificazione al Mondiale di Francia 1998 — la prima nella storia del Giappone — a segnare uno spartiacque generazionale. Il commissario tecnico Takeshi Okada scelse di puntare su un ventunenne dai capelli tinti e dal carattere ribelle, capace di litigare con i giornalisti e alzare la voce contro i compagni più anziani: Hidetoshi Nakata. Rompeva ogni regola non scritta della gerarchia giapponese, eppure divenne l’idolo di un’intera generazione — il segno più chiaro che il calcio del Sol Levante, dopo un secolo di apprendistato, aveva finalmente trovato la propria voce.