Fortunato, un marziano a Perugia

Nell’estate del 1980, quando l’Italia riapre le frontiere agli stranieri dopo undici anni di autarchia calcistica, il Perugia va a cercare in Argentina l’erede di Paolo Rossi — appena travolto dallo scandalo del calcioscommesse — e lo trova in un centravanti che nella sua ultima stagione con l’Estudiantes aveva segnato quanto Diego Armando Maradona: ma tra Mar del Plata e la conca umbra la distanza, per Sergio Elio Fortunato, si rivelerà molto più lunga di un volo intercontinentale.

Giugno 1981 — L’attesa al Curi

È un giovedì di giugno, ore tre del pomeriggio, e allo stadio Curi la prima squadra sta per scendere in campo contro la Primavera: un’amichevole di circostanza, buona solo a tenere viva l’immagine del club, mentre da un momento all’altro ci si aspetta che esca il nome del nuovo allenatore. Nello spogliatoio si gioca al toto-mister — chi scommette su Renna, chi su Fabbri — mentre nell’ufficio del diesse Ramaccioni si intesse la trattativa con l’ex fiorentino Carosi, dopo che i nomi di Marchioro e Agroppi sono già stati bruciati. In mezzo a questa attesa collettiva ce n’è una più intima e più dolorosa: quella di Sergio Elio Fortunato, che al cronista di turno affida solo una battuta, mezza scherzo e mezza preghiera — sperare che il prossimo tecnico non assomigli al precedente.

Per capire il peso di quella speranza, bisogna tornare indietro di un anno esatto.

Estate 1980 — L’eredità di due fantasmi

A Perugia, quell’estate, si respira l’aria di chi deve voltare pagina due volte insieme. Il campionato precedente si era chiuso con Paolo Rossi deferito e squalificato per il calcio scommesse, e la giustizia sportiva aveva lasciato in dote ai biancorossi cinque punti di penalizzazione da scontare nella stagione 1980-81. Ma a lasciare un vuoto ancora più profondo era stato l’addio, proprio in quei mesi, di Ilario Castagner: il tecnico che aveva costruito il Perugia dei miracoli, la squadra capace di chiudere imbattuta il campionato 1978-79 dietro al solo Milan, se n’era andato alla Lazio dopo sei stagioni sulla panchina biancorossa. Chi arrivava, quell’estate, non ereditava solo la casella di un bomber squalificato: ereditava anche l’ombra di un ciclo appena concluso.

La dirigenza, con Ramaccioni a tessere i contatti, si mise a guardare oltreoceano. Complice la riapertura delle frontiere — una novità epocale, dopo che il calcio italiano si era sigillato ai calciatori stranieri dal 1966 — ogni club poteva tesserarne uno solo, e il Perugia decise di giocarsi quella carta su un nome sconosciuto al grande pubblico ma temuto in Sudamerica: Sergio Elio Fortunato, centravanti dell’Estudiantes de La Plata. Per portarlo in Umbria servirono 780 milioni di lire, cifra ragguardevole per l’epoca, più un ingaggio niente male. Nello stesso mercato arrivò anche il centrocampista Antonio Di Gennaro, a rinforzare una squadra che doveva rincorrere una salvezza già in salita prima ancora del fischio d’inizio, e che intanto affidava la panchina non più al padre putativo di tanti ragazzi cresciuti lì, ma a un tecnico giovane e ancora da dimostrare: Renzo Ulivieri.

Sulla carta, un colpo da prima pagina. Nei fatti, l’inizio di un equivoco che sarebbe durato una stagione intera.

1972-1980 — Il ragazzo che sfidò Maradona

Fortunato non era un signor nessuno spedito in Italia a caso. Cresciuto calcisticamente tra i campi di Mar del Plata, la sua città natale, si era fatto le ossa nei club minori della zona prima di approdare al Racing Club e poi al Quilmes, dove tra il 1976 e il 1977 mise insieme numeri da vero centravanti d’area: settantasei presenze e trentuno reti. Fu però con la maglia dell’Estudiantes, a partire dal 1978, che esplose davvero: opportunista, poco propenso a correre ma letale nei sedici metri, arrivò a griffare diciannove reti in una singola stagione, lo stesso bottino di un ragazzo che in quegli anni stava già diventando leggenda, Diego Armando Maradona. Non bastò per soffiargli il titolo di capocannoniere, ma bastò per farsi notare da César Luis Menotti, che lo convocò in Nazionale: cinque presenze con l’Albiceleste e un posto nella rosa della Copa América 1979.

Sulla sua tecnica, in Italia, si sarebbero dette anche cose non vere: che fosse negato di testa, per esempio, quando proprio con l’Estudiantes, due stagioni prima, di testa aveva segnato otto reti. Un curriculum niente male, per un ragazzo che in Italia sarebbe durato una sola, complicata stagione. Ma il calcio, si sa, non sempre premia chi arriva con le credenziali migliori: premia chi trova, al momento giusto, l’allenatore giusto.

Autunno 1980 — Il marziano di Ulivieri

Il problema, a Perugia, non fu la qualità dell’argentino: fu la casella in cui qualcuno decise di infilarlo. Il tecnico biancorosso portava in dote un’idea di calcio tutta corsa e sacrificio, agli antipodi del pressing spregiudicato che aveva reso grande il Perugia di Castagner. E così, invece di piazzare l’ex Estudiantes lì dove aveva sempre reso — dentro l’area di rigore, in agguato — lo spedì a fare densità sulla fascia sinistra, con il compito di rincorrere il terzino avversario piuttosto che concludere l’azione.

Fortunato, va da sé, non la prese bene: si sentiva un finalizzatore trasformato in un marcatore, e non perdeva occasione per dirlo a chiunque volesse ascoltarlo. Una domenica al Curi, contro il Napoli, gli tocca il compito di non perdere di vista Bruscolotti anziché cercare la porta: la partita finisce 0-0, e quello 0-0 diventa per lui l’emblema di un intero campionato passato a inseguire piuttosto che a essere inseguito. I cronisti dell’epoca, spiazzati da un centravanti che non segnava e da un rendimento che proprio non tornava, iniziarono a chiamarlo il Marziano, l’oggetto misterioso del campionato: un epiteto tanto simpatico quanto crudele, perché fotografava un giocatore che a Perugia sembrava arrivato davvero da un altro pianeta, incapace di farsi capire in campo prima ancora che fuori.

A guardare gli altri stranieri sbarcati quell’anno in Serie A, per giunta, il confronto non lo consolava: c’era chi, come lui, si sentiva trattato quasi da un padre dal proprio allenatore, e chi passava le serate a cena con il proprio tecnico parlando d’altro. A lui, di calcio, si continuava a parlare dalla mattina alla sera — sempre e solo per spiegargli come non giocare a quello che sapeva fare.

Eppure, fuori dal campo, quelle radici umbre le stava mettendo sul serio: si era portato dietro la moglie Liliana e la piccola Giulietta, tre anni, e aveva preso casa a poche centinaia di metri dal Curi, in una località che si chiamava — per uno scherzo del destino non richiesto — Ferro di Cavallo: il simbolo della fortuna, proprio accanto al cognome di chi, quella fortuna, in campo non riusciva più a trovarla. Allo stadio ci andava a piedi, come un impiegato qualsiasi diretto al proprio ufficio, un ufficio dove però continuava a lavorare fuori mansione. E quando gli si chiedeva degli amici trovati in città, la risposta era amara: nel calcio, diceva, le amicizie sbocciano solo se segni.

Maggio 1981 — Due gol inutili

La stagione, del resto, procedeva verso il disastro con o senza il suo contributo. A metà campionato Ulivieri lasciò la panchina all’allenatore in seconda, l’avvocato Giampiero Molinari, ma il cambio non bastò a invertire la rotta: con il peso dei cinque punti di penalizzazione sulle spalle, il Perugia annaspò fino all’ultima giornata, e persino il miglior marcatore della rosa, Salvatore Bagni, chiuse l’annata con appena cinque reti — la controprova di un attacco che semplicemente non tirava mai in porta, Fortunato o non Fortunato.

Lui, relegato quasi sempre in panchina, trovò il gol solo quando ormai tutto era compromesso: prima a San Siro, in una sconfitta per 3-1 contro l’Inter, poi il 24 maggio, tra le mura amiche del Curi, quando firmò l’1-0 sul Torino. Due reti che avevano il sapore della vendetta personale più che dell’utilità sportiva: il Perugia, infatti, era già retrocesso da settimane, e chiuse il campionato al penultimo posto, davanti solo alla disastrosa Pistoiese. Dodici presenze e due gol, in una stagione intera: il bilancio finale di un investimento che dieci mesi prima era stato presentato come la soluzione a tutti i mali biancorossi.

Giugno 1981 — Un nuovo allenatore, un vecchio rimpianto

Torniamo così a quel giovedì al Curi, con Fortunato in attesa di sapere chi guiderà il Perugia in Serie B. Se il nuovo tecnico lo giudicherà solo per una stagione da dimenticare, dice, tanto vale fare le valigie: in fondo anche un certo Sergio Clerici, prima di diventare bomber in Serie A, aveva passato diverse annate tra i cadetti. Il rapporto con l’allenatore, per lui, è tutto: basta guardarsi negli occhi. E qui affida al cronista la frase che meglio di ogni statistica racconta la sua stagione: «L’occhio del buon allenatore ingrassa il purosangue».

A Perugia, quell’occhio, non lo trovò mai. Nell’estate del 1981 fece le valigie per la Spagna, dove vestì la maglia del Las Palmas per due stagioni, prima di un’ulteriore tappa in Austria, al Favoritner AC, e infine di un ritorno a casa, tra Estudiantes, Aldosivi e San Lorenzo, dove chiuse la carriera a metà degli anni Ottanta nella sua Mar del Plata.

Appesi gli scarpini al chiodo, si reinventò procuratore sportivo, un mestiere che gli riuscì decisamente meglio di quello del centravanti in trasferta: stavolta non doveva essere lui a farsi capire dagli allenatori, ma trovare agli altri l’allenatore giusto, o quantomeno la squadra giusta. Ed è qui che la storia si chiude con un’ironia che vale un intero campionato: tra i suoi assistiti più importanti ci fu Mauro Germán Camoranesi, connazionale poi naturalizzato italiano, campione del mondo con la maglia azzurra nel 2006. L’uomo che l’Italia non aveva saputo capire da calciatore contribuì, da agente, a portare un altro argentino sul tetto del mondo proprio con quei colori.

Un’ultima curiosità, giusto per chiudere il cerchio: a chi gli chiedeva la sua età esatta, Fortunato rispondeva sempre con un anno di meno di quello scritto sull’annuario del calcio. Un vezzo comune tra i calciatori sul viale del tramonto, si potrebbe pensare. O forse, più semplicemente, l’unico modo rimasto a disposizione per cancellare un anno della propria vita: quello in cui un Perugia già retrocesso in partenza decise di non avvalersi delle sue capacità di goleador.


Autore: Storie di Calcio