Ottobre 1970: in appena dodici giorni il destino di Gigi Riva passa dal cielo all’inferno. A San Siro un giornalista gli cuce addosso un soprannome che lo renderà immortale; a Vienna la scarpa bullonata di Norbert Hof gli spezza la gamba destra e, per mesi, quasi la voglia di continuare. È la storia di un anno terribile che il centravanti del Cagliari attraversò rifiutandosi, testardamente, di essere trattato da vittima.
San Siro Non Dimentica
Quarta giornata di campionato, il Cagliari campione d’Italia in carica arriva a Milano reduce da due vittorie e un pareggio, in condizioni di forma smaglianti. Heriberto Herrera deve invece rinunciare a diversi titolari dell’Inter, tra cui Boninsegna, Bedin e Jair. Arbitra Concetto Lo Bello, uno che di partite importanti se ne intende.
Bastano sette minuti perché la squadra sarda passi in vantaggio: punizione dal limite, sponda di Greatti, sinistro di Riva che si infila potente nella porta nerazzurra. La combinazione si ripete identica al 21°, stavolta con Riva che chiude il triangolo e viene servito al limite dell’area piccola: Fabbian scivola, Vieri esce a vuoto, ed è ancora gol. Una doppietta che si abbatte come una tempesta sull’Inter, ormai schiacciata nella propria metà campo. A undici minuti dalla fine Domenghini supera il portiere con un tocco morbido e lascia la palla vuota davanti alla porta: Riva l’accompagna dentro senza nemmeno sfiorarla, poi la ripesca e la scaglia altissima, in un gesto che è insieme sfogo e orgoglio. Resta solo il tempo per la rete della bandiera di Mazzola, all’88°, sul 3-1 finale.
Davanti a settantamila spettatori il Cagliari gioca forse la sua partita più bella. Ed è proprio quel giorno che Gianni Brera, folgorato dalla potenza del mancino sardo, conia per lui il soprannome che lo consegnerà al mito: Rombo di Tuono. Un’etichetta perfetta per un ragazzo arrivato dal Nord, da Leggiuno, che in Sardegna aveva trovato una squadra costruita a sua immagine: filosofica e ruvida al tempo stesso, come il suo allenatore Manlio Scopigno, capace di reggere il peso di uno scudetto storico proprio perché nessuno, in quella squadra, si prendeva troppo sul serio tranne quando c’era da vincere. Nessuno, tra gli spalti gremiti, poteva immaginare che il destino avesse già scritto il capitolo successivo, e che sarebbe stato ben più amaro.
Il Prater e la Scarpa di Hof

Il sabato seguente l’Italia, infarcita di quattro giocatori rossoblù, debutta nelle qualificazioni all’Europeo 1972 contro l’Austria. Valcareggi costruisce la squadra sull’ossatura del Mondiale messicano, affiancando Mazzola a Rivera. Riva, febbricitante, resta in dubbio fino alla vigilia: basterebbe un decimo di grado in più per fermarlo. Non succede, e il destino può fare il suo corso.
In campo le gambe sono un po’ fiacche, ma Riva si batte lo stesso e prepara i gol azzurri: segna De Sisti, pareggia Parits, raddoppia Mazzola. Il dramma arriva al 76°: Riva cade di schianto, coprendosi il volto con le mani. Non urla, mentre la scarpa bullonata del ventisettenne viennese lo colpisce come una mazzata sulla gamba destra. Sono le 16:41, mancano quattordici minuti alla fine. Sul Prater scende un silenzio drammatico, rotto solo dalla disperazione di Domenghini, che capisce prima di tutti la gravità di quel che è appena successo.
Il medico della Nazionale, Fino Fini, è tra i primi a soccorrerlo e racconterà di un Riva che piangeva invocando «mamma mia, mamma mia». Un’ambulanza già in moto lo porta alla clinica universitaria di Vienna. Nel corridoio bianco dell’ospedale, camici che vanno e vengono, nessuno che parla: solo attesa. Alle 17:30 arriva la sentenza, con due lastre in mano: frattura netta del terzo inferiore del perone destro, con lacerazione parziale dei legamenti. Il professor Spengler applica lo stivaletto di gesso. Fini è chiaro: cinquanta, sessanta giorni di recupero, ma completo. Non è la stessa gamba che Riva si era già rotto tre anni prima, contro il Portogallo a Roma: quella fu, se possibile, ancora più grave.
Accanto a lui, alla sorella Lucia, Riva prova a fare coraggio più di quanto ne riceva: «Non voglio far la vittima, dimostrarmi debole», dice, spiegando che con la maglia azzurra ha sempre dato il meglio di sé, tra esaltazione e sconforto. Poi, prima di partire per una clinica di Milano, la frase che dice più di ogni bollettino medico: non gli pesa la frattura, gli pesa che vogliano venderlo come eroe-vittima. Non ha intenzione di recitare quella parte.
Non è la prima volta che il corpo di Riva presenta il conto. Già il 27 marzo 1967, alla sua terza presenza in Nazionale, un’uscita disperata del portiere portoghese Américo lo aveva steso a Roma, frattura del perone della gamba sinistra e sei mesi di stop. Allora come ora, Riva era già capocannoniere del campionato: chiuse comunque la stagione in testa alla classifica marcatori, perché nessuno riuscì a raggiungerlo nelle giornate che gli restarono da spettatore forzato. Quella prima frattura lo aveva reso, agli occhi del pubblico, un guerriero fragile e insieme indistruttibile: un ossimoro che il Prater di Vienna, tre anni e mezzo più tardi, si sarebbe incaricato di confermare nel modo più duro.
L’Uomo che Rifiutò di Recitare

Da lì in avanti, silenzio. Riva chiude le porte a radio, televisione e giornali, e il suo isolamento durerà mesi. Nel frattempo il Cagliari, sotto shock, parte per Madrid convinto di potercela fare anche senza il suo bomber: sono solo parole. Tre gol di un attaccante di nome Luis, per una beffa del destino che ama i giochi di parole crudeli, spediscono i sardi fuori dalla Coppa dei Campioni.
Senza Riva il Cagliari torna a essere una squadra normale, e la normalità, dopo uno scudetto, sa di crisi. Pareggio sofferto in casa col Foggia, acquisto di Menichelli che non incide, Scopigno che fa quel che può con quel che ha. È la fine, se non della squadra, di un ciclo che sembrava eterno: quello scudetto, lo si capirà solo con gli anni, resterà l’unico della storia del club, e la sua fragilità — costruita tutta attorno a un solo uomo — si rivela proprio nel momento in cui quell’uomo viene a mancare.
A complicare le cose ci si mette pure il gossip: i giornali scoprono una presunta relazione del campione, e i rotocalchi gli danno la caccia fin nel suo rifugio sardo. Riva torna in Sardegna e si chiude, protetto da amici fidati, come un leone in gabbia che non deve rendere conto a nessuno. Quando riemerge, la sintesi è quasi lapidaria: nessun interesse lo ha mai distratto dalla sua unica passione, il calcio.
Il Ritorno a Marassi

I mesi passano lenti. L’Italia gioca senza di lui e vince facile con l’Irlanda a Firenze, l’8 dicembre. Il 20 febbraio la Nazionale sbarca proprio a Cagliari per un’amichevole con la Spagna, ma Riva, ancora in riabilitazione, rifiuta persino di andare al ritiro di Santa Margherita di Pula. È un gesto polemico che Valcareggi paga caro: non convoca un solo cagliaritano, l’Italia perde 1-2 e sul commissario tecnico piovono arance e mandarini dagli spalti, come se fosse lui il colpevole dell’incidente di Vienna.
Il Cagliari, in difficoltà tecnica ed economica, riceve invece un piccolo dono anticipato: Riva brucia i tempi della sua rieducazione e torna in campo il 14 marzo 1971, contro la Juventus. Lo marca Spinosi con tutti i riguardi del caso, e Riva stesso lo rassicura: se deve prendere una botta, non si tirerà indietro. La prestazione è però sottotono, un solo tiro in porta e una vistosa zoppia dopo venti minuti: finisce 1-1, e per la prima volta da anni il Cagliari non fa più notizia come prima.
C’è, in quei mesi, una piccola metamorfosi nell’uomo Riva. Capisce che l’amore del pubblico, capace di innalzarti al cielo e poi voltarti bruscamente le spalle, è la regola del gioco, non l’eccezione. E allora, il 25 settembre 1971, quasi un anno esatto dopo l’incidente di Vienna, torna a indossare la maglia azzurra per un’amichevole contro il Messico. Quando sbuca dal sottopassaggio di Marassi il cuore gli batte come non mai. Il pubblico scioglie ogni timore in una lunga ovazione: è la fine dell’incubo, e l’ennesima rinascita di un uomo che di rinascite, nella vita, ne avrebbe collezionate ancora.
Un mito che non ha mai smesso di correre
Quell’anno terribile non fu che un episodio, per quanto centrale, di una carriera che aveva già scritto e avrebbe ancora scritto la storia del calcio italiano. Il 12 aprile 1970, in una domenica di Pasqua, Riva aveva firmato uno dei due gol con cui il Cagliari battè il Bari e si laureò campione d’Italia per la prima e unica volta nella sua storia: il primo scudetto conquistato da un club del Sud. Due anni prima, all’Olimpico, era stato lui a sbloccare la finale-bis dell’Europeo contro la Jugoslavia, portando l’Italia a un titolo che mancava da trent’anni. E in Messico, nell’estate del 1970, avrebbe messo la firma nel leggendario 4-3 contro la Germania Ovest, la semifinale ribattezzata “partita del secolo”, prima di arrendersi in finale al Brasile di Pelé.
Il 29 settembre 1973, con una doppietta a San Siro contro la Svezia, superò il record di Giuseppe Meazza e divenne il miglior marcatore di sempre della Nazionale: 35 gol in 42 presenze, un primato che resiste tuttora. Nonostante le offerte faraoniche di squadre ben più ricche, non lasciò mai il suo Cagliari, dove chiuse la carriera nel 1976 con 208 reti in 377 partite. Da dirigente, sarebbe poi diventato capo delegazione della Nazionale, ruolo che ricopriva ancora quando gli azzurri di Buffon e Cannavaro alzarono la Coppa del Mondo nel 2006.
Gigi Riva è morto il 22 gennaio 2024 a Cagliari, la città che lo aveva adottato senza che lui se lo aspettasse, colpito da un infarto a 79 anni. Ai suoi funerali, celebrati nella Basilica di Bonaria, si strinsero trentamila persone, mentre sul feretro venivano posate due maglie numero 11, quella del Cagliari e quella della Nazionale. L’uomo che nell’autunno del 1970 aveva rifiutato con tutte le sue forze di essere trattato da eroe-vittima è diventato, cinquantatré anni più tardi, il simbolo che ha tenuto insieme un’isola intera davanti a un’unica, sterminata fila di gente in lacrime.