Sul prato del Monumental, prima del calcio d’inizio tra Germania Ovest e Polonia, il microfono passa a Henry Kissinger. L’ex segretario di Stato americano non usa mezzi termini: “questo paese ha un grande futuro, su tutti i livelli”. Accanto a lui, il presidente della FIFA João Havelange rincara la dose: “finalmente il mondo potrà vedere la vera faccia dell’Argentina”. Parole che, quasi cinquant’anni dopo, suonano come una beffa. La vera faccia dell’Argentina, in quei mesi, era quella nascosta nei sotterranei delle caserme, non quella incorniciata dalle bandiere dello stadio.
Un Paese Nato con un Pallone
Il calcio arriva in Argentina con i capitali britannici, nella seconda metà dell’Ottocento. Insieme alle ferrovie, gli inglesi portano scuole e società sportive: nel 1867 nasce il Buenos Aires Football Club, nel 1891 il primo campionato. Lo sport si diffonde in fretta nei barrios popolari — basta una palla — e nel 1913 il Racing Club diventa la prima squadra di soli argentini a vincere il titolo. I club, ben prima del suffragio universale maschile, eleggono democraticamente i propri presidenti: piccole repubbliche dentro un paese che di lì a poco repubblica non sarà più. Il legame tra pallone e potere è antico: Juan Domingo Perón siede spesso in tribuna, sua moglie Evita finanzia i tornei giovanili. Una consuetudine che i militari erediteranno, moltiplicandola.
Il Processo
Il 24 marzo 1976 una giunta guidata dal generale Jorge Rafael Videla, insieme all’ammiraglio Emilio Massera e al capo dell’aeronautica Orlando Agosti, rovescia Isabel Perón e sospende la Costituzione. Comincia il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”. Sindacati aboliti, stampa imbavagliata, salari congelati. E poi i rapimenti: le cifre ufficiali parlano di novemila desaparecidos, le stime indipendenti arrivano a trentamila. Tra i sequestrati anche il giornalista Rodolfo Walsh, sparito nel marzo 1977 dopo aver scritto una lettera aperta a Videla sui crimini del regime, e — secondo alcune ricostruzioni — il giovane attaccante del Club Atlético Colón Javier Felipe Guzmán, ventiquattro anni, rosarino. Anche il calcio, in fondo, aveva i suoi desaparecidos.
I Giovedì di Plaza de Mayo
Dal 30 aprile 1977, ogni giovedì sera, un gruppo di donne si riunisce sotto la Casa Rosada. Camminano in cerchio, in silenzio, per mezz’ora: sono le madri dei desaparecidos, l’unica opposizione visibile in un paese ammutolito. I militari arrivano ad assoldare gruppi di hooligan tra le curve più violente, le barras bravas, per intimidirle. Ma il cerchio, ogni settimana, si ricompone. Anni dopo, una di loro dirà allo scrittore Simon Kuper una frase che vale più di mille analisi: “grazie al mondiale tutto il mondo ha conosciuto la nostra storia”.
Menotti, lo Smilzo

A guidare la nazionale c’è César Luis Menotti, “el Flaco”, uomo di sinistra, distante anni luce dall’ideologia dei generali. Eppure proprio lui viene confermato sulla panchina dell’Argentina: è considerato l’unico capace di riportare la coppa in patria, e per questo tollerato. Racconta Osvaldo Ardiles, centrocampista di quella squadra:
“nessuno poteva criticare il governo. Era ovvio che Menotti non la pensasse come i militari, e senza dubbio molte volte hanno pensato di sostituirlo. Ma era considerato la sola chance di vincere i mondiali, perciò lo tolleravano”.
Un allenatore scomodo diventato, suo malgrado, la miglior vetrina del regime.
La Marmelada Peruana
Superato un girone d’apertura complicato — si parte con una sconfitta contro l’Italia — l’Argentina arriva all’ultimo atto del girone di semifinale contro Perù, Brasile e Polonia. Le partite decisive non si giocano in contemporanea, e la squadra di casa sa già cosa le serve: battere il Perù con almeno quattro gol di scarto per volare in finale. Finisce 6-0, in una delle gare più contestate della storia del calcio.
In porta, per i peruviani, gioca Ramón Quiroga, argentino naturalizzato un anno prima proprio per giocare quel mondiale. Videla in persona, secondo diverse ricostruzioni, visita l’allenamento della nazionale ospite alla vigilia. Nei mesi successivi arrivano a Lima una spedizione di grano argentino e l’apertura di una linea di credito. Anni dopo, il figlio di un boss del narcotraffico colombiano racconterà nelle sue memorie di somme di denaro fatte arrivare alla squadra peruviana. Quiroga ammetterà, molto tempo dopo, che qualcosa quella sera non tornava.
Novanta Minuti Accanto all’Inferno

Il 25 giugno 1978, ottantamila persone riempiono il Monumental per la finale contro l’Olanda. In tribuna d’onore Videla e i suoi generali. A poche centinaia di metri, la Escuela de Mecánica de la Armada: uno dei principali centri di tortura del regime, da cui sono passati migliaia di detenuti, quasi tutti mai più tornati. I superstiti racconteranno che le torture si interrompevano durante le partite della nazionale — persino durante i voli della morte, i lanci di prigionieri vivi nel Río de la Plata. Finisce 3-1 per l’Argentina dopo i supplementari. Daniel Passarella solleva la coppa dalle mani dello stesso generale che, quella sera, stringe le mani a tutta la squadra davanti alle telecamere di mezzo mondo.
Il Dilemma di Ardiles
Resta una domanda che il tempo non ha sciolto: Menotti, con il suo calcio di bellezza, ha servito la propaganda della dittatura o l’ha silenziosamente sabotata, imponendo l’eleganza dove i generali cercavano solo la vittoria come specchio? Lo stesso Ardiles, tornando su quella notte, confessa un pensiero che lo perseguita ancora:
“stavamo disputando la finale nello stadio del River Plate, e a tre-quattrocento metri c’era la scuola di meccanica navale. Penso, quando segnavamo, tutti ci potevano sentire. Le guardie magari dicevano ai prigionieri ‘stiamo vincendo’. Uno è l’aguzzino, l’altro la sua vittima. E poi penso: coloro che erano imprigionati come si sentivano, felici o tristi?”.
Erano argentini, e la loro nazionale vinceva per la prima volta la Coppa del Mondo. Ma sapevano anche che quella vittoria avrebbe tenuto in piedi ancora a lungo chi li teneva prigionieri. Una sola bandiera sfilò quella notte per le strade di Buenos Aires: portata dai calciatori, artefici di un trionfo sportivo e, senza volerlo, strumento di un regime.