“È la cosa più importante delle cose meno importanti”: così Arrigo Sacchi, uno dei pochi allenatori capaci di trasformare un modulo in una visione del mondo, riassumeva il paradosso che il calcio si porta dietro da sempre. Uno sport che si dichiara futile e che però decide l’umore di una settimana intera, la voce con cui si rientra a casa la domenica sera, il colore di un ricordo d’infanzia.
Da questo cortocircuito sono partiti in tanti, filosofi compresi. Jean-Paul Sartre sosteneva che “il calcio è una metafora della vita”; Sergio Givone rovesciava la formula sostenendo che “la vita è una metafora del calcio”. Due frasi identiche nella forma e opposte nella direzione, che dicono però la stessa cosa: in quel rettangolo verde si nasconde qualcosa che assomiglia troppo da vicino a ciò che siamo, per liquidarlo come semplice passatempo.
Basta guardare cosa succede quando la partita finisce. L’emozione non si spegne con il fischio dell’arbitro: esce dallo stadio, si riversa nelle strade, coinvolge anche chi non ha seguito l’incontro. Lo stesso gioco si reinventa ogni giorno lontano dai riflettori, nei campetti sterrati di periferia, nei cortili di scuola, ovunque un gruppo di ragazzi si ritrovi intorno a un pallone sognando di essere qualcun altro per novanta minuti. È un fenomeno troppo diffuso e troppo intenso perché la letteratura, prima o poi, non decidesse di occuparsene.
Per questo motivo scrittori, poeti, semiologi e persino qualche allenatore-filosofo hanno provato, nel corso di un secolo, a leggere il calcio come si legge un romanzo: cercandoci dentro una trama, un carattere, una morale.
Un poeta guarda la vittoria
Il primo a farlo, in Italia, fu Giacomo Leopardi. Nel 1821 dedicò un’intera canzone, A un vincitore nel pallone, a un giovane di Treia, Carlo Didimi, che si era distinto in una di quelle sfide al pallone col bracciale molto popolari nelle Marche dell’epoca, un antenato rustico e regionale del calcio moderno. Il poeta, che di corporatura minuta e salute fragile non aveva mai potuto vantare un simile vigore fisico, celebra il ragazzo con un entusiasmo in cui si intuisce anche una punta d’invidia.
Dietro l’elogio sportivo, però, si intravede già l’idea di esistenza che accompagnerà tutta l’opera leopardiana: la vita va giocata come una partita, senza fermarsi troppo a interrogarsi sul senso ultimo del gesto, perché è l’azione in sé, non il suo scopo, a salvare dall’ignavia. Leopardi non stava scrivendo di sport per hobby. Stava usando lo sport, con la sua energia immediata e concreta, per dire qualcosa che alla sola lirica astratta sarebbe costato molto di più.
Un secolo dopo, un altro poeta avrebbe scoperto il calcio quasi per caso, restandone travolto.
Il rito che arriva tardi
Umberto Saba entrò per la prima volta in uno stadio da adulto, per accompagnarci la figlia che voleva vedere la sua Triestina. Fino a quel giorno i tifosi che si disperavano dietro un pallone lo avevano solo irritato: non ne capiva il senso, gli sembrava un’agitazione sproporzionata rispetto all’oggetto. Poi si trovò dentro quella folla e qualcosa cambiò. Le poesie che ne nacquero raccontano proprio questo passaggio: l’ingresso di un io intimo e riservato dentro l’io collettivo della curva, il tempo sospeso dell’attesa prima del fischio, la malinconia struggente di chi da bambino avrebbe voluto diventare calciatore e non c’è riuscito, i sentimenti opposti dei due portieri nell’istante di un gol, uno che si dispera rivolto a terra e l’altro che, costretto comunque a restare tra i pali, può almeno lasciare vagare l’anima insieme ai compagni che festeggiano lontano. Saba non spiega il calcio: lo abita, da esterno diventato improvvisamente interno.
Dall’altra parte dell’Atlantico
Se in Italia il calcio si è fatto poesia e nostalgia, in Sudamerica si è fatto epica popolare. Eduardo Galeano, nel suo libro sul football, racconta come la destra veda nei calciatori persone che ragionano soltanto con i piedi, e la sinistra persone che non ragionano affatto: due modi diversi per liquidare uno sport che, ai suoi occhi, resta invece un linguaggio autonomo, capace di vivere con le proprie gambe senza chiedere permesso al potere. Per quanto i tecnici lo programmino nei minimi dettagli e i potenti lo sfruttino, scriveva Galeano, “il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto”, il luogo dove il piccolo può umiliare il gigante e nessuno sa davvero cosa succederà tra un minuto.
Non ignorava, Galeano, il lato oscuro del business che gira attorno al pallone. Ma proprio come càpita con gli amori importanti, le miserie non bastavano a spegnere lo splendore del gioco. I dittatori passano, scriveva; un gol resta.
Sulla stessa sponda del mondo, scrittori come Osvaldo Soriano e Manuel Vázquez Montalbán hanno raccontato il calcio come mitologia quotidiana: due sassi per segnare le porte, una palla anche di stracci, e un emisfero destro del cervello pronto a immaginare uno stadio colmo pronto ad applaudire. Il calcio come prima forma di libertà a disposizione di chiunque, dal cortile di periferia al Maracanã.
Non tutti, va detto, hanno condiviso questo entusiasmo. Jorge Luis Borges, connazionale di Galeano ma di temperamento opposto, guardava al fenomeno calcistico con un certo fastidio aristocratico, sospettoso di ogni passione capace di muovere folle intere con la stessa facilità con cui le muove un demagogo. È un contrappunto utile: anche tra gli scrittori sudamericani il calcio non ha mai messo tutti d’accordo, ed è forse proprio questa capacità di dividere, e non solo di unire, a renderlo un oggetto interessante per chi scrive.
Il calcio come lingua
Fu Pier Paolo Pasolini, nel gennaio 1971, a spingersi oltre la metafora e a proporre qualcosa di più radicale: il calcio non assomiglia a un linguaggio, è un linguaggio a tutti gli effetti, con le sue unità minime — i tocchi di palla tra un giocatore e l’altro — che si combinano secondo una sintassi propria, quella dell’azione di gioco. Da qui la distinzione, insieme seria e giocosa, tra un calcio “di prosa” e un calcio “di poesia”. Il primo è quello europeo, sintattico, fatto di schemi, geometrie e movimenti collettivi previsti a tavolino; il secondo è quello sudamericano, fatto di scarti imprevedibili, invenzione individuale e un rapporto quasi anarchico con la palla. Una distinzione che, va detto, semplifica per gioco più di quanto la realtà del campo permetterebbe, ma che ha il merito di dare un nome preciso a una differenza che i tifosi avvertono da sempre, anche senza saperla formulare.
Pasolini portò questa stessa attenzione anche nel cinema, filmando i campetti sterrati delle borgate romane in Mamma Roma e intervistando alcuni calciatori del Bologna per Comizi d’amore. In fondo per lui, che in gioventù giocava da ala destra, il calcio era una forma di scrittura fatta con i piedi invece che con la penna: “dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei grandi piaceri”, disse una volta, mettendo il pallone alla pari con le due cose che contavano di più nella sua vita.
La solitudine di chi sta tra i pali
C’è un ruolo, nel calcio, che ha sedotto la letteratura più di ogni altro: quello del portiere, l’unico che nel gioco di squadra vive comunque isolato, con le proprie decisioni e i propri errori tutti a suo carico.
Albert Camus difese la porta della Racing Universitaire Algerios da ragazzo, prima che la tubercolosi lo costringesse a smettere. Da adulto, ormai premio Nobel, avrebbe detto che quanto sapeva con più certezza sulla morale e sui doveri degli uomini lo doveva proprio a quegli anni tra i pali: una morale semplice, fatta di lealtà verso i compagni e rispetto delle regole condivise, che gli sembrava più solida di molte costruzioni della filosofia e della politica.
Anche Vladimir Nabokov fu portiere, prima nella Russia natale e poi tra i pali del Trinity College di Cambridge. Nella sua autobiografia si descrisse come un’“aquila solitaria”, un ruolo che in Russia porta con sé un’aura di fascino quasi letterario e che in Inghilterra, terra di spirito di squadra, viene invece guardato con un certo sospetto, come un cedimento all’esibizionismo individuale. Ricordava con orgoglio le uscite plateali, i tuffi spettacolari sui tiri più insidiosi, il momento in cui restava disteso a terra qualche istante di troppo, tutto pur di godersi il boato dello stadio. Anche da lì, forse, nacque la sua vocazione di scrittore isolato, sempre un po’ straniero rispetto al contesto che lo circondava, per scelta più che per destino.
Cinquant’anni dopo sarebbe stato Peter Handke, con il romanzo poi diventato film di Wim Wenders, a fare del portiere il protagonista di una parabola sull’incomunicabilità: Josef Bloch, ex portiere espulso da una partita, vaga senza meta per Vienna, incapace di ritrovare un senso nelle proprie giornate. Il calcio, per Handke, è solo il punto di partenza; ma la scelta del ruolo non è casuale. Nessun’altra posizione in campo racconta così bene l’attesa, l’isolamento, il momento in cui tutto si decide in un istante mentre si è completamente soli.
Undici modi di essere qualcuno
Anche fuori dai pali, ogni ruolo del campo sembra portarsi dietro un temperamento e quasi una scuola di pensiero. Il difensore centrale, che dice no a tutto per mestiere, assomiglia allo scetticismo più radicale; il regista che inventa la giocata risolutiva si avvicina all’idea romantica dell’arte come intuizione pura; l’ala che dribbla tutti, avversari e a volte anche i compagni, insegue la bellezza fine a se stessa più del risultato. Il centravanti, poi, ha qualcosa di omerico: è sempre in viaggio, cerca l’occasione buona per tornare a casa — cioè in porta —, e quando finalmente ci riesce, sugli spalti c’è sempre qualcuno che lo aspettava da tempo, come una Penelope in tribuna.
Anche il portiere, tornando per un attimo tra i pali, si presta a questo gioco di specchi: chiamato a scegliere in una frazione di secondo se uscire o restare sulla linea, vive una condizione che assomiglia più a un dilemma esistenziale che a una decisione tattica. Il centrocampista di rottura, che rinuncia volentieri alla giocata elegante pur di garantire equilibrio alla squadra, sembra invece appartenere a una scuola di pensiero più sobria, quasi verista, per cui conta il risultato collettivo più del guizzo individuale che nessuno ricorderà.
Naturalmente si può sorridere di questi accostamenti, e in parte è giusto farlo: nessun manuale di tattica cita Fichte o Hegel tra le fonti. Ma il fatto che paragoni di questo tipo siano venuti in mente a così tante persone diverse, in epoche e lingue diverse, dice comunque qualcosa: undici uomini che si muovono su un prato non raccontano soltanto una partita.
Un gioco che non ha mai smesso di essere altro
Tra ironia e sostanza, il triangolo tra calcio, letteratura e filosofia regge da un secolo e più. Chi ha mai rincorso un pallone da bambino ritrova qualcosa di sé in queste pagine di poeti, romanzieri e pensatori, dalla finale di un mondiale ai ragazzini che giocano ancora oggi in un parco di periferia.
Guardare il calcio con questa lente non toglie nulla al gioco: non serve a spiegarlo, e nemmeno a nobilitarlo agli occhi di chi lo considera comunque un passatempo minore. Serve solo ad aggiungere un modo in più per raccontarlo, accanto a tutti gli altri, dal telecronista al bambino che rifà il gol appena visto in televisione contro il muro di casa.
Il calcio non ha mai avuto bisogno della letteratura per esistere, ma la letteratura, quando ha voluto raccontare la vita nel suo farsi imprevedibile, ha spesso avuto bisogno del calcio. Come diceva José Mourinho, “chi dice che il calcio sia solo calcio, non capisce nulla di calcio”.