L’ultimo derby di Masetti tra divieti e follie naziste

Nella primavera del 1944 via Veneto è tagliata da transenne e picchetti armati: i grandi alberghi, requisiti dai comandi germanici, sono diventati caserme di lusso. All’Excelsior si è insediato il generale Kurt Mälzer, comandante della piazza di Roma, tanto famoso per i pranzi innaffiati di champagne quanto responsabile, appena sei settimane prima, dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. È sotto la sua autorità che si moltiplicano i divieti che soffocano la capitale: niente biciclette, niente telefonate o telegrammi fuori città, niente notti fuori dalla propria abitazione. Il coprifuoco si stringe di settimana in settimana, dalle undici alle nove, poi dalle nove alle sette, mentre la razione di pane scende a cento grammi, la metà di quanto viene concesso nel resto d’Italia.

Fuori le mura, l’offensiva alleata su Cassino è nel vivo: i tedeschi scavano trincee davanti alle mura aureliane, sgomberano i sobborghi dell’Appia e della Casilina, piazzano vedette in cima ai campanili delle chiese più illustri. Eppure, incredibilmente, in questo scenario da incubo il calcio romano continua a giocarsi. Ed è un derby — l’ultimo di un grande portiere — a raccontarlo meglio di ogni bollettino di guerra.

Un campionato nato per caso

Con la Serie A congelata dal conflitto, a Roma si arrangia un torneo cittadino, il Campionato Romano, che mette insieme squadre rionali come il Trastevere, formazioni aziendali come la MATER e l’Elettronica, e naturalmente i due club professionistici. È una competizione raccogliticcia, giocata tra allarmi e rinvii, ma capace comunque di muovere un discreto giro di cassa: l’incasso lordo dell’intero torneo sfiora le 394 mila lire, e una volta detratte tasse e spese varie, alla prima squadra ne restano 204 mila da spartire, con altre 32 mila che finiscono nelle casse sociali. Il piatto forte, manco a dirlo, resta la stracittadina.

L’andata, disputata il 9 gennaio, si era chiusa 1-1 grazie a un guizzo del giovane Amadei. Il ritorno, fissato per il 7 maggio allo stadio Nazionale del PNF — l’impianto che nel 1934 aveva ospitato la finale del Mondiale e che dal 1940 è diventato casa anche della Roma — promette di essere tutt’altra storia, e infatti richiama sugli spalti una folla sorprendente per i tempi.

Il Fornaretto e la squalifica immeritata

Ad accendere la curiosità c’è soprattutto il ritorno in campo di Amedeo Amadei, il centravanti-bambino del primo scudetto giallorosso del 1942, da poco riammesso al calcio giocato dopo una squalifica a vita tanto clamorosa quanto ingiusta. Tutto era cominciato l’anno prima, il 23 maggio 1943, in una rovente semifinale di Coppa Italia contro il Torino: nella mischia seguita a un gol contestato, qualcuno aveva colpito il guardalinee Massironi, e la federazione, incapace di individuare il vero colpevole, aveva scaricato la colpa proprio su Amadei, che si era rifiutato di fare la spia sul compagno responsabile. Quel compagno confesserà solo anni più tardi, durante una cena tra ex giocatori.

Nel frattempo il “Fornaretto” di Frascati, romano d’adozione e idolo popolare, ha vissuto mesi di umiliazione e ristrettezze: abita al nono piano di un appartamentino in piazza d’Istria, dove dorme sul pavimento nudo perché l’unico letto disponibile è occupato dall’anziana madre Elena. A complicare le cose, proprio l’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, un bombardamento alleato aveva colpito Frascati e distrutto il forno di famiglia, quello stesso che gli aveva dato il soprannome. Amadei, che pure di quei guadagni avrebbe avuto un disperato bisogno, aveva già girato buona parte del premio scudetto ai genitori per ricostruirlo. Tornare in campo, per lui, significa dunque anche tornare a esistere agli occhi della città.

Il vecchio capitano tra i pali

L’altro motivo di richiamo è la presenza in campo dell’allenatore-giocatore Guido Masetti, il portiere veronese che da quattordici anni difende i pali della Roma e che nel 1942 ha alzato da capitano il primo scudetto della storia giallorossa. Con la Nazionale ha vinto due Mondiali, nel 1934 e nel 1938, senza mai scendere in campo nelle due rassegne: bastava la sua sola presenza in rosa, si diceva scherzando, a portare fortuna alla squadra.

Ritiratosi ufficialmente nel febbraio 1943 dopo 338 presenze in giallorosso — nessun altro portiere ne ha collezionate di più nella storia del club —, Masetti ha già vissuto un primo addio; ma la guerra ha sparigliato ogni piano, e da allenatore-giocatore si ritrova a riprendere i guanti dopo la partenza del portiere Blason verso Venezia. Nessuno, quel 7 maggio, immagina che lo staranno vedendo in campo per l’ultima volta.

Il ragazzo che rischiava la deportazione

Tra il pubblico dello stadio Nazionale c’è anche Vittorio Finizio, futuro cronista del Corriere dello Sport e cantore delle imprese giallorosse, allora poco più che un ragazzo. Seguire da vicino un’esibizione del mitico capitano dello scudetto non è per lui un capriccio ma quasi un dovere sentimentale — peccato che la sua frenesia sportiva rischi di costargli caro: un giovane per strada, in quei mesi, può finire senza troppe formalità nelle mani delle SS.

A togliergli le castagne dal fuoco ci pensa Vincenzo Biancone, storico dirigente della Roma conosciuto anni prima, quando Finizio si era recato in via del Tritone a ritirare l’abbonamento: il “Sor Vincenzo” lo sistema in un angolo dei distinti, vicino a una scaletta da cui, in caso di bisogno, si può guadagnare rapidamente l’uscita. È così che il ragazzo assiste, senza saperlo, all’ultima recita in giallorosso del suo idolo.

Ottanta minuti di follia, zero gol

La partita, alla fine, si gioca davvero, e regala il suo pezzo di leggenda. Tra l’8′ e il 18′ Masetti compie due interventi che il cronista dell’epoca Ennio Mantella consegna alla storia come “due capolavori”, opponendosi a Manola e Andreolo. Al 33′, su un calcio d’angolo, è proprio Andreolo a deviare verso la rete: il portiere si accartoccia sul pallone e lo blocca, ma nel tuffo la spalla — già malandata per precedenti infortuni — si lussa per l’ennesima volta.

Chiunque altro sarebbe uscito dal campo. Masetti, con il braccio al collo, resta in campo e si sposta all’ala. I difensori della Lazio, scriverà Finizio, “non osarono avvicinarsi al ferito. Si limitarono a controllarlo a distanza”. Termina 0-0, un pareggio che somiglia quasi a un atto di rispetto reciproco, l’ultimo regalo di un pomeriggio sospeso tra il campo e la guerra.

Quattro settimane dopo

Non passano nemmeno quattro settimane prima che le avanguardie alleate entrino a Roma: il 4 giugno 1944 la capitale viene liberata, e con essa si chiude anche l’incubo dei divieti di Mälzer e delle vedette sui campanili. Per Masetti quella stracittadina resta l’ultima apparizione da giocatore in maglia giallorossa: da lì in avanti guiderà la Roma solo dalla panchina, prima nei tornei di guerra — che vincerà — poi, dal dopoguerra fino al 1957, in altre due distinte parentesi da allenatore.

Amadei, riabilitato, tornerà a essere per anni l’idolo della Capitale, prima di chiudere la carriera all’Inter e al Napoli, sempre rifiutandosi di giocare contro la squadra del cuore. Finizio, il ragazzo salvato da Biancone, diventerà negli anni una delle firme più amate del giornalismo sportivo romano, e sarà proprio lui, decenni più tardi, a restituire ai lettori i dettagli di quel pomeriggio sospeso fra il campo e la guerra.

Lazio-Roma 0-0 (7 maggio 1944, Stadio Nazionale del PNF, Campionato Romano) Lazio: Rega, Valenti, De Pierro, Gualtieri, Andreolo, Manfrè, Koenig, Longhi, Lombardini, Manola, Capponi. Roma: Masetti, Pastori, Andreoli, Matteini, Salvioli, Milano, Krieziu, Borsetti, Amadei, Cozzolini, Jacobini. Arbitro: Dattilo di Roma.

Autore: Storie di Calcio