Nerazzurro Tenebra: doping e fantasmi nella Grande Inter

È il 2005. Alla periferia di Roma, dietro una fermata dell’autobus e le spalle di un vecchio cinema di quartiere, c’è un campetto spelacchiato dove un uomo con i capelli ormai bianchi allena ragazzini quasi gratis, per il gusto di farlo. Nessuno, guardandolo lì, direbbe che quell’allenatore ha vestito la maglia della squadra più forte d’Europa. Si chiama Ferruccio Mazzola, è il figlio del grande Valentino Mazzola e il fratello minore di Sandro Mazzola, bandiera nerazzurra e della Nazionale. Ai suoi ragazzi insegna i fondamentali del pallone, ma soprattutto insegna loro a diffidare delle scorciatoie. “Lo faccio per sentirmi vivo e per insegnargli a non doparsi”, avrebbe confidato tempo dopo a un giornalista arrivato fin lì apposta per ascoltare la sua storia.

Perché Ferruccio Mazzola una storia da raccontare ce l’aveva, ed era una storia scomoda. Riguardava proprio quella squadra mitica, l’Inter di Helenio Herrera, in cui lui stesso giocò pochissimo, quasi sempre relegato in panchina, mentre il fratello maggiore diventava uno dei più forti d’Europa e la squadra vinceva scudetti, Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali.

Le pasticche nel caffè

In quell’anno, in un’intervista a “L’Espresso”, Ferruccio Mazzola raccontò per la prima volta in pubblico quello che diceva di aver visto negli spogliatoi della Grande Inter. Le riserve, spiegò, facevano da cavie: Herrera distribuiva pasticche bianche da mettere sotto la lingua prima delle partite, sperimentandole su chi giocava meno per poi farle avere anche ai titolari. Qualcuno le mandava giù, qualcuno le sputava di nascosto in bagno, consigliato dallo stesso Sandro. Quando il tecnico si accorse del trucco, cambiò strategia: cominciò a scioglierle nel caffè offerto prima di ogni partita, così che nessuno potesse più liberarsene.

Ferruccio Mazzola ricordava in particolare un Como-Inter del 1967, dopo il quale rimase per tre giorni interi in uno stato di allucinazione totale, come fosse epilettico. Con certezza non seppe mai dire cosa contenessero quelle pillole: sospettava anfetamine, ma nessuno gliel’aveva mai confermato apertamente.

Un processo a Roma

La testimonianza fece scalpore soprattutto perché Ferruccio Mazzola decise di portarla davanti a un giudice. Chiese che fossero chiamati a deporre, sotto giuramento, i grandi nomi di quella squadra: Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suárez, Tarcisio Burgnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. “Non l’ho cercato io, questo processo”, disse allora, difendendosi da chi lo accusava di aver messo in piedi tutto per farsi pubblicità dopo un libro di memorie passato quasi inosservato.

A muovere la causa per diffamazione contro di lui fu Giacinto Facchetti, all’epoca presidente dell’Inter e per diciotto anni terzino simbolo di quella difesa leggendaria. Un anno dopo la querela, nel settembre del 2006, Facchetti morì a 64 anni per un tumore al pancreas, mentre era ancora alla guida del club che aveva difeso in campo per tutta la carriera. Il processo che aveva voluto perse via via peso e attenzione, tra rinvii e testimonianze contrastanti: la verità, alla fine, non sarebbe arrivata da un’aula di tribunale, ma da un’altra strada, molto più lenta.

I compagni che non ci sono più

Quello che intanto restava, incontestabile, era l’elenco dei nomi. Ferruccio Mazzola collegò le pasticche di Herrera alla sorte toccata a diversi ex compagni di squadra. Armando Picchi, capitano di quell’Inter, morto a soli 36 anni per un tumore alla colonna vertebrale. Marcello Giusti, riserva, portato via da un tumore al cervello alla fine degli anni Novanta. Carlo Tagnin, che le pasticche non le rifiutava mai perché voleva allungarsi la carriera, morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli, scomparso nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, portiere di riserva, morto nel 2002 per una cirrosi provocata da un’epatite. Altri ancora, come Enea Masiero, costretto alla chemioterapia, e Pino Longoni, su una sedia a rotelle per una grave vasculopatia.

Erano soprattutto le riserve, sosteneva Ferruccio Mazzola, a fare da cavie: i titolari, i campioni con un futuro assicurato, ricevevano dosi più caute o trovavano comunque il modo di sottrarsi.

Non solo a San Siro

Nel racconto di Ferruccio Mazzola, l’Inter non era un caso isolato. Da giocatore passò anche per la Fiorentina e per la Lazio, e disse di aver ritrovato pratiche molto simili in entrambe. A Firenze, il sabato mattina, un medico sociale sottoponeva i giocatori a delle flebo prima delle partite: le faceva insieme a Giancarlo De Sisti, che in seguito ha sempre negato pubblicamente di essersi dopato. Di quella squadra viola degli anni Settanta morirono, tra gli altri, Bruno Beatrice, Ugo Ferrante e Nello Saltutti. Alla Lazio, raccontò invece, circolava un farmaco chiamato Villescon, che toglieva la sensazione della fatica e faceva correre come un treno.

Anche quando Herrera passò alla Roma, secondo Ferruccio Mazzola portò con sé gli stessi metodi. Fu in quegli anni che il centravanti giallorosso Giuliano Taccola morì a soli 26 anni durante una trasferta a Cagliari, nel 1969.

Il fratello che disse di no

La reazione più dura, per Ferruccio Mazzola, non arrivò dai dirigenti né dai giudici, ma da casa sua. Sandro Mazzola, all’inizio, prese le distanze: pensava che certe cose andassero tenute in famiglia, non raccontate ai giornali. I due fratelli smisero di parlarsi per anni, un gelo che pesava più di qualunque querela. Anche altri ex compagni scelsero il silenzio: Mariolino Corso, che pure aveva sofferto di gravi problemi cardiaci, arrivò a dire in pubblico di non conoscere nemmeno Ferruccio. Molti, spiegava lui, avevano ancora un piede nel mondo del calcio, tra televisioni e società, e non volevano rischiare di restarne fuori per una storia scomoda.

A credergli, in quegli anni, furono soprattutto i parenti dei compagni scomparsi: Gabriella Beatrice, vedova di Bruno, e Alessio Saltutti, figlio di Nello. Con l’aiuto dell’avvocato Odo Lombardo provarono a mettere in piedi un’associazione delle vittime del doping nel calcio, una battaglia combattuta più nei tribunali civili e nelle redazioni dei giornali che sotto i riflettori degli stadi.

Una verità arrivata in ritardo

Ferruccio Mazzola morì a Roma nel 2013, a 68 anni, senza aver del tutto ricucito con il fratello. Due anni dopo, nel novembre del 2015, Sandro Mazzola ruppe finalmente il silenzio in un’intervista al “Corriere dello Sport”: raccontò di aver sofferto in campo di vertigini fortissime, di essere stato visitato da un medico che gli aveva imposto mesi di stop, di uno strano caffè offerto prima delle partite di cui non aveva mai saputo davvero la composizione. “Le cose sono vere”, disse, riferendosi proprio a quanto il fratello minore aveva sostenuto per un decennio, quasi sempre inascoltato o deriso.

Fu il figlio di Ferruccio, Riccardo Mazzola, a raccogliere quella riconciliazione arrivata troppo tardi, spiegando quanto fosse costata cara, in termini di porte chiuse e amicizie perdute, la battaglia solitaria di suo padre.

Della Grande Inter di Herrera restano le coppe, le fotografie in bianco e nero, la formazione recitata a memoria dai tifosi più anziani come una filastrocca. Restano anche, però, i nomi di chi non arrivò a raccontarla da vecchio, e la voce di un fratello minore che per una vita intera quasi nessuno volle ascoltare fino in fondo.


Autore: Storie di Calcio