Olimpiadi 1920: la finale abbandonata per protesta

Migliaia di persone rimasero fuori dai cancelli dello stadio olimpico di Anversa quel pomeriggio di inizio settembre. Lo stadio, riempito ben oltre la capienza, era stato sbarrato, e chi era rimasto escluso strepitava contro chi era riuscito a entrare. Dentro, in trentacinquemila — i giornali dell’epoca ne contarono anche di più — si attendeva l’inizio della finale olimpica di calcio: Belgio contro Cecoslovacchia. Bastarono trentanove minuti di gioco a trasformare quell’attesa in uno degli scandali più clamorosi mai consumati su un campo olimpico.

Un continente che usciva dalla guerra

Il torneo si giocava in un clima tutt’altro che disteso. Pochi mesi prima, il 29 dicembre 1919, le federazioni britanniche avevano presentato alla Fifa una petizione per escludere dalle competizioni internazionali le nazioni che avevano scatenato il conflitto mondiale — Austria, Ungheria e Germania — e chi avesse accettato di giocare contro di loro. La proposta, appoggiata da Belgio, Francia e Lussemburgo, fu respinta per l’opposizione di Danimarca, Svezia, Olanda, Svizzera e soprattutto degli Stati Uniti. Le federazioni britanniche lasciarono allora la Fifa, fondando una loro federazione alternativa che non ebbe seguito.

Poche settimane dopo, la Gran Bretagna si iscrisse comunque al torneo olimpico, scatenando la protesta degli Stati Uniti, che non la ritenevano più legittimata a parteciparvi. Questa volta, paradossalmente, anche Belgio e Francia appoggiarono la mozione contro gli inglesi, ma pure questa fu respinta. Su un simile pentolone di rancori si aprì, il 28 agosto 1920, il torneo di calcio delle Olimpiadi, con quindici squadre iscritte, ridotte a quattordici dal forfait della Svizzera.

Fu comunque un’edizione storica sotto altri aspetti: per la prima volta prese parte una squadra extraeuropea, l’Egitto, e per la prima volta sventolò sopra Anversa la bandiera a cinque cerchi che sarebbe diventata il simbolo dei Giochi. Ma la tensione politica non risparmiò nemmeno il campo: durante il torneo il portiere spagnolo Ricardo Zamora venne espulso per aver colpito un avversario italiano, segno che i nervi, ovunque, erano più scoperti del solito.

Un sogno interrotto e uno nuovo

La squadra belga vincitrice dell’oro olimpico. In piedi da sx: Swartenbroecks, Fierens, Hanse, De Bie, Musch, Verbeeck. Accosciati da sx: Van Hege (già celebrato asso del Milan), Coppee, Bragard; Larnoe, Bastin

La Gran Bretagna, favorita della vigilia e detentrice del titolo, venne eliminata a sorpresa dalla Norvegia già al primo turno. Fu un terremoto che spostò tutte le attenzioni sul Belgio, la squadra di casa, che in febbraio aveva già battuto una selezione di dilettanti britannici e che ora vedeva aprirsi una strada quasi spianata verso la finale. I padroni di casa superarono la Spagna e piegarono l’Olanda in semifinale, presentandosi all’appuntamento decisivo forti dell’appoggio di un intero paese.

Dall’altra parte del tabellone avanzava una matricola: la Cecoslovacchia, alla sua primissima apparizione in una competizione internazionale, nata come stato indipendente solo due anni prima. Il rendimento era stato impressionante — sette gol alla Jugoslavia, quattro alla Norvegia ai quarti e altri quattro alla Francia in semifinale, con una tripletta di Antonín Janda — per un totale di quindici gol fatti e uno solo subito. Il gioco dei cechi, però, era fisico e senza troppi complimenti, e aveva già sollevato più di una protesta prima ancora della finale. A infiammare ulteriormente gli animi belgi contribuì la stampa locale, che per errore additò la giovane nazionale cecoslovacca come una delle potenze che avevano scatenato la guerra: un equivoco clamoroso, dato che il paese non esisteva nemmeno come stato indipendente fino al 1918, e che anzi aveva combattuto contro gli Imperi centrali.

Un arbitro con mezzo secolo di calcio alle spalle

A dirigere la finale fu chiamato l’inglese John Lewis, sessantacinquenne dall’aria dimessa ma con un curriculum sterminato: aveva fondato il Blackburn Rovers nel 1875, giocandoci anche da ragazzo prima che un incidente sul ghiaccio gli chiudesse la carriera; da arbitro aveva diretto tre finali di FA Cup tra il 1895 e il 1898 ed era già stato scelto per la finale olimpica del 1908. Nel suo ambiente veniva chiamato bonariamente “il principe degli arbitri”, ed era un convinto sostenitore del movimento astemio. Nel suo libro The Much Abused Referee, scritto nel 1906, aveva raccontato di non avere nulla in contrario ai fischi delle tribune, convinto che il calore del pubblico facesse parte del gioco quanto le giocate in campo. Ad assisterlo sulla linea, curiosamente, c’era Charles Wreford-Brown, ex nazionale inglese a cui la tradizione attribuisce l’invenzione stessa della parola “soccer”. Quella sera di Anversa, Lewis avrebbe scoperto quanto quel calore delle tribune potesse anche travolgere.

Prima della finale, come antipasto, si era giocata la sfida di consolazione tra Italia e Spagna, dura e ricca di scontri, che aveva già scaldato ulteriormente l’atmosfera. Quando alle 17.30 del 2 settembre 1920 Lewis fischiò l’inizio, i cechi riuscirono comunque a restare calmi, ignorando l’ostilità del pubblico. Bastarono però sei minuti perché scoppiasse il primo incidente: il portiere Rudolf Klapka, dopo aver bloccato un pallone, venne spinto con violenza e lo perse; un compagno lo raccolse con le mani e l’arbitro fischiò rigore. Le proteste della Cecoslovacchia non riguardavano il penalty in sé, quanto la carica sul portiere, che l’arbitro inglese — cresciuto in una scuola arbitrale che tollerava il contatto sul portiere in possesso di palla — non aveva punito. Robert Coppée trasformò con freddezza: 1-0.

Il cartellino che fermò una nazionale

Il belga Coppee trasforma il contestato rigore concesso dall’arbitro Lewis

Da quel momento la partita si fece nervosa, spigolosa, rincorsa da ripicche reciproche, mentre il capitano ceco Karel Pešek, soprannominato “Kada”, protestava a ogni fischio contro le decisioni dell’arbitro. Al 30′ il Belgio raddoppiò con Henri Larnoe, tra il tripudio della folla. Sembrava fatta, quando accadde l’irreparabile: a sei minuti dall’intervallo, Coppée venne centrato duramente da Karel Steiner e cadde a terra. Il pubblico esplose, Lewis espulse senza esitazioni il terzino ceco.

Pešek, già esasperato, si scontrò ancora una volta con l’indifferenza dell’arbitro e perse la testa: seguì Steiner verso gli spogliatoi. Fu il segnale che gli altri nove compagni attendevano, forse anche loro sull’orlo della sopportazione: lo seguirono tutti, abbandonando il campo per sempre. Fu il primo abbandono di squadra nella storia di una finale olimpica di calcio. Gli spettatori invasero il terreno di gioco: alcuni portarono in trionfo i giocatori belgi, altri si lanciarono all’inseguimento dei cecoslovacchi, che riuscirono a raggiungere gli spogliatoi solo grazie alla scorta dei militari di sicurezza.

Un epilogo raffazzonato

Il Belgio fu proclamato campione olimpico, l’unico grande titolo mai vinto dai “Diavoli Rossi” nella sua storia. Alla Cecoslovacchia, squalificata per condotta antisportiva, non venne nemmeno riconosciuta la medaglia d’argento che le sarebbe spettata come finalista sconfitta. Per assegnare argento e bronzo gli organizzatori dovettero improvvisare: la Francia, eliminata dai cechi in semifinale, rifiutò di scendere in campo per un ripescaggio, così la medaglia d’argento andò alla Spagna, la migliore tra le sconfitte ai quarti, che superò 3-1 l’Olanda — già battuta dal Belgio in semifinale — relegata al bronzo.

Una testimonianza equilibrata sull’accaduto arrivò da Giuseppe Milano, allenatore della nazionale italiana, presente sugli spalti quel giorno: «Noi italiani che assistemmo all’incontro possiamo serenamente testimoniare che non si trattò di favoritismi a vantaggio della Nazionale di casa, bensì di legittima repressione del gioco duro praticato dalla Cecoslovacchia». Un giudizio che, a distanza di oltre un secolo, resta forse il più onesto tra quelli espressi su quella giornata.

Un titolo che pesa ancora

Quella medaglia d’oro, ottenuta tra le proteste e conquistata a tavolino più che sul campo, resta tuttora l’unico grande trofeo internazionale mai vinto dal Belgio in oltre un secolo di storia calcistica: un primato scomodo, che i tifosi dei “Diavoli Rossi” ricordano con più imbarazzo che orgoglio. Per la Cecoslovacchia, invece, quell’abbandono non fu l’inizio della fine, ma semmai l’inizio di qualcosa: la nazionale sarebbe tornata su un grande palcoscenico dodici anni dopo, arrivando fino alla finale del Mondiale 1934, di nuovo contro i padroni di casa, di nuovo sconfitta.

Anversa 1920 resta oggi ricordata come l’ultima Olimpiadi di calcio a carattere puramente europeo prima che la Fifa, dieci anni più tardi, decidesse di organizzare in proprio un vero campionato del mondo, aperto anche ai professionisti e a nazioni di altri continenti. Fu, insomma, uno scandalo sportivo figlio del proprio tempo — quello di un continente che non aveva ancora smesso di leccarsi le ferite della guerra, e che sul rettangolo verde continuava a giocarsele come se il conflitto non fosse mai davvero finito.

OLIMPIADI 1920 – FINALE PER IL 1° POSTO
2 settembre 1920 – Olympisch Stadium, Anversa
BELGIO – CECOSLOVACCHIA 2-0
Reti: Coppee 6’rig, Larnoe 30′
Belgio: De Bie, Swartenbroecks, Verbeeck, Musch, Hanse(cap), Fierens, Van Hege, Coppee, Bragard, Larnoe, Bastin
Cecoslovacchia: Klapka, A.Hojer, Steiner, Kolenaty, Kada(cap), Seifert, J.Sedlacek, Janda, Pilat, Vanik, Mazal
Arbitro: John Lewis (Inghilterra)
Note: sospesa al 43′ per ritiro Cecoslovacchia  

Autore: Storie di Calcio