Il 15 maggio 1910 l’Italia gioca la sua prima partita ufficiale, vince 6-2 contro la Francia e in campo, tra gli altri, c’è un giovane centrocampista destinato a contare molto di più da fuori che da dentro il rettangolo di gioco: Virgilio Fossati. Due anni dopo la Nazionale è ancora un cantiere aperto, e a tenerne le fila come segretario federale, senza stipendio, c’è Vittorio Pozzo, ventisei anni.
Il disastro che porta Pozzo in panchina
A due mesi da Stoccolma, il 17 maggio 1912, l’Italia gioca un’amichevole a Torino contro la Francia e perde 4-3, travolta da una tripletta di Maes e dalle papere del portiere esordiente Faroppa. Il risultato è un terremoto: la commissione tecnica viene sciolta, il presidente della FIGC Alfonso Ferrero si dimette seduta stante.
Prima di andarsene, però, Ferrero affida a Pozzo il compito di traghettare la squadra fino alla fine delle Olimpiadi. Si racconta che gli abbia detto, più o meno: “Andare bisogna andare, altrimenti nasce un uragano”. Pozzo accetta e lascia il suo impiego da dirigente alla Pirelli per farlo. Chiede una cosa sola in cambio: “non ricevere alcun compenso”.
Un’organizzazione da dilettanti
Il Comitato Olimpico Italiano, ricorderà lui stesso anni dopo, viveva “lontano dalla realtà delle cose”. Niente fondi seri: gli atleti arrivano al confine a proprie spese, poi il Comitato copre il viaggio in seconda classe e una diaria di sei lire al giorno.
Per il calcio ci sono solo quattordici posti, senza riserve, e trovarli è un’impresa: i permessi militari bloccano diversi titolari. La squadra si completa soprattutto grazie a chi rinuncia da solo alle proprie vacanze pur di partire.
Il rivale lasciato a casa
Tra gli esclusi c’è una storia che pesa più delle altre. Giuseppe Caimi, centrocampista dell’Inter, talentuoso e imprevedibile, sembra il candidato naturale per completare la mediana. Pozzo lo lascia comunque a casa, e tra i due si rompe per un po’ l’amicizia.
Si ritrovano solo durante la Prima guerra mondiale, entrambi ufficiali. Caimi muore sul Monte Grappa nel 1917, medaglia d’oro al valore, dopo essere fuggito dal posto di medicazione per tornare in trincea ferito a morte. Pozzo scriverà che alle Olimpiadi di Stoccolma non riesce a pensare “senza che la sua assenza mi torni presente”.
Il debutto, perso ai supplementari

Il 29 giugno 1912, sul campo di Träneberg, l’Italia esordisce contro la Finlandia, da poco affiliata alla FIFA e ancora Granducato sotto la corona russa. Va sotto con Wiberg, rimonta con Bontadini e Sardi, si fa riprendere da Soinio prima dell’intervallo. Ai supplementari decide Niska: 3-2 per i finlandesi.
È solo l’ottava partita ufficiale della storia azzurra, e resterà l’unico ko di Pozzo contro quella nazionale, prima della rivincita ottenuta ventisette anni dopo a Helsinki. In campo, quel giorno, arbitra un austriaco ancora sconosciuto: Hugo Meisl, che diventerà uno dei più grandi ct della storia e, più avanti, un avversario di Pozzo ai Mondiali.
Consolazione e congedo
Eliminata dal tabellone principale, l’Italia finisce nel torneo di consolazione. Batte la Svezia 1-0 in casa loro, gol di Bontadini, poi esce sconfitta 5-1 contro l’Austria, rete della bandiera di Berardo.
La finale se la giocano Inghilterra e Danimarca: vince 4-2 la squadra di Vivian Woodward, tra doppiette e un avversario rimasto in dieci per infortunio.
Da quel fallimento nacque un vincente
Il bilancio sportivo di Stoccolma è modesto: una vittoria, due sconfitte, fuori al primo turno. Ma quella trasferta raccogliticcia, nata da una crisi federale e da un allenatore che rinuncia al proprio stipendio, è la prima prova sul campo di chi diventerà il ct più vincente della storia azzurra.
Pozzo guiderà l’Italia a due Mondiali consecutivi, nel 1934 e nel 1938, e all’oro olimpico di Berlino 1936: un record che nessun altro ct ha ancora eguagliato. Tutto era cominciato lì, in una Svezia che la Federazione italiana non aveva mai davvero voluto raggiungere.