Tomaszewski mette sotto scacco la Regina

Wembley, 17 ottobre 1973, poco prima delle venti. Centomila voci si azzittiscono un istante per accompagnare gli inni, poi tornano a ruggire più forte, tutte indirizzate contro un ragazzone di Breslavia con i capelli lunghi raccolti da un nastrino nero e una maglia gialla che a Londra nessuno prendeva sul serio. Si chiama Jan Tomaszewski, ha venticinque anni, e da lì a novanta minuti diventerà, suo malgrado, l’uomo più discusso d’Inghilterra.

Un girone che i padroni di casa dovevano solo vincere

Il gruppo di qualificazione a Germania ’74 sembrava scritto apposta per gli inglesi. Tre squadre, un solo pass per la fase finale: la Nazionale dei tre leoni, campione del mondo sette anni prima, il Galles comprimario, e una Polonia che ai Mondiali si era vista una sola volta, nel 1938. Poi qualcosa si era inceppato. A giugno gli uomini di Alf Ramsey erano andati a perdere 2-0 a Chorzów, puniti dai gol di Gadocha e del fuoriclasse Włodzimierz Lubanski, poi rovinosamente infortunatosi.

A settembre la Polonia aveva steso pure il Galles, arrivando a Wembley con un punto di vantaggio e la possibilità di qualificarsi anche pareggiando. Agli inglesi, invece, serviva solo la vittoria. Sui giornali di Londra non se ne dubitava: reduci da un rotondo 7-0 rifilato all’Austria in amichevole, gli inglesi si sentivano già ai Mondiali.

Quella nazionale che nessuno conosceva

Alle spalle della Polonia del 1973 non c’era una tradizione capace di intimidire nessuno. La federazione era nata nel 1918, il primo incontro ufficiale si era chiuso con una sconfitta a Budapest contro l’Ungheria tre anni dopo, e la storia mondiale della nazionale si riduceva a un unico precedente, il 1938 in Francia.

Lì, nell’incontro con il Brasile, un centravanti dai piedi educati come Ernest Wilimowski aveva segnato addirittura cinque gol in una sola partita, uno dei quali nei minuti finali per riportare la sfida sul 4-4: non bastò, i brasiliani passarono 6-5 dopo i tempi supplementari, e la Polonia tornò a casa con l’onore delle armi e nient’altro.

Poi la guerra, l’annessione al Terzo Reich, decenni di isolamento dietro la cortina di ferro. Quando Tomaszewski e compagni arrivarono a Wembley, quella storia sembrava un aneddoto da manuale, non un pedigree.

Il pagliaccio con i guanti

Contro quel pronostico c’era soprattutto lui, il portiere che l’opinione pubblica inglese aveva già bollato come l’anello debole di una squadra modesta. Brian Clough, allora opinionista tv e non ancora il condottiero delle due Coppe dei Campioni con il Nottingham Forest, lo aveva liquidato senza appello: «un pagliaccio con i guanti».

Tomaszewski non aiutava a smentirlo: gigantesco, quasi due metri per novantaquattro chili, istintivo fino all’incoscienza, capace di uscite sconsiderate quanto di parate impensabili. Nel 1971 aveva esordito in Nazionale contro la Germania Ovest di Beckenbauer incassando tre gol e un’ondata di critiche che rischiò di chiudergli la carriera sul nascere. A Wembley si presentò con pantaloni rossi e un giallo sgargiante addosso, un abbigliamento che ai commentatori inglesi parve solo un’ulteriore conferma della sua natura circense.

Eppure quel ragazzo cresciuto a Breslavia, figlio di una famiglia costretta a lasciare Vilnius dopo la guerra, non era nemmeno nato portiere. Da bambino giocava terzino, e nemmeno bene: fu solo per gioco, durante un allenamento nelle giovanili del Gwardia Wrocław, che si mise tra i pali per scherzo e passò due ore a parare tutto il parabile, convincendo l’allenatore a reinventarlo tra i pali. Da lì lo Śląsk Wrocław, poi il grande salto al Legia Varsavia nel 1971, proprio l’anno del disastroso esordio contro Beckenbauer.

Alla vigilia di Wembley il ct Kazimierz Gorski aveva provato a caricarlo con parole che sono rimaste negli annali: «Stasera potete scrivere i vostri nomi nei libri di storia».

Novanta minuti d’assedio

La partita comincia come tutti si aspettano: gli inglesi si riversano in avanti fin dai primi minuti. Al 1′ Allan Clarke entra durissimo su Tomaszewski in uscita e per poco non lo manda ko: il portiere polacco giocherà l’intera gara con la mano sinistra fratturata, senza saperlo, anestetizzato dall’adrenalina.

La pressione si fa asfissiante. Mick Channon trova per due volte la porta, prima sfiorando il palo su una respinta corta, poi colpendo la traversa di testa su cross di Madeley. Dall’altra parte, Tomaszewski comincia a costruire la sua leggenda: respinge, si tuffa, esce con tempismo azzardato ma quasi sempre giusto, e resiste fino all’intervallo sullo 0-0.

Nella ripresa la Polonia, più sciolta, colpisce in contropiede: un errore di Norman Hunter libera Grzegorz Lato sulla fascia, che serve Jan Domarski per il gol dell’1-0. Wembley ammutolisce. Gli inglesi si riversano ancora più avanti e ottengono un rigore per un fallo di Musial su Peters: dal dischetto Clarke non sbaglia, 1-1. Ma è l’ultima buona notizia della serata per i padroni di casa.

Nel finale l’assedio inglese si fa disperato: una staffilata di Colin Bell viene respinta in tuffo, un tiro a colpo sicuro di Clarke finisce in angolo, Grzegorz Lato lanciato a rete solo contro Shilton spreca malamente il possibile 2-1. Su un corner nel recupero è ancora Bell a trovare la porta, ma questa volta è Zygmunt Bulzacki a salvare tutto in spaccata sulla linea. Non c’è nemmeno il tempo di battere l’angolo che l’arbitro belga Loraux fischia la fine: 1-1, un risultato che condanna l’Inghilterra e consacra la Polonia.

«It’s all over»

«It’s all over», sintetizza a fine gara il telecronista della BBC. Tutto è finito, davvero: per la prima volta dal 1950 l’Inghilterra non parteciperà a un Mondiale. Alf Ramsey, l’uomo che aveva sollevato la Coppa Rimet nel 1966 proprio in quello stadio, si dimetterà di lì a poco, sostituito da Don Revie.

Sarà l’inizio di una lunga traversata nel deserto per gli inglesi: dopo Don Revie arriverà Ron Greenwood, e sarà solo Bobby Robson, quasi un decennio più tardi, a riportare l’Inghilterra tra le squadre che contano davvero in un Mondiale.

Sull’altro fronte, la sfida di Wembley diventa il certificato di nascita della generazione più forte nella storia del calcio polacco: una nazionale che aveva già vinto l’oro olimpico a Monaco nel 1972 e che ora, battendo gli inventori del football a casa loro, scopriva di potersi misurare con chiunque. Lo stesso Tomaszewski lo racconterà anni dopo: quella sera cambiò la percezione che i polacchi avevano di sé stessi, trasformandoli da brutti anatroccoli in cigni.

I cigni di Gorski

Il ct Kazimierz Gorski aveva costruito una squadra fuori dagli schemi per il blocco sovietico: gioco offensivo, individualità di livello internazionale, un gruppo che si teneva insieme anche a suon di partite a carte e bicchieri di vino, come ricorderà lo stesso Tomaszewski parlando del suo allenatore, morto nel 2006. Non era un caso isolato: appena un anno prima di Wembley, quello stesso nucleo di giocatori aveva già conquistato l’oro olimpico a Monaco 1972, un risultato che in patria era passato quasi sotto silenzio ma che aveva forgiato un gruppo abituato a vincere.

Il centrocampo era affidato alla classe elegante di Kazimierz Deyna, davanti correvano le ali Grzegorz Lato e Robert Gadocha, e in difesa cresceva un ventenne di nome Władysław Żmuda che sarebbe diventato una colonna della Nazionale per i vent’anni successivi.

Al Mondiale tedesco del 1974 quella Polonia si tolse ogni dubbio residuo: primo posto nel girone eliminatorio davanti all’Italia di Valcareggi, battuta 2-1 con reti di Kazimierz Deyna e Andrzej Szarmach, poi tre vittorie su tre nel secondo turno, compresa quella sulla Svezia in cui Tomaszewski neutralizzò un rigore di Staffan Tapper. Solo la Germania Ovest, futura campione del mondo, riuscì a fermare i polacchi in semifinale. Nella finale per il terzo posto arrivò comunque la definitiva consacrazione: 1-0 al Brasile, gol di Grzegorz Lato, che chiuse il torneo da capocannoniere con sette reti. Il miglior piazzamento mondiale mai raggiunto dalla Polonia.

Skoda contro Mercedes

Otto mesi dopo Wembley, Tomaszewski parò un altro rigore pesante ai Mondiali, questa volta al tedesco occidentale Uli Hoeness, confermandosi non più il portiere improvvisato deriso da Clough ma un vero numero uno internazionale. Eppure lui stesso, ripensando a quella carriera fatta anche di semifinali mondiali, non avrà dubbi su quale fosse la pressione più grande mai sopportata: «È come guidare una Skoda dopo una Mercedes», dirà paragonando la semifinale iridata alla notte di Wembley.

Vincolato dalle norme del regime polacco, che vietava agli atleti di trasferirsi all’estero prima dei trent’anni, Tomaszewski dovette aspettare il 1978 per lasciare la Polonia e giocare in Belgio, nel Beerschot, e poi in Spagna, all’Hércules. Chiuse la carriera nel 1984, tornando a vestire ancora una volta la maglia del suo ŁKS Łódź.

L’eredità di una serata

Il resto della carriera di Tomaszewski fu una lenta discesa dai vertici di quella stagione irripetibile: la sconfitta nella finale olimpica del 1976 contro la Germania Est, la lunga attesa fino ai trent’anni per poter finalmente lasciare la Polonia secondo le norme del regime, le stagioni in Belgio e in Spagna prima del ritorno a casa e del ritiro, nel 1984, con la maglia dello ŁKS Łódź. Da calciatore passò poi al commento sportivo, dove si costruì fama di voce sopra le righe, e infine, già ultrasessantenne, alla politica: sostenne pubblicamente la candidatura di Jarosław Kaczyński, e nel 2011 conquistò un seggio in Parlamento con il partito PiS. Una seconda vita che con il calcio giocato ha avuto poco a che fare.

Eppure, quarant’anni e passa dopo quella sera di ottobre, quando gli si chiede della sua carriera la conversazione torna sempre lì, a Wembley, alle parate su Channon e Chivers, alla mano fratturata, al soprannome che il calcio inglese non gli ha mai davvero perdonato. Un pagliaccio, lo avevano chiamato. Il pagliaccio che fermò l’Impero, e che con un solo pareggio riscrisse la storia di due nazionali.


Autore: Storie di Calcio