Verona-Foggia 1974: quell’irresistibile sapore di illecito

Il 20 maggio 1974 il campionato di Serie A era già archiviato da un giorno. Lo scudetto era andato alla Lazio di Tommaso Maestrelli, primo titolo della sua storia, mentre in fondo alla classifica tre squadre — Foggia, Sampdoria e Genoa — avevano già preparato le valigie per la Serie B. Tutto normale, tutto già scritto. I giornali sportivi si preparavano già a raccontare il mercato estivo, le voci sui nuovi allenatori, i programmi delle squadre per l’anno successivo. Poi la Gazzetta dello Sport uscì con un trafiletto che nel giro di due mesi avrebbe riscritto quella classifica per ben due volte, trasformando un campionato già chiuso negli archivi in uno dei casi giudiziari più intricati della storia del calcio italiano.

Un orologio di troppo

Il trafiletto raccontava che, prima dell’ultima partita di campionato contro il Milan, disputata il 19 maggio, i dirigenti del Foggia avevano offerto all’arbitro Gino Menicucci, della sezione di Firenze, un orologio da 7-800 mila lire. Non uno solo, in realtà: Menicucci mise a verbale che un dono, di valore minore, era stato preparato anche per i due guardalinee, e che gli era stato suggerito — con la scusa della circolare federale che vietava regali ai direttori di gara — di nasconderlo per non farsi notare dall’uomo dell’Ufficio Inchieste presente allo stadio. L’arbitro rifiutò tutto e denunciò l’episodio ai suoi superiori, mettendo per iscritto anche il dettaglio più imbarazzante: quello dell’invito a nascondere il pacco regalo, come si fa con la marmellata di contrabbando, per non incrociare lo sguardo del funzionario federale seduto in tribuna.

Il presidente del Foggia, Antonio Fesce, reagì come reagiscono i presidenti quando si sentono accusati ingiustamente: querela minacciata e smentita categorica. «Smentisco nella maniera più categorica la notizia», dichiarò, parlando di fango gettato su un club già punito da una retrocessione. Parole che, di lì a poche settimane, gli sarebbero costate care.

Il boomerang di Foggia

La storia degli orologi, da sola, non avrebbe motivato tutto quel clamore. A innescare l’inchiesta, in realtà, era stato lo stesso Foggia: non rassegnato alla retrocessione maturata sul campo, il club pugliese aveva incaricato l’avvocato Dario Angelini — ex capo dell’Ufficio Inchieste federale, in passato dirigente del Napoli — di scovare irregolarità che potessero far retrocedere qualcun altro al posto suo. Il bersaglio designato era il Verona, salvo con 25 punti dopo aver battuto il Napoli 1-0 nella ventiseiesima giornata, quint’ultima di campionato.

Fu proprio scavando in quella direzione che, il 25 maggio, saltò fuori una telefonata a dir poco scomoda.

Garonzi chiama Clerici

Il Presidente del Verona Saverio Garonzi

Il protagonista era Sergio Clerici, attaccante brasiliano del Napoli che a Verona conoscevano bene: soprannominato “El Gringo”, nato a San Paolo nel 1941, era arrivato in Italia giovanissimo, ingaggiato dal Lecco tramite un imprenditore italiano che lo aveva scoperto in un campetto brasiliano. Da lì una carriera lunghissima, in un’epoca in cui gli stranieri erano già merce rara: dal Lecco a Bologna, da Atalanta al Verona (1969-71) fino a Fiorentina e Napoli. Clerici fu infatti uno degli ultimi oriundi tesserabili prima della lunga chiusura delle frontiere seguita alla disfatta mondiale contro la Corea del Nord, quella che per anni avrebbe blindato la Serie A ai soli giocatori italiani.

Alla vigilia di Verona-Napoli del 21 aprile, il presidente scaligero Saverio Garonzi, che con Clerici aveva sempre mantenuto ottimi rapporti, lo chiamò al telefono. Secondo l’accusa gli avrebbe chiesto di non impegnarsi al massimo contro la sua ex squadra, offrendogli in cambio una mano per aprire, a fine carriera, una concessionaria Fiat in Brasile.

Clerici confermò la telefonata, derubricandola però a chiacchierata fra vecchi amici, senza alcun riferimento esplicito alla partita. Anche l’allenatore del Napoli, il brasiliano Vinício, confermò che la conversazione c’era stata. Garonzi, dal canto suo, prima negò tutto, poi — messo alle strette dalle testimonianze — ammise il colloquio, negando però ogni intenzione di corrompere. Troppo tardi: il Verona aveva vinto quella partita 1-0, e per gli inquirenti l’intenzione era già scritta nel tono della telefonata, ammissione o meno.

Due deferimenti, un’estate di fuoco

Il Foggia 1973-74

Il 1° giugno la Procura Federale rinviò a giudizio Fesce e il segretario foggiano Giuseppe Affatato per il tentativo di corruzione della terna di Foggia-Milan, e Garonzi per quello, telefonico, ai danni di Clerici; Foggia e Verona vennero chiamate a rispondere anche come società, per responsabilità diretta dei propri dirigenti. Il processo si tenne il 20 giugno: il procuratore federale Corrado De Biase chiese la retrocessione diretta del Verona e sei punti di penalizzazione per il Foggia nel campionato successivo, oltre a squalifiche pesanti per i dirigenti coinvolti.

La Commissione Disciplinare fu però più mite delle richieste: tre punti di penalizzazione a testa, da scontare l’anno dopo (il Verona in Serie A, il Foggia in Serie B), tre anni di inibizione per Garonzi e Affatato, appena tre mesi per Fesce. Una sentenza che lasciava il Verona salvo e il Foggia comunque retrocesso sul campo — troppo poco per chi, in mezzo a quell’incrocio di illeciti, rischiava di uscirne con le ossa rotte senza colpa diretta.

La Sampdoria si fa sentire

A quella sentenza si opposero non solo il procuratore federale, ma anche la Sampdoria, penultima in classifica con 20 punti, dietro Foggia (24) e Verona (25): se il Verona fosse stato davvero retrocesso, il Foggia sarebbe stato ripescato al suo posto, lasciando i blucerchiati in Serie B senza aver mai toccato con mano l’illecito. Un interesse legittimo, sostennero i legali doriani, che si costituirono parte nel processo d’appello proprio per far valere quella logica elementare: se la sanzione doveva colpire chi aveva barato, a beneficiarne doveva essere chi in classifica veniva subito dopo, non chi vi si trovava per meriti sportivi acquisiti onestamente sul campo. La Corte d’Appello Federale diede loro ragione.

Il 18 luglio la CAF ribaltò tutto: il Verona venne piazzato direttamente all’ultimo posto della classifica appena conclusa, con retrocessione diretta in Serie B; al Foggia vennero applicati i sei punti di penalizzazione — richiesti fin dall’inizio da De Biase — proprio sul campionato appena terminato, facendolo scivolare sotto la Sampdoria. Il risultato fu che i pugliesi, pur avendo scatenato l’inchiesta nella speranza di salvarsi, retrocessero comunque, mentre a festeggiare fu proprio la squadra che dell’intera vicenda non aveva voce in capitolo. Il Verona tentò un ultimo ricorso alla stessa CAF, respinto il 19 settembre: caso chiuso, senza appello.

Un orologio, una Fiat e tanta ingenuità

Restano, di questa storia, un orologio rifiutato e una concessionaria mai aperta: il tentativo di corruzione più artigianale che la Serie A ricordi, roba da bottega di paese se paragonata ai fascicoli spessi che avrebbero riempito il Totonero di lì a pochi anni o, decenni dopo, Calciopoli. Nessuna intercettazione ambientale, nessuna centrale scommesse, nessun designatore arbitrale sotto inchiesta: solo un orologio da mezzo milione di lire e una telefonata tra vecchi amici che parlavano, in fondo, più di un futuro da concessionario Fiat che di una partita di calcio.


Autore: Storie di Calcio