Il Calcio alle Olimpiadi

Il calcio è lo sport più praticato al mondo. I Giochi olimpici sono la manifestazione sportiva più grande del pianeta. Eppure, messi insieme, i due non hanno quasi mai funzionato come ci si aspetterebbe da un’unione tanto naturale.

Con questo post apriamo una serie dedicata proprio a questo rapporto complicato: alle edizioni, ai protagonisti, alle imprese e alle delusioni che il pallone ha vissuto sotto i cinque cerchi. Prima di entrare nel dettaglio delle singole edizioni, però, vale la pena capire da dove nasce questa distanza.

L’esame di Stoccolma

Il calcio, in realtà, ai Giochi c’era già stato: tra il 1900 e il 1908 erano state assegnate tre medaglie, sia pure in tornei ancora acerbi, disputati più da squadre di club che da vere Nazionali. Ma è nel 1912, ai Giochi di Stoccolma, che il Comitato Olimpico Internazionale rimase fino all’ultimo indeciso se accettare o meno il football nel programma. Il pallone veniva considerato un semplice “gioco”, per di più già segnato dal professionismo dilagante in Inghilterra: agli occhi dei puristi, era lontano anni luce da una disciplina “nobile” come l’atletica leggera, regina indiscussa dei Giochi.

Il torneo si disputò comunque, e lo vinse il Regno Unito davanti alla Danimarca, in una finale che Vittorio Pozzo, presente in panchina con l’Italia, ricordò come una delle più combattute a cui avesse mai assistito. Ma quel sospetto iniziale sulla dignità sportiva del calcio non si dissolse mai del tutto, e avrebbe pesato sulla considerazione riservata al torneo per i decenni successivi.

Gli ultimi giochi da vetrina assoluta

Nei quindici anni successivi, paradossalmente, le Olimpiadi furono la più alta espressione internazionale del calcio: non esistevano ancora i Mondiali, e la finale olimpica era la partita più importante che una nazionale potesse giocare. Fu così che l’Uruguay, campione nel 1924 a Parigi e di nuovo nel 1928 ad Amsterdam, mostrò all’Europa un calcio fatto di corsa, tocco rapido e velocità che nessuno aveva ancora visto sui campi del vecchio continente.

Anche la Spagna di Ricardo Zamora, il portiere più celebrato d’Europa, prese parte a quella stagione di grande calcio olimpico: ad Anversa 1920 arrivò fino all’argento, in un torneo la cui finale, tra Belgio e Cecoslovacchia, si concluse anzitempo per la protesta dei cechi contro un arbitraggio ritenuto scandaloso.

Fu in quella stessa cornice che l’Italia si affacciò per la prima volta al podio olimpico, conquistando il bronzo ad Amsterdam 1928 con Angelo Schiavio e Gianni Combi tra i protagonisti; il quotidiano inglese “The Telegraph” salutò la sconfitta in semifinale contro gli uruguaiani con un liberatorio “Evviva il perdente!”.

Arrivani i Mondiali

Il 1930 cambiò tutto: nacquero i Mondiali di calcio, e da quel momento la vera vetrina per le potenze del pallone fu sempre e solo la rassegna iridata. Le Olimpiadi, popolarissime per ogni altro sport, per il calcio scivolarono improvvisamente in secondo piano.

Il pallone non poteva comunque sparire dal programma olimpico, vista la sua diffusione planetaria. Per restarci, però, fu costretto a indossare l’abito stretto del dilettantismo, un compromesso che ne penalizzò inevitabilmente lo spettacolo e il livello tecnico dei tornei successivi.

I dilettanti in divisa

Fu proprio il tradimento di quell’etichetta, paradossalmente, a restituire un po’ di credibilità tecnica al torneo. Nel secondo dopoguerra le Olimpiadi del pallone diventarono terreno di conquista quasi esclusivo dei “dilettanti mascherati” dell’Est europeo: calciatori professionisti a tutti gli effetti, con lo stipendio versato però da un ministero o da un corpo militare.

Il caso più celebre è quello di Ferenc Puskás, “maggiore” dell’esercito ungherese e trascinatore dell’Ungheria che nel 1952 a Helsinki travolse 2-0 la Jugoslavia in finale, dando vita al mito dell’Aranycsapat, la Squadra d’Oro. Erano gli anni più tesi della guerra fredda, tanto che nel villaggio olimpico le delegazioni dell’Est si tenevano quasi barricate dietro il filo spinato, per limitare i contatti con gli atleti occidentali. Tra il 1952 e il 1980, quasi tutti gli ori olimpici del calcio finirono nelle bacheche del blocco comunista: un livello tecnico altissimo, ma comprato al prezzo di una competizione ristretta a quattro o cinque nazioni dominanti.

Il ritorno dei professionisti

Dopo Mosca 1980, gradualmente, i professionisti tornarono a frequentare il circo olimpico. Le grandi superpotenze del calcio non hanno mai mandato le proprie Nazionali maggiori, ma le selezioni in campo sono tornate competitive e godibili.

Ad Atlanta 1996 molti dei migliori giocatori di Nigeria, Argentina e Brasile sarebbero stati protagonisti al Mondiale di Francia, due anni più tardi. Fu lì che un diciannovenne già acquistato dal Barcellona, Ronaldo, mise a segno cinque reti prima di lasciare l’oro alla sorprendente Nigeria di Nwankwo Kanu, capace di rimontare prima il Brasile in semifinale e poi l’Argentina in una finale rocambolesca.

Il magro bottino azzurro

E l’Italia? Ha raccolto pochissimo, quasi nulla se paragonato alla sua tradizione calcistica. Dopo il bronzo di Amsterdam, l’unico oro arrivò a Berlino 1936, quando gli “studenti” di Vittorio Pozzo, autentici universitari quasi tutti sconosciuti al grande pubblico, batterono l’Austria 2-1 dopo i tempi supplementari. Pozzo la definì “la gioia più intima” di tutta la sua carriera.

Bisognerà aspettare Atene 2004 per rivedere un podio azzurro, stavolta con la Nazionale Under 21 di Claudio Gentile: Andrea Pirlo, Alberto Gilardino e compagni sconfissero l’Iraq nella finale per il terzo posto. Trionfi ormai lontani, come sono numerose le delusioni più recenti.

Chi c’era e chi no

Resta una domanda curiosa: che calcio si è visto, in oltre un secolo di Giochi? Pelé, Alfredo Di Stéfano e Diego Armando Maradona non ci hanno mai messo piede. Ci sono passati, invece, Ricardo Zamora, Schiavio, Puskás, Gianni Rivera, Ronaldo e Lionel Messi, che nel 2008 a Pechino si tolse lo sfizio dell’oro servendo l’assist per il gol-partita di Ángel Di María contro la Nigeria.

Nomi enormi accanto a comprimari quasi dimenticati che, però, hanno deciso partite intere davanti a stadi sempre pieni, in un torneo che vive ancora oggi di questa contraddizione: troppo popolare per essere ignorato, troppo marginale per essere davvero celebrato.

È da questo intreccio di gloria negata e di episodi minori che parte la serie che inauguriamo da oggi: edizione dopo edizione, ripercorreremo le imprese, i protagonisti dimenticati e le occasioni mancate del calcio ai Giochi olimpici.

EdizioneORO
1900 – ParigiGran Bretagna
1904 – St. LouisCanada
1908 – LondraGran Bretagna
1912 – StoccolmaGran Bretagna
1920 – AnversaBelgio
1924 – ParigiUruguay
1928 – AmsterdamUruguay
1936 – BerlinoItalia
1948 – LondraSvezia
1952 – HelsinkiUngheria
1956 – MelbourneURSS
1960 – RomaJugoslavia
1964 – TokioUngheria
1968 – Messico CityUngheria
1972 – MonacoPolonia
1976 – MontréalGermania Est
1980 – MoscaCecoslovacchia
1984 – Los AngelesFrancia
1988 – SeoulURSS
1992 – BarcellonaSpagna
1996 – AtlantaNigeria
2000 – SydneyCamerun
2004 – AteneArgentina
2008 – PechinoArgentina
2012 – LondraMessico
2016 – Rio de JaneiroBrasile
2020 – TokyoBrasile
2024 – ParigiSpagna
Autore: Storie di Calcio