Olimpiadi 1952 – Helsinki

Nel villaggio olimpico di Helsinki, nell’estate del 1952, il filo spinato separa le baracche dei paesi dell’Est da quelle del resto del mondo: gli organizzatori hanno dovuto costruirne addirittura tre, uno per gli alleati degli Stati Uniti, uno per il blocco sovietico, un terzo per le atlete. Si combatte ancora in Corea, la guerra fredda è al suo apice e il terrore della minaccia atomica pesa su ogni cronaca sportiva.

In questo clima sospeso, l’Ungheria si rivela la vera sorpresa dei Giochi: quarantadue medaglie, sedici d’oro, in quasi ogni disciplina, frutto anche di quel dilettantismo di Stato che nel blocco sovietico trasforma gli atleti in operai o militari solo sulla carta. Il simbolo dell’edizione porta però un altro nome, quello del cecoslovacco Emil Zatopek, capace di un triplete mai più ripetuto nel fondo: oro nei 5.000, nei 10.000 e, per la prima volta in carriera, in maratona.

Ancora dilettanti, quasi

La nazionale di calcio italiana si presenta al torneo, in programma dal 15 luglio al 2 agosto in cinque città finlandesi, com’è sempre stata nel dopoguerra: fatta di giovani promesse, diplomati o studenti universitari, formalmente dilettanti per rispettare un regolamento ormai superato dai fatti. Il capitano Pandolfini, proprio in quei giorni, viene acquistato dalla Roma per quaranta milioni di lire: il professionismo è ormai realtà dichiarata, ma non ha ancora una cornice legale che lo riconosca.

Tra i convocati figura anche Boniperti, come giocatore-studente, che però resta fuori per infortunio. In panchina, con il ruolo di commissario tecnico, siede un nome pesante del calcio italiano, Giuseppe Meazza, affiancato da Piercarlo Beretta e Aldo Foni.

Fuori agli ottavi

L’esordio è una formalità: gli azzurri travolgono gli Stati Uniti, vittima predestinata di ogni bilancio olimpico, con un netto 8-0 e la tripletta di Gimona. Agli ottavi arriva però l’appuntamento decisivo, e l’avversaria è proprio l’Ungheria. Dopo appena venti minuti i magiari conducono già 2-0 grazie alla doppietta di Palotas; chiude i conti Kocsis. Finisce 3-0, senza appello, ed è l’ennesima conferma che il cammino del 1936, quando l’Italia vinse l’oro olimpico, resta un ricordo ormai irripetibile per una squadra inesperta e priva di elementi davvero di spicco.

La marcia dell’Ungheria

Quella che i tifosi magiari chiameranno presto Aranycsapat, la squadra d’oro, non incontra più avversari alla sua altezza. Nel turno preliminare piega la Romania 2-1, con i gol di Czibor e Kocsis; poi travolge la Turchia 7-1 ai quarti e la Svezia, campione uscente, addirittura 6-0 in semifinale, lasciando agli scandinavi il bronzo di consolazione.

In finale, contro la Jugoslavia dei bomber Mitic e Zebec, basta un gol per tempo: apre Puskas con una giocata delle sue, raddoppia Czibor quando i balcanici si scoprono in cerca del pareggio. Sarà solo l’inizio: Hidegkuti, Kocsis e lo stesso Puskas diventeranno protagonisti assoluti del calcio mondiale nei due anni successivi, fino alla clamorosa sconfitta nella finale del Mondiale svizzero del 1954.

L’umiliazione britannica

Se l’Ungheria vola, la Gran Bretagna precipita. I Maestri del calcio, inventori del gioco, vengono eliminati a sorpresa già al primo turno dal piccolo Lussemburgo, che si impone 5-3. Uno schiaffo che brucia sulla pelle di chi il calcio l’ha insegnato al mondo, e che anticipa in piccolo l’umiliazione ben più celebre che gli inglesi subiranno l’anno successivo a Wembley, proprio per mano di quella stessa Ungheria che a Helsinki aveva appena cominciato a scrivere la propria leggenda.

IL MEDAGLIERE

UNGHERIA

JUGOSLAVIA

SVEZIA


Autore: Storie di Calcio