Olimpiadi 1984 – Los Angeles

Mosca non perdona. Quattro anni dopo il boicottaggio occidentale di Mosca 1980, l’Unione Sovietica restituisce il favore e diserta Los Angeles, trascinando con sé gran parte del Patto di Varsavia. Nel calcio la rinuncia coinvolge Cecoslovacchia, Germania Est e la stessa URSS, che abbandonano i posti conquistati sul campo. Vengono ripescate Italia, Germania Ovest e Norvegia: gli azzurri, terzi nel girone di qualificazione alle spalle di Jugoslavia e Romania, si ritrovano così tra le sedici partecipanti quasi per un cavillo diplomatico.

L’oro alla Francia

Il gradino più alto del podio tocca alla Francia, che due mesi prima ha vinto gli Europei di casa trascinata da Michel Platini. A Los Angeles, però, «Le Roi» non si vede: il regolamento, aperto per la prima volta ai professionisti, ammette per le nazionali europee e sudamericane solo calciatori privi di presenze mondiali (qualificazioni comprese), tagliando fuori i campioni d’Europa. I transalpini si presentano dunque con una squadra quasi interamente rinnovata e finiscono comunque davanti a tutti: l’11 agosto, al Rose Bowl di Pasadena, battono il Brasile 2-0 con le reti di Brisson e Xuereb, mentre il bronzo va alla Jugoslavia.

Il ritorno azzurro dopo Roma ’60

Per l’Italia è un ritorno atteso ventiquattro anni, dai Giochi di Roma. La spedizione californiana è affidata al tandem Enzo Bearzot–Cesare Maldini, con il Vecio ancora fresco del trionfo mondiale di Spagna ’82 chiamato a guidare una nidiata di giovani. Nella rosa figurano nomi che faranno la storia del calcio italiano, come Franco Baresi, Daniele Massaro, Walter Zenga e Giuseppe Bagni, insieme ai più esperti Aldo Serena e Pietro Fanna.

Il debutto, il 29 luglio contro l’Egitto, si trasforma in una battaglia vera e propria: Serena sblocca il risultato al 63′ su assist di Fanna, ma pochi minuti dopo il difensore egiziano Sedki, appena espulso, lo raggiunge con un pugno. Sebastiano Nela si getta in soccorso del compagno e finisce anche lui sotto la doccia: tre giornate di squalifica per entrambi, mentre l’Egitto chiude la gara in otto uomini. Bastano poi un altro gol di misura di Fanna contro gli Stati Uniti e la sconfitta 0-1 con il Costa Rica a completare un girone tutt’altro che brillante, ma sufficiente per i quarti.

Il rigore di Vignola e il muro brasiliano

Il 5 agosto, a Stanford, gli azzurri piegano il Cile 1-0 grazie a un rigore di Eugenio Vignola nei supplementari, trasformato davanti a circa cinquemila tifosi italoamericani accorsi da San Francisco. In semifinale trovano il Brasile, che passa al 53′ con Gilmar Carioca; pareggia Fanna al 62′, ma al 95′ un’incertezza del portiere Tancredi regala il gol partita a Ronaldo. Il quarto posto si consuma nella finalina contro la Jugoslavia: Vignola illude ancora una volta gli azzurri, ma Baljic e Deveric ribaltano il punteggio e condannano l’Italia a tornare a casa senza medaglia.

Le polemiche di Stanford

La squadra, sotto pressione dopo il ko con il Costa Rica, sceglie il silenzio stampa già sperimentato ai Mondiali di Spagna, ma stavolta senza lo stesso lieto fine. Bearzot si dichiara comunque soddisfatto, rammaricandosi solo per la rosa troppo ristretta concessa dal regolamento; non la pensa così Vignola, tra i migliori del torneo, che rimpiange la scarsa preparazione concessa alla squadra. Il ritiro di Stanford, spartano college senza telefono né televisione, resterà nella memoria degli azzurri più come un collegio di clausura che come l’anticamera di un podio mai raggiunto.

IL MEDAGLIERE

FRANCIA

BRASILE

JUGOSLAVIA


Autore: Storie di Calcio