Sotto gli anelli issati sul London Eye, il pallone recitò una parte secondaria rispetto ai record di Usain Bolt e Michael Phelps, relegato agli impianti di provincia mentre il grosso dell’attenzione restava fisso sulla pista d’atletica e sulle corsie della piscina. Eppure, tra Londra, Cardiff, Manchester, Newcastle e Coventry, il torneo di calcio maschile regalò ai Giochi della XXX Olimpiade uno degli epiloghi più clamorosi di tutta l’estate londinese, con un finale che ribaltò ogni pronostico della vigilia.
Sedici squadre, un trofeo minore
Il torneo si giocò dal 26 luglio all’11 agosto 2012, distribuito su sei stadi del Regno Unito, da Wembley a Hampden Park. Le regole, fissate nel 1992 per non fare concorrenza ai Mondiali, imponevano rose Under 23 con al massimo tre fuoriquota per squadra. Sedici nazionali, ma solo quattro europee: l’Italia mancava l’appuntamento, eliminata addirittura dalla Bielorussia nella fase finale degli Europei Under 21 del 2011.
Il ritorno della Gran Bretagna
La novità del torneo fu la ricomparsa della Gran Bretagna, assente dal calcio olimpico maschile da oltre mezzo secolo e riunita per l’occasione delle Olimpiadi di casa. Capitano fu Ryan Giggs, a un passo dai 39 anni, in una rosa che mescolava tredici inglesi e cinque gallesi, con Daniel Sturridge e Aaron Ramsey tra i più attesi. I britannici vinsero il girone davanti a Senegal, Uruguay ed Emirati Arabi Uniti, ma ai quarti di Cardiff trovarono la Corea del Sud: 1-1 dopo i tempi supplementari, poi lo psicodramma dei rigori, con Sturridge che si fece parare il tiro decisivo e la Corea che festeggiò 5-4. Fu l’ultima apparizione della Gran Bretagna nel torneo maschile.
La sorpresa si chiama Messico
Mentre le favorite cadevano una dopo l’altra, il Messico costruiva in silenzio il proprio cammino. Nel girone superò Gabon e Svizzera e pareggiò con la Corea del Sud. Ai quarti rischiò grosso contro il Senegal: sotto di due gol, riacciuffò il pareggio e vinse 4-2 ai supplementari grazie a Giovani Dos Santos e Héctor Herrera. In semifinale, sotto di un gol al Giappone, ribaltò tutto e chiuse 3-1.
Ventinove secondi per la storia
L’11 agosto, a Wembley, il Brasile di Neymar e Thiago Silva partiva favorito assoluto contro una nazionale messicana priva di pressioni. Bastarono ventinove secondi perché Oribe Peralta, servito da Marco Fabián, sorprendesse la difesa verdeoro. Il Brasile provò a reagire, trovando il portiere José Corona sempre pronto, ma nella ripresa fu ancora Peralta, con una punizione al 75′, a chiudere i conti. Il gol di Hulk al 91′ servì solo a rendere meno amaro il passivo. Per il Messico fu il primo oro olimpico della sua storia calcistica; la Corea del Sud completò il podio battendo il Giappone 2-0 nella finalina tutta asiatica per il terzo posto.
La maledizione del Brasile
Restò lì, intatta, l’unica casella vuota nella bacheca brasiliana: il calcio, unico sport in cui il paese cinque volte campione del mondo non era mai riuscito a salire sul gradino più alto a cinque cerchi. Quel pomeriggio a Wembley la maledizione si rinnovò per l’ennesima volta, mentre a Città del Messico la festa per il primo oro olimpico del calcio azteco durò fino a notte fonda.