Il rombo che si alzò dagli spalti del San Paolo, quel pomeriggio di novembre, mise i brividi addosso perfino a chi in campo ci giocava da anni. Novantunomila persone si erano strette dentro lo stadio partenopeo per una gara di qualificazione, un numero che nessun’altra partita della Nazionale avrebbe più eguagliato: la posta in palio valeva un intero Mondiale, e la Federazione lo sapeva bene quando decise di spostare a Napoli la sfida decisiva contro la Germania Est, confidando che la spinta del pubblico meridionale bastasse a spianare la strada verso il Messico.
Era l’autunno delle imprese fuori scala. Mentre gli spalti del San Paolo si riempivano come mai prima, l’astronave Apollo 12 stava rientrando dallo spazio, con Charles Conrad appena diventato il terzo uomo a posare il piede sulla Luna, dopo Armstrong e Aldrin. Il mondo, in quel 1969, aveva imparato a sfidare la gravità: bastava alzare lo sguardo al cielo per crederci. Quel pomeriggio a Napoli, senza che nessuno lo sapesse ancora, un attaccante di ventiquattro anni si preparava a fare lo stesso, restando sospeso in aria un istante più del previsto.
Un pomeriggio che valeva un Mondiale
Il calcolo era semplice quanto spietato. Italia e Germania Est avevano entrambe superato il Galles e arrivavano appaiate in classifica all’ultima giornata del girone. Il regolamento, poi, non ammetteva scorciatoie: in caso di pareggio non avrebbe contato la differenza reti, ma sarebbe servito uno spareggio in campo neutro. Vincere, per gli azzurri, non era un’opzione tra le altre. Era l’unica.
Sabato 22 novembre 1969, ore 14:30, arbitro l’austriaco Schiller. Il San Paolo si aspettava di vedere titolare Antonio Juliano, il capitano del cuore partenopeo, ma Ferruccio Valcareggi non si lasciò guidare dall’entusiasmo della piazza: lo lasciò in panchina, preferendogli Pier Luigi Cera, e lanciò dal primo minuto un esordiente, Massimo Chiarugi, che avrebbe ripagato la fiducia con una partita di grande sostanza.
Mazzola apre, Domenghini raddoppia
Bastarono sette minuti perché Alessandro Mazzola sbloccasse il match, e il San Paolo, già caldissimo, esplose in un boato che si sentì fin oltre Fuorigrotta. Al 25′, Angelo Domenghini raddoppiò, confermando quell’intesa che lo legava a doppio filo al compagno di reparto al Cagliari, un certo Gigi Riva. L’Italia respirava, ma la partita, tra il caldo delle tribune e la tensione della posta in palio, restava tutta da vincere.
Il volo di Gigi Riva

Poi arrivò il minuto 36, e con esso il gesto che avrebbe reso quella giornata immortale. Domenghini lavorava un pallone sulla destra alla sua maniera, spingendo sulla fascia con quella corsa a testa bassa che i difensori tedeschi non riuscivano a contenere. Riva aspettava il momento buono per inserirsi in area, gli occhi già sul cross che sapeva sarebbe arrivato.
“Dovevo guadagnare mezzo secondo, altrimenti non ce la facevo”, avrebbe raccontato lui stesso anni dopo, ricordando quell’istante con il tono asciutto che lo ha sempre contraddistinto. Il pallone attraversò l’area tesissimo, e Riva si lanciò, non con i piedi come avrebbe fatto chiunque altro, ma di testa, il corpo proteso in avanti in un tuffo che sembrava sfidare la gravità. Colpì con potenza, trafiggendo il portiere Croy.
Alla radio e in tv, Nando Martellini gridò tre volte la stessa parola, “Rete, rete, rete”, come se una sola non bastasse a contenere quello che era appena successo. Non bastava, in effetti: era il gol che chiudeva i conti e apriva le porte del Messico.
Napoli, un amore per Rombo di Tuono
Il San Paolo si alzò in piedi come un corpo unico. Non fu solo l’esultanza per un 3-0 che valeva la qualificazione: fu il riconoscersi di una città in un attaccante arrivato da lontano e diventato, quasi per caso, un simbolo del sud che si opponeva allo strapotere calcistico di Milano e Torino. “A Napoli avevano particolare simpatia per noi e per quelli del Cagliari”, avrebbe ricordato Riva, e quel pomeriggio lo dimostrò: applausi e cori per tutta la partita, anche quando lo stesso Riva sbagliò un calcio di rigore, un dettaglio che il tempo avrebbe cancellato ma che lui, uomo poco incline a raccontarsi eroe, non ha mai dimenticato di citare.
Il soprannome che lo avrebbe accompagnato per sempre, Rombo di Tuono, sarebbe arrivato solo l’anno dopo, coniato da Gianni Brera dopo una doppietta di Riva contro l’Inter a San Siro. Ma la sostanza, quella potenza capace di travolgere difese e conquistare stadi interi, a Napoli si era già vista tutta.
Il rifiuto

Per capire cosa significasse Riva per l’Italia del pallone bisogna tornare indietro, a un ragazzo nato a Leggiuno, sul lago Maggiore, in una famiglia che non nuotava nell’oro. Il padre morì in un incidente di fonderia quando Gigi aveva nove anni; lui crebbe rimbalzando tra collegi lombardi da cui scappava non appena poteva. Un’infanzia dura, che forse spiega perché, una volta trovata la sua casa vera, non volle più lasciarla.
Quella casa era la Sardegna. E quando la Juventus di Gianni Agnelli, il potere calcistico per eccellenza, bussò alla sua porta, Riva disse di no. “Sì, certo, dissi no ad Agnelli. Cos’altro avrei potuto fare?”, si sarebbe chiesto lui stesso, decenni dopo, come se la domanda non avesse mai avuto davvero una risposta alternativa. Il sud contadino che rifiutava un’offerta al nord industriale: un gesto che a Napoli, in quel novembre del 1969, i tifosi capirono meglio di chiunque altro.
Dal San Paolo al Messico
Quella vittoria per 3-0 spalancò le porte del Mondiale, e l’Italia di Valcareggi arrivò fino in fondo. Il 17 giugno 1970, allo stadio Azteca, andò in scena quella che sarebbe passata alla storia come la partita del secolo: la semifinale contro la Germania Ovest, vinta 4-3 dopo i tempi supplementari, con cinque reti segnate in appena trenta minuti di extra time. Al 104′, fu proprio Riva, servito ancora una volta da Domenghini, a riportare avanti gli azzurri con un sinistro imparabile. In finale, contro il Brasile di Pelè, la fiaba si interruppe: 4-1 per i verdeoro, ma la strada che portava a quel Mondiale era cominciata, in fondo, con un tuffo di testa a Fuorigrotta.
Un mito che non tramonta
L’anno dopo arrivò lo scudetto, l’unico della storia del Cagliari, e con esso il soprannome che lo avrebbe reso eterno. Chiuse la carriera con 208 gol in 377 partite in maglia rossoblù e 35 reti in 42 presenze in Nazionale, un record azzurro che nessuno, in oltre mezzo secolo, è mai riuscito a scalfire.
Gigi Riva si è spento a Cagliari il 22 gennaio 2024, all’età di 79 anni, nella terra che aveva scelto come propria molto prima che il resto d’Italia imparasse a chiamarlo Rombo di Tuono. Ma quel giorno a Napoli, tra la gente del San Paolo che non lo aveva mai visto giocare dal vivo eppure lo sentiva già suo, il mito aveva già preso il volo. Un tuffo, e tutto il resto è venuto da sé.