Uno su venti. Sono questi i marocchini che, nell’estate del 1986, possiedono un apparecchio televisivo in casa. Eppure la sera in cui i Leoni dell’Atlante affrontano la Germania Ovest agli ottavi di finale, tutti, davvero tutti, vogliono vedere quella partita.
A Marrakech viene rinviato il Festival Nazionale delle Arti Popolari: per una notte i cobra degli incantatori resteranno chiusi nelle ceste. A Rabat, Re Hassan II segue l’incontro dal palazzo reale, affacciato sulla piazza Mechouar imbandierata a festa. Nei kahwah, i piccoli bar di quartiere, e nei giardini andalusi ci si stringe attorno a un solo schermo. Arrivano perfino i berberi scesi dalle montagne, gente abituata a seguire il calcio alla radio, che questa volta vuole vedere con i propri occhi: dormono in alberghetti da cinque dirham a notte pur di non perdersi l’appuntamento.
Per l’Africa, del resto, un Mondiale così non si era mai visto prima. Fino agli anni Settanta la FIFA aveva riservato ai continenti africano e asiatico solo le briciole del torneo, al punto che nel 1966 trentuno federazioni del continente avevano boicottato in blocco le qualificazioni per protesta. L’Egitto era stata la prima ad affacciarsi al Mondiale, nel 1934, eliminata subito dall’Ungheria; poi il continente aveva dovuto aspettare trentasei anni prima di rivedersi in finale, con lo stesso Marocco nel 1970. Camerun e Algeria, nel 1982, avevano fatto intravedere qualcosa di più, salvo restare fuori al primo turno. Ora, nel 1986, la posta in gioco era ben più alta.
Per capire come si sia arrivati a quella notte bisogna tornare indietro di tre anni, e cambiare continente.
Da Ramos a Rabat
José Faria nasce nel 1933 nel quartiere di Ramos, a Rio de Janeiro, e con il calcio ha da giovane un rapporto modesto: gioca senza lasciare il segno tra Bonsucesso, Fluminense e Bangu, mentre per vivere lavora come radiotelegrafista alla Petrobras. Appesi gli scarpini nel 1960, trova la sua vera vocazione in panchina, guidando per undici anni le giovanili del Fluminense.
Tra i banchi di scuola del calcio giovanile carioca passeranno anche futuri protagonisti della Nazionale verdeoro, ma è la carriera successiva a rendere Faria un personaggio da romanzo. Nel 1979 arriva la prima chiamata dall’estero, in Qatar, dove allena l’Under 19 e l’Al Sadd: le autorità locali provano a convincerlo a convertirsi all’Islam offrendogli perfino del denaro, ma lui rifiuta. Nel 1983 è la Federazione del Marocco ad affidargli la Nazionale maggiore, dopo una breve esperienza al FAR Rabat. Con lui i giocatori troveranno un allenatore diverso dagli altri: “intelligente, predisposto al colloquio, un vero e proprio pedagogo”, lo descriveranno.
In Marocco, stavolta per scelta e non per convenienza, Faria si converte davvero all’Islam, conquistato da quelli che definirà i valori di tolleranza e solidarietà del suo paese d’adozione. Poco prima del Mondiale assumerà il nome di Mehdi Faria.
La lunga marcia verso il Messico
Il primo trofeo del nuovo corso arriva già nel 1983: l’oro ai Giochi del Mediterraneo, con l’Egitto eliminato in semifinale e la Turchia B travolta 3-0 in finale. L’anno seguente il Marocco si qualifica alle Olimpiadi di Los Angeles, dove perde con onore contro Brasile e Germania Ovest (2-0 in entrambi i casi) e batte l’Arabia Saudita grazie a Mustapha Merry.
Le qualificazioni mondiali si aprono con un doppio 5-0 e 2-0 complessivi su Sierra Leone e Malawi. Poi tocca all’avversario più temuto, l’Egitto: 0-0 al Cairo, quindi un secco 2-0 in casa firmato Mohamed Timoumi e Aziz Bouderbala. Nella finale playoff contro la Libia i marocchini vincono 3-0 all’andata e cedono 1-0 al ritorno — l’unica rete subita in tutto il percorso di qualificazione. Il Marocco torna al Mondiale sedici anni dopo l’unica apparizione precedente, e a Rabat scoppia una festa che arriva fin dentro le mura del palazzo reale.
Ritratti dei Leoni

La difesa ruota attorno al centrale Mustafa El Biyaz, spalleggiato dal veterano Labid Khalifa. In porta si consacra Badou Zaki: nato a Sidi Kacem nel 1959, cresciuto a Salé dopo aver perso il padre a sei anni, allevato dalla sola madre insieme ad altri tre fratelli. A Mexico ’86 sarà lui il capitano.
Completano la retroguardia Abdelmajid Lamriss e Noureddine Bouyahyaoui, in un reparto che sarà tra i più solidi del torneo. A centrocampo comanda Abdelmajid Dolmy, soprannominato “il maestro”, affiancato dal più prudente Mustafa El Haddaoui. Ma il vero gioiello è Mohamed Timoumi, chiamato “il Platini del Maghreb” e calciatore africano dell’anno 1985: si era rotto i legamenti sei mesi prima del torneo, e solo un intervento diretto di Re Hassan II, che gli mette a disposizione il miglior chirurgo del paese, lo rimette in piedi in tempo. Il ct del Tottenham, David Pleat, lo descriverà in un servizio della Itv come un centrocampista compatto e creativo, dal sinistro raffinato, capace di distribuire il gioco con eleganza.
In attacco i fratelli Merry: Mustapha, capocannoniere delle qualificazioni, e soprattutto Abdelkarim Merry, detto “Krimau”, una carriera in giro per la Francia tra Bastia, Lille, Tolosa, Metz, Strasburgo, Tours e Le Havre, dove nella stagione pre-mondiale segna diciassette gol.
Un girone senza paura
Il sorteggio non è clemente: gruppo F con Inghilterra, Polonia e Portogallo. All’esordio di Monterrey contro la Polonia di Boniek il Marocco chiude ogni spazio; nel finale Krimau sfiora il vantaggio di testa, Urban risponde colpendo un palo. Finisce 0-0.
Quattro giorni dopo arriva l’Inghilterra, già sconfitta dal Portogallo. La partita si decide in cinque minuti convulsi a fine primo tempo: Bryan Robson, capitano inglese, gioca con un corsetto prestatogli da un amico rugbista per proteggere la spalla già lussata due volte, ma cede definitivamente ed esce in barella. Un minuto dopo Ray Wilkins rimedia l’unica espulsione della carriera, lanciando la palla contro l’arbitro paraguaiano Gonzalez per protesta: “Pensavo avessero fischiato un fallo a nostro favore, invece era un fuorigioco: ho tirato la palla all’arbitro. Mi sono sentito un idiota”, ammetterà poi. Sotto i 35 gradi di Monterrey gli inglesi in dieci, con Terry Butcher a fare da diga, resistono fino allo 0-0.
I ribelli di Saltillo
Il Portogallo, terzo avversario, arriva al match decisivo con una squadra spaccata. Il 25 maggio, il capitano Manuel Bento e tutti gli altri ventuno convocati si erano ammutinati, rifiutandosi di scendere in campo in un’amichevole contro il Monterrey per protesta contro i premi partita giudicati troppo bassi: passeranno alla storia come “i ribelli di Saltillo”. Il presidente della Federazione rimanda ogni decisione, il presidente della Repubblica Mário Soares fa appello al buon senso, il governo condanna l’iniziativa. Lo sciopero rientra, ma alcuni giocatori continuano ad allenarsi con la maglia al contrario, per non pubblicizzare gli sponsor federali. L’unico momento sereno del ritiro lo regala il cuoco della squadra, Alvaro Evaristo, che ha portato in Messico trecento chili di baccalà e vini pregiati, intrattenendo i giocatori con la chitarra a bordo piscina — più leader morale, a detta di tutti, del ct José Torres. Nel frattempo il portiere titolare Bento si frattura il perone in allenamento e lascia il posto a Vítor Damas.
Contro questo Portogallo in piena crisi il Marocco dilaga: al 19′ Abderrazak Khairi sorprende Damas con un gran destro da fuori area, otto minuti dopo firma il raddoppio su cross di Khalifa. Nella ripresa arriva anche il tris di Krimau, che controlla al limite dell’area e batte ancora Damas; Diamantinho segna solo la rete della bandiera all’80’. Finisce 3-1, e il Marocco chiude il girone al primo posto, davanti a Inghilterra, Polonia e proprio al Portogallo. “Potremmo tornare a casa ora, è come se avessimo già vinto il nostro Mondiale”, dirà Faria.
L’ultimo assedio tedesco

Un risultato a sorpresa nell’ultimo turno del girone E, la Danimarca che batte 2-0 la Germania Ovest, consegna ai Leoni dell’Atlante l’avversario più difficile possibile agli ottavi: i due volte campioni del mondo. Franz Beckenbauer schiera il convalescente Rummenigge accanto a Rudi Völler; Faria deve invece rinunciare al suo miglior difensore, El Biyaz.
Puntando sulla maggiore resistenza al caldo dei suoi uomini, il ct marocchino imposta una gara di attesa, con Bouderbala, Timoumi ed El Haddaoui pronti a ripartire. Zaki è immenso: nel primo tempo risponde d’istinto a un tocco ravvicinato di Rummenigge, nella ripresa si oppone in uscita a Völler lanciato a rete. Il Marocco sta per trascinare i tedeschi ai tempi supplementari quando, all’88’, Lothar Matthäus calcia una punizione da oltre trenta metri: un rasoterra angolato che si infila all’angolo basso, imprendibile. Finisce 1-0, e il sogno mondiale si spegne a due minuti dalla fine.
“I tedeschi soffrivano il caldo, sembrava stessero bollendo. Penso che giocammo alla pari con loro”, ricorderà anni dopo El Haddaoui. “Anche se avevamo perso, il popolo marocchino era orgoglioso di noi. Al ritorno abbiamo sfilato davanti a centomila persone”.
Un’eredità che pesa più di una sconfitta
L’accoglienza in patria è trionfale: centomila persone in strada per applaudire i propri eroi. Zaki viene eletto calciatore africano dell’anno, Bouderbala arriva secondo. Nessuno dei ventidue, e nemmeno lo stesso Faria, costruirà poi una carriera di rilievo in Europa: eppure quell’estate messicana resta uno spartiacque. Da quel momento il calcio africano smette di essere considerato di serie B, e comincia una crescita lenta ma inarrestabile.
Trentasei anni più tardi, un’altra generazione di Leoni dell’Atlante arriverà fino alla semifinale di un Mondiale, in Qatar. Ma quella porta, socchiusa per la prima volta, l’avevano già spinta loro, nell’afa di Monterrey e Guadalajara, nell’estate del 1986.