Bastava un sorriso a raccontare mezza carriera di Joe Jordan: quella bocca vuota, priva dei due incisivi superiori, che si spalancava sul campo come un avvertimento ai difensori avversari. Da quel vuoto nacque un soprannome, anzi due — Jaws in Inghilterra, “lo Squalo” in Italia — e da quel soprannome una leggenda scozzese capace di attraversare tre paesi e altrettante epoche del calcio europeo: l’Elland Road ruvida di Don Revie, la Manchester rossa di fine anni Settanta, e infine Milano, dove il suo nome resta scolpito tra i tanti stranieri sbarcati e mai davvero sbocciati nel campionato più duro del mondo.
Le origini, tra Cleland e Blantyre
Joseph Jordan nacque il 15 dicembre 1951 a Cleland, villaggio del Lanarkshire spesso confuso con la vicina Carluke. Finita la scuola fece per un periodo l’apprendista disegnatore tecnico, mentre a quindici anni cominciava a giocare nelle giovanili del Blantyre Victoria. Nel 1968 passò al Greenock Morton per appena 250 sterline, restando a lungo un semiprofessionista. Fu il suo allenatore-giocatore, il trentanovenne Bobby Collins, ex idolo del Celtic che Jordan tifava da bambino, a fargli da padrino calcistico: lo raccomandò personalmente a Don Revie, di cui era osservatore in Scozia, dopo averlo visto giocare in una doppia sfida di Texaco Cup contro il West Bromwich Albion. Bastò quello a convincere Revie a portarlo a Leeds nel novembre 1970, a diciannove anni, per 15 mila sterline.
A Elland Road, tra gavetta e morsi

Al Leeds United i primi tempi furono duri: davanti a lui, inamovibile, la coppia d’attacco formata da Allan Clarke e Mick Jones. Solo nel 1973 riuscì a ritagliarsi spazio, con 16 presenze e 9 reti in campionato, pur restando escluso dalla finale di FA Cup persa contro il Sunderland. Giocò invece quella di Coppa delle Coppe, persa 1-0 contro il Milan: un incrocio che il destino gli avrebbe ripresentato otto anni più tardi, stavolta in maglia rossonera. Fu proprio in quel periodo che una gomitata subita in una gara delle riserve gli spezzò due denti anteriori. Jordan si fece rifare un ponte, ma decise di toglierlo prima di scendere in campo: c’è chi dice per respirare meglio, chi sospetta invece che gli piacesse l’effetto scenico prodotto da quella voragine nera. Lui non ha mai chiarito la faccenda, e la faccenda gli costruì un soprannome che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Il double mancato e la ribalta europea
Nella stagione 1973-74 Jordan divenne il centravanti titolare del Leeds, trascinando la squadra al titolo nazionale grazie anche a una striscia di 29 partite senza sconfitte. Insieme a lui, a formare la cosiddetta “mafia scozzese” dello spogliatoio, giocavano il portiere David Harvey, il difensore Gordon McQueen, il capitano Billy Bremner, l’ala Eddie Gray e Peter Lorimer. L’anno dopo arrivò la cavalcata in Coppa dei Campioni, con le eliminazioni di Zurigo, Anderlecht, Ujpesti Dozsa e persino del Barcellona, fino alla finale di Parigi del 1975 persa 2-0 contro il Bayern Monaco. Furono complessivamente 170 presenze in campionato e 35 reti per lo Squalo in maglia bianca, prima che il declino post-Bayern convincesse il club a cederlo, nel gennaio 1978, al Manchester United per 350 mila sterline, cifra record per l’epoca.
Il debutto in Nazionale e il Mondiale di Germania

Nel frattempo Jordan aveva conquistato anche la maglia della Scozia, esordendo il 19 maggio 1973 a Wembley, subentrato a Lou Macari in una sconfitta contro l’Inghilterra. Il momento che lo consacrò arrivò quattro mesi dopo, il 26 settembre, quando un suo colpo di testa in tuffo firmò il gol vittoria contro la Cecoslovacchia ad Hampden Park, spalancando alla Scozia le porte del primo Mondiale dopo sedici anni di assenza. In Germania Jordan segnò contro lo Zaire e trovò un pareggio praticamente allo scadere contro la Jugoslavia: la Scozia chiuse il girone imbattuta, eliminata soltanto per differenza reti.
Gli anni di Manchester
Con lo United, allenato da Dave Sexton, Jordan raggiunse la finale di FA Cup del 1979, persa 3-2 contro l’Arsenal. Resta però più celebre l’episodio di un anno dopo, nel replay di terzo turno contro il Tottenham: esasperato dalle cariche subite sui corner, lussò la mascella al portiere avversario Milija Aleksic, costringendo Glenn Hoddle a indossare i guanti per il resto della partita. Fu comunque un centravanti prolifico: primo marcatore dei Red Devils sia nella stagione 1979-80, chiusa al secondo posto, sia in quella successiva. Con la Scozia, invece, il suo nome restò legato a un altro episodio controverso: nella decisiva sfida di qualificazione mondiale del 1977 contro il Galles ad Anfield, un fallo di mano fischiato al difensore avversario era in realtà suo. Il pubblico gallese non gliela perdonò mai, ribattezzando l’episodio “la mano di Joe”. Al Mondiale argentino del 1978 arrivò comunque il terzo gol iridato, contro il Perù, e un assist per Kenny Dalglish nella vittoria sull’Olanda.
L’approdo a Milanello

Nell’estate del 1981 il Milan, appena promosso, cercava il suo straniero: si parlò di Johan Cruijff, di Zico, giudicato troppo costoso, e infine di Jan Ceulemans, il cui trasferimento sfumò all’ultimo per il parere contrario della madre del giocatore. Si virò così su Jordan, che aveva il pregio di costare poco: 700 milioni di lire al Manchester United, 500 al calciatore in due anni. Ad accoglierlo all’aeroporto di Linate c’era una folla di tifosi con uno striscione, “Welcome, Big Joe”, e alla prima conferenza stampa Jordan si presentò con una battuta che lo rese subito popolare: “Ho pochi denti, ma bastano per azzannare l’Inter”.
Ma il campionato 1981-82 fu tutt’altro che quello sperato: 22 presenze e appena due reti, la prima delle quali a novembre contro il Como. In Coppa Italia il suo gol di testa portò il Milan sul 2-1 nel derby con l’Inter, terminato poi 2-2, mentre in campo europeo i rossoneri si consolarono vincendo la Mitropa Cup. Ma fu il campionato a consegnare l’epilogo peggiore: nell’ultima giornata, sotto 2-0 in casa del Cesena, Jordan firmò il gol che riaprì la partita fino al 3-2, rimonta però inutile, perché il contemporaneo pareggio del Genoa condannò comunque il Milan alla retrocessione in Serie B.
L’ultimo Mondiale
Nonostante il trasloco in Italia, Jordan restò un punto fermo della Scozia, che nel 1982 lo portò al suo terzo Mondiale consecutivo, stavolta in Spagna. A Malaga, contro l’Unione Sovietica, firmò il gol del 2-2 finale, diventando l’unico giocatore scozzese ad aver segnato in tre edizioni differenti della fase finale della Coppa del Mondo. Fu anche il suo ultimo atto in Nazionale: uscito infortunato proprio in quella partita, non tornò più a vestire la maglia biancoblù, chiudendo un percorso fatto di 52 presenze e 11 reti.
La rivincita in Serie B
Fu proprio la cadetteria a regalare a Jordan la stagione più convincente in Italia: primo scozzese a giocare in Serie B, chiuse con 10 reti in 30 presenze in un Milan che perse solo due partite in tutto il campionato, laureandosi campione con otto punti di vantaggio sulla Lazio. Fu capocannoniere della squadra a pari merito con Aldo Serena, mentre i rigori, curiosamente, li tirava il difensore Franco Baresi. In Coppa Italia arrivò anche il gol nella sconfitta contro la Juventus di Paolo Rossi, e la rimonta firmata insieme a Serena contro il Genoa; nei quarti, contro il Verona, Jordan portò i suoi sul 3-1 salvo poi essere eliminato ai gol fuori casa dopo il 3-3 finale.
Verona, l’ultimo atto italiano

Nel 1983, a trentun anni, Jordan passò proprio agli scaligeri, diventando il primo scozzese a giocare una coppa europea con una squadra italiana, subentrando nella vittoria di Coppa UEFA contro la Stella Rossa. Le buone prove di Maurizio Iorio e Giuseppe Galderisi ne limitarono però lo spazio: appena dodici presenze in campionato, un solo gol, l’8 aprile 1984 contro la Sampdoria. Arrivò comunque fino alla finale di Coppa Italia, persa contro la Roma.
La curva gli dedicò comunque una grande bandiera scozzese, riconoscendogli l’impegno messo in campo. Al suo posto sarebbe arrivato Preben Elkjaer, con cui il Verona avrebbe conquistato l’anno dopo il primo storico scudetto della sua storia.
Il ritorno in Inghilterra
Chiusa l’avventura italiana, Jordan tornò in patria firmando per il Southampton di Lawrie McMenemy: nella stagione 1984-85 fu capocannoniere dei Saints, che chiusero quinti, uno dei migliori piazzamenti della loro storia, vanificato però dallo squalifica europea seguita alla tragedia dell’Heysel. Un grave infortunio al ginocchio, rimediato in allenamento, ne compromise il resto dell’esperienza. Chiuse la carriera da calciatore nel Bristol City, dove diventò anche allenatore-giocatore.
Squalo in panchina
Da allenatore Jordan guidò ancora il Bristol City, poi sfiorò un secondo posto in campionato con l’Heart of Midlothian nel 1991-92, prima di essere esonerato l’anno seguente dopo una pesante sconfitta per 6-0 contro il Falkirk. Passò poi, per pura fedeltà sentimentale, ad assistere Liam Brady al Celtic, il club che aveva tifato da ragazzo, ma l’esperienza durò solo quattro mesi. Allo Stoke City, arrivato al posto del connazionale Lou Macari, non riuscì mai a conquistare i tifosi e si dimise dopo due sconfitte consecutive per 4-0.
Nei primi anni Duemila lavorò come vice, prima con l’Irlanda del Nord, poi soprattutto al fianco di Harry Redknapp, con cui vinse la FA Cup 2008 al Portsmouth e lo seguì al Tottenham e poi al Queens Park Rangers. Chiuse la carriera in panchina con brevi collaborazioni al Middlesbrough e al Bournemouth.
Restò, fino alla fine, un uomo di frontiera: scozzese per nascita e per fede sportiva, inglese per formazione professionale, italiano per una parentesi che non rinnegò mai, tanto da tornare più volte a Milano e a Verona da ex giocatore onorato. Di quella bocca vuota che negli anni Settanta gli aveva regalato un soprannome, il tempo non cancellò mai il segno: ancora oggi, quando si racconta il calcio scozzese di quella generazione, c’è sempre una vecchia fotografia di Joe Jordan che sorride senza denti, e con lei torna intera la memoria dello Squalo.