La guerra di Van Hanegem

Monaco di Baviera, 7 luglio 1974. La finale dei Mondiali comincia con l’Olanda che tocca palla e non la molla più. Un passaggio, un altro, un altro ancora: le cronache ne contano quindici o sedici, a seconda di chi rifà i conti, e in tutto quel tempo nessun tedesco riesce a sfiorarla. Poi Johan Cruyff riceve, parte, entra in area e Uli Hoeneß lo stende. Rigore. Al secondo minuto Johan Neeskens calcia in mezzo alla porta, e il primo giocatore della Germania Ovest a toccare il pallone è Sepp Maier, che lo va a prendere in fondo alla rete.

I tedeschi lo sapevano già dal tunnel degli spogliatoi. Bernd Hölzenbein l’ha raccontato a David Winner, autore di Brilliant Orange: avevano deciso di fissare gli olandesi negli occhi per farsi sentire alla pari, e non ci riuscirono. “Erano una squadra migliore.”

Chi guarda quelle immagini pensa che la partita sia già decisa. Non lo pensa Wim van Hanegem, centrocampista dell’Olanda, perché per lui l’1-0 è soltanto l’inizio di un discorso. Per capire quale bisogna tornare indietro di trent’anni, in un villaggio di pescatori sulla Schelda.

Breskens

L’11 settembre 1944 è un lunedì di fine estate e a Breskens, in Zelanda, si preparano le reti per la stagione delle aringhe. Gli Alleati hanno appena preso Anversa e devono liberare l’estuario per farci passare le navi. Sull’altra sponda i tedeschi in ritirata si ammassano nel porto in attesa dei traghetti per Vlissingen. Il giorno prima dagli aerei sono caduti dei volantini che invitano gli abitanti a evacuare, ma il vento ne ha portati molti verso la costa belga e in paese quasi nessuno li ha visti.

I bombardieri arrivano il giorno dopo. Sono britannici e olandesi della RAF e buona parte delle bombe manca il porto per cadere sulle case. Il novanta per cento del paese finisce in macerie. Muoiono 199 persone, che con i combattimenti dei mesi seguenti diventeranno 225, su circa duemila abitanti: in proporzione nessun comune olandese ha pagato di più.

Nel cimitero di Breskens c’è una fossa comune con le vittime della battaglia dello Schelda

Jacobus van Hanegem, detto Lo, ha messo al sicuro la famiglia vicino a Groede, ma torna in paese a prendere delle coperte insieme al figlio Izaäk. Quando ricominciano le bombe si infila in un capanno con una vicina e il suo bambino di nove mesi, e si china sul piccolo per coprirlo. Una scheggia lo prende alla schiena. Il bambino sopravvive sotto il suo corpo. Si chiama Ben de Pauw e da grande diventerà professore di ematologia. Di Izaäk non si troverà mai traccia.

L’ultimo dei figli, Wim, ha meno di sette mesi e non è in paese. Crescerà a Utrecht con la madre e il patrigno, in una casa dove della guerra e di suo padre non si parla. Scoprirà che cosa ha fatto Lo intorno ai vent’anni. Ogni estate, però, la famiglia torna a Breskens, dove il paese ricostruito ha le sue baracche di legno ai margini dell’abitato. “Sei settimane lì con tutta la famiglia. Che bello era”, ricorderà Wim.

Il gobbo

A Utrecht Wim gioca per strada, fa mille lavoretti e prova a farsi prendere dalle squadre della città. Lo scartano tutte, perfino l’Ajax, dove Rinus Michels lo giudica lento e sgraziato. A sedici anni è ancora ai margini, finché l’allenatore del Velox lo nota accanto a un campo mentre stoppa e rilancia tutti i palloni che gli capitano tra i piedi. “Sembrava avesse un piede radiocomandato”, racconterà. Da lì passa allo Xerxes, e nel dicembre del 1967 segna il gol che spezza la lunga imbattibilità del Feyenoord, che se lo compra subito. Nel 1968 arriva a Rotterdam e con Ernst Happel in panchina vince nel 1970 la Coppa dei Campioni a San Siro, contro il Celtic: è la prima volta per una squadra olandese.

I giornalisti lo chiamano il gobbo, per le spalle curve e le gambe storte. Litiga con tutti gli allenatori, parla poco e quando lo fa è sarcastico. Dick Advocaat, che da difensore se lo trovava contro, lo ricorda così: “Giocare contro di lui era un incubo. Ti insultava dal primo all’ultimo minuto, dava calci e gomitate, ti graffiava sulla schiena.” Eppure Mariolino Corso, che di centrocampisti se ne intende, lo considera il migliore che abbia mai incontrato: “Gli altri lanciavano nello spazio, lui gli spazi li creava.”

Happel, l’unico che sia riuscito a tenerlo a bada, spiegava così il suo modo di stare in campo: “Giocava con un senso di disperazione, come fosse sempre l’ultima partita della sua vita.” Aveva capito da dove veniva.

Un conto da saldare

Con i tedeschi Van Hanegem ha sempre avuto un problema che gli altri avversari non gli davano. Li detesta, ma quando se li trova davanti perde lucidità. “Non mi piacciono, non mi è mai piaciuto giocare contro di loro. Non riesco a concentrarmi, vengo sopraffatto da altri sentimenti”, dirà. A Monaco quei sentimenti hanno uno stadio e novanta minuti a disposizione.

Nello spogliatoio arancione non tutti la vedono così. Cruyff e gli uomini dell’Ajax vogliono vincere e basta. Dall’altra parte c’è chi sta con il gobbo, come Wim Rijsbergen, che in guerra ha perso dei parenti. Anni dopo Van Hanegem lo dirà senza giri di parole: “Del punteggio non mi importava, mi bastava l’1-0, purché li umiliassimo. Li odio. Hanno ucciso la mia famiglia.”

Le bombe di Breskens erano inglesi, ma per lui non faceva differenza: la guerra l’avevano voluta i tedeschi, e questo chiudeva il discorso.

Ventitré minuti

Tra il rigore di Neeskens e il pareggio passano ventitré minuti, e l’Olanda li usa male. Invece di cercare il secondo gol comincia a giocare con il pallone come in allenamento, per farsi ammirare e per farsi odiare. Anche Van Hanegem, il duro, si mette a palleggiare da solo. I tedeschi lo prendono per un insulto. “Non era programmato, ma cominciammo a farci beffe dei tedeschi”, ammetterà Johnny Rep. “Fu solo colpa nostra.”

Al 23′ Van Hanegem viene ammonito. Due minuti dopo l’arbitro inglese Jack Taylor concede alla Germania Ovest un rigore molto discusso per un fallo di Wim Jansen su Bernd Hölzenbein, e Paul Breitner lo trasforma. Al 43′ Gerd Müller fa diventare tiro imparabile una palla quasi persa. Herman Kuiphof, alla telecronaca per la tv olandese, pronuncia una frase che sopravvivrà alla partita: “Zijn we er toch nog ingetuind”, ci hanno fregati di nuovo. Diventerà titolo di libri e di canzoni.

All’intervallo Cruyff viene ammonito per proteste. Nella ripresa non c’è nessun gol, e non era mai successo in una finale mondiale. Maier salva su Neeskens, Beckenbauer e Overath tengono il gioco lontano dalla loro area, gli olandesi sembrano svuotati. Franz Beckenbauer lo dirà bene: “Le ragioni della nostra vittoria non vanno cercate su un campo da calcio. Sapevamo che avremmo potuto prendere un altro gol, ma non accadde, perché loro erano abbattuti come se avessero già mancato il loro vero obiettivo.”

Dopo

Van Hanegem esce a testa bassa e diserta il banchetto ufficiale della FIFA. Due anni dopo, agli Europei in Jugoslavia, viene espulso in semifinale contro la Cecoslovacchia insieme a Neeskens e rifiuta di lasciare il campo finché l’arbitro gallese Clive Thomas non prende il pallone e fa per andarsene. Alla fine ubbidisce, dopo una lunga discussione con il delegato UEFA. L’Olanda perde 3-1 ai supplementari; in caso di vittoria avrebbe trovato in finale la Germania Ovest.

La rivincita arriva nel 1988, agli Europei in Germania, semifinale ad Amburgo. Segna Matthäus su rigore, pareggia Ronald Koeman, sempre dal dischetto, e a due minuti dalla fine Marco van Basten firma il 2-1. Koeman, figlio di Martin, grande amico di Van Hanegem e cresciuto nel suo culto, a fine partita chiede la maglia di Olaf Thon, la guarda e se la passa sul sedere davanti alle telecamere del mondo. Due anni dopo, ai Mondiali in Italia, Frank Rijkaard sputa a Rudi Völler.

Non cambia idea nemmeno col tempo. Nel 2014, in un’intervista a un quotidiano inglese per i quarant’anni della finale, chiama i tedeschi ora tedeschi ora nazisti, come fossero sinonimi, e dice che in quella squadra decidevano i giocatori e non Michels.

Per gli olandesi la sconfitta di Monaco è rimasta una ferita collettiva. Jan Mulder, che allora era nel giro della nazionale, la paragona alla morte di Kennedy: “Tutti sapevano dove erano e cosa facevano quel giorno.”

Un padre

Nel 1992 il giornalista Matty Verkamman, per il libro Negen Zeeuwen van Oranje, ricostruisce il bombardamento di Breskens e arriva a Ludwina de Pauw, la madre del bambino salvato da Lo. Suo figlio Ben deve consegnare a Van Hanegem la prima copia, ma la presentazione salta: quel giorno Wim firma il contratto da allenatore del Feyenoord, che entro un anno porterà al titolo. Si incontrano poco dopo.

Ben si aspetta un po’ di rancore e non ne trova. Van Hanegem gli dice: “Avrei potuto rimproverare a mio padre solo di non averlo fatto.” Quanto a De Pauw, quel debito non ha mai smesso di sentirlo: “Lo van Hanegem doveva sapere di dare la vita per me. Per risparmiare la mia, Willem è cresciuto senza padre.” Diventano amici.

A Breskens, cinquant’anni dopo il bombardamento, è stato inaugurato un monumento con una frase alla base: “11 settembre 1944 e per sempre restò il silenzio.” Un vicino di casa dei Van Hanegem, Jaap Keijmel, che nel 1944 aveva otto anni e nel bombardamento perse il fratello gemello, ha riassunto tutto con rassegnazione, anni dopo: “Noi non siamo mai stati liberati.” Ben ha provato a far intitolare una via a Lo. La richiesta si è persa tra beghe locali, e in fondo ogni casa di Breskens ha un suo lutto: come distinguere? All’incrocio tra De Hullustraat e Papendrecht c’è un enorme ritratto di Van Hanegem in maglia da calciatore.


Autore: Storie di Calcio