L’Avellino-record di Giammarinaro

Il Comunale di Avellino non aveva mai visto tanta gente: venticinquemila persone circa, contate a spanne dentro e attorno allo stadio, con un incasso che sfiora i quarantasette milioni di lire, cifra mai raggiunta prima in Serie C. È l’ultima domenica di maggio del 1973 e in novanta minuti si decide una stagione intera: di fronte, i Lupi dell’Avellino e il Lecce, la corazzata che fino a poche settimane prima pareva avere la promozione già in tasca. Poi la classifica aveva cominciato a raccontare un’altra storia, fatta di sorpassi, controsorpassi e un allenatore arrivato da lontano, con un passato che il calcio italiano ricordava per ben altre ragioni.

Il ragazzo di Tunisi

Antonio Giammarinaro, per tutti “Tony”, non era un allenatore qualunque quando nel 1972 arriva ad Avellino. Nato a Tunisi, per la precisione a Hammam-Lif, pochi chilometri a sud della capitale, da una famiglia siciliana emigrata in Nord Africa, aveva imparato il calcio nei cortili polverosi della comunità italiana, sfidando i coetanei arabi a chi palleggiava meglio, con la merenda in palio. Portato in Italia, rifiutò un provino con la Juventus pur di vestire la maglia granata del Torino, la squadra dei suoi sogni.

Fu proprio lì, nelle giovanili granata, che visse da vicino l’anno che cambiò il calcio italiano: la tragedia di Superga, il 4 maggio 1949. Nei giorni successivi al disastro, quando la prima squadra semplicemente non esisteva più, toccò ai ragazzi del vivaio completare il campionato: Giammarinaro scese in campo nelle ultime quattro partite di quella Serie A, segnando due reti, mezzala accanto al ricordo ancora caldo di Valentino Mazzola.

Una carriera da giocatore onesta, tra Torino, Modena, Taranto e ancora granata, lo aveva poi condotto alla panchina. E fu lì, tra Bari e Pescara, che imparò il mestiere che lo avrebbe reso, ad Avellino, l’uomo del record.

Quando arriva in Irpinia, nell’estate del 1972, trova una squadra che da anni vive di centroclassifica: decima nel 1968-69, quattordicesima l’anno successivo, sedicesima nel 1970-71 e salva solo grazie alla differenza reti, dodicesima nella stagione precedente. Una base modesta, buona al massimo per qualche salvezza senza affanni: non certo per il campionato che si sarebbe messo in moto di lì a poco.

La corazzata Lecce

Fino a inverno inoltrato, il campionato pareva un monologo. Il Lecce filava a tutta birra, trascinato dai gol del centravanti Ferrari, che a fine stagione ne avrebbe messi a segno ventisei in trentasei partite: numeri che qualche anno più tardi gli sarebbero valsi la chiamata più pesante, quella per sostituire il “reprobo” Chinaglia nella Lazio di Serie A.

Con un obiettivo promozione ormai considerato irrinunciabile dopo diversi tentativi falliti, la società salentina non si fece scrupoli: ai primi segnali di flessione esonerò il tecnico Giuseppe Corradi, dopo aver provato invano a soffiare Oronzo Pugliese, il “mago del Sud”, bloccato però da un veto della Lega. Sulla panchina arrivò Maino Neri.

Fu proprio in quelle settimane, con il Lecce avanti di sei punti e apparentemente incontenibile, che l’Avellino iniziò a macinare risultati su risultati, in una primavera che sarebbe rimasta negli annali del calcio meridionale.

Punto dopo punto

Il sorpasso prese forma tra aprile e maggio, cinque giornate vissute con il fiato sospeso. Alla ventottesima l’Avellino batte il Crotone tre a zero mentre il Lecce supera il Messina: quarantasette a quarantatré, con l’Acireale terza già staccatissima a quota trentacinque. Una settimana dopo i giallorossi cadono a Cosenza, gli irpini vincono a Trani: la forbice si chiude a due punti. Alla trentesima, sotto gli occhi di una folla che invade il campo per portare in trionfo i giocatori dopo il tre a zero al Frosinone, l’Avellino si porta a un solo punto dalla vetta. Alla trentunesima arriva l’aggancio, quarantanove pari, complice la sconfitta del Lecce a Turris e la vittoria irpina a Messina. Il sorpasso, però, tarda ancora una giornata: alla trentaduesima entrambe vincono e restano appaiate a cinquantuno. È alla trentatreesima che la storia si compie: il Frosinone frena il Lecce sull’uno a uno, l’Avellino piega il Barletta e vola in testa, cinquantatré a cinquantadue. Da lì il campionato dei salentini si spegne: la classifica finale dirà sessantadue punti per gli irpini, cinquantanove per il Lecce, con la Turris terza a quarantasei, su un altro pianeta.

Una squadra su misura

In alto, la coppia dei terzini Piaser e Codraro. In basso Piero Fraccapani e Elio Parolini

Dietro ai numeri c’era una squadra costruita con pazienza. In porta il quasi quarantenne Ferdinando Miniussi, ex interista, alto un metro e ottantanove, secondo solo a Cudicini tra i portieri più alti del campionato: una statura che gli semplificava le uscite alte, meno le distensioni sui palloni bassi. Suo il record di ottocentocinquantanove minuti consecutivi senza subire gol. Davanti a lui i terzini Piaser e Codraro, lo stopper Piccinini, il libero Fraccapani: un reparto che avrebbe chiuso l’annata con appena diciotto reti subite e nemmeno una sconfitta interna.

A centrocampo agivano i mediani, l’interno Pantani e il raffinato mancino Nobili, di origini venezuelane, destinato a fare la fortuna del Pescara in Serie A. Davanti, un attacco che puntava sull’agilità più che sulla stazza: le due ali Palazzese e Bongiorni, rapide e ficcanti, e il centravanti di manovra Desiderio Marchesi, cresciuto nel Milan di Nereo Rocco. Non a caso i tre capocannonieri della squadra, proprio Marchesi, Pantani e Nobili, chiusero tutti a quota dodici reti: un attacco corale più che affidato a un bomber solo.

Tra i marcatori del girone, alle spalle di Ferrari, chiusero appaiati a sedici gol l’altro leccese Carello e il giovanissimo centravanti del Matera, Vito Chimenti, che qualche anno più tardi avrebbe vestito la maglia dell’Avellino in Serie A, già famoso per la sua “bicicletta”, il gol in rovesciata che aveva inventato spettacolarmente a Palermo.

Il giorno del sorpasso

Si torna così a quella domenica di fine maggio, al Comunale stracolmo. L’Avellino arriva all’appuntamento con un solo punto di vantaggio, ottenuto pochi giorni prima con un tre a due esterno a Cosenza. Di fronte c’è il Lecce, ancora in corsa nonostante tutto. Il gol decisivo lo firma Nobili, su rigore: un’esecuzione fredda che vale una promozione intera e che consegna, oltre ai tre punti, il record d’incasso della categoria.

Da quel momento la squadra di Giammarinaro non lascia più scampo a nessuno: chiude con ventotto vittorie, sei pareggi, appena quattro sconfitte, sessantaquattro gol fatti e diciotto subiti. Numeri da record assoluto, mai eguagliati da nessuna squadra di terza serie con la vittoria a due punti.

Un’altra corsa, parallela, accompagna quella cavalcata: la neonata Coppa Italia Semipro, alla sua prima edizione, mette di fronte tutte le sessanta squadre di Serie C. L’Avellino vola, eliminando Salernitana e Matera nel proprio girone, poi la Juve Stabia ai rigori, ancora il Lecce agli ottavi, il Cosenza ai quarti e il Giulianova in semifinale. La finale, però, si gioca lontano da casa, il 29 giugno al Flaminio di Roma: qui l’Avellino cede quattro a due all’Alessandria, sfumando l’ultima possibile ciliegina su una stagione già straordinaria.

Il primo mattone

La stagione successiva, sempre guidato da Antonio Giammarinaro, l’Avellino si piazza quattordicesimo in Serie B, conquistando una salvezza tranquilla. Non è un’annata da prima pagina, ma è il mattone che serviva: la prova che i lupi irpini, dopo la promozione revocata nel 1949 per un presunto illecito mai dimostrato, potevano davvero restare stabilmente nel calcio che conta.

Il resto arriverà cinque anni più tardi, l’11 giugno 1978, quando una vittoria in casa della Sampdoria, con la squadra affidata a Paolo Carosi, varrà all’Avellino la sua prima storica promozione in Serie A. Il record di Giammarinaro, però, resta lì, scolpito nei libri della Serie C: sessantadue punti, mai più eguagliati da nessuno con la vittoria a due punti.


Autore: Storie di Calcio