Luglio 1984: i giorni di Maradona

Bastarono pochi giorni perché il volto di Diego Armando Maradona finisse ovunque: sulle bandiere, sulle magliette, perfino sulle calze, mentre Napoli lo cantava a squarciagola e lo metteva nel menù dei ristoranti. Questo è il racconto dei primi giorni di luglio del 1984: un elicottero scartato, una conferenza stampa in un forno e un giro di campo che nessuno aveva previsto.

La città prima di Maradona

Le prime a comparire furono le cassette. Due canzoni, l’«Inno a Maradona» e il «Tango de Maradona», passavano di mano dal bagagliaio delle automobili e su banchetti improvvisati, con un listino che valeva un trattato di economia napoletana: «Seimila la cassetta originale, quattromila la falsa». Nessuno si offendeva. Il ritornello era orecchiabile, i musicisti anonimi suonavano senza sbavature, e le cassette, già pronte e riprodotte a migliaia pochi giorni dopo le prime voci sull’arrivo, andavano a ruba.

La febbre era partita prima ancora dell’affare. Un centinaio di bambini furono battezzati Diego quando l’acquisto era poco più di un’idea, e per oltre un mese i napoletani vissero con il fiato sospeso.

Poi vennero i poster, gli accendini, le magliette con il volto del campione esibito come in altre epoche quello del Che, le bandiere azzurre, i giochi per bambini. Qualcuno ritrasse la faccia di Dieguito sulle caviglie di un nuovo modello di calze, con lo slogan «Maradona ai piedi dei napoletani». Tutto nasceva chissà come e chissà dove, per quella che lo scrittore Raffaele La Capria chiamava «partenogenesi partenopea». Il clan dell’argentino, abituato a gestire altrove l’immagine del campione con metodo da multinazionale, prese atto con crescente incredulità.

Gli striscioni spuntarono come funghi. «Maradona, sei l’unica luce nel buio di questa città». «Forcella ringrazia Juliano e Ferlaino per averci dato il n. 1 al mondo». «Maradona, al tuo arrivo Forcella gioisce». E il più napoletano di tutti: «Napoli tre cose tiene belle: o’ mare, a’ pizza e Maradona».

Al ristorante «Il sarago», a Mergellina, un display luminoso annunciava i piatti del giorno: «Linguine alla Maradona, tagliatelle alla Juliano, fettuccine alla Ferlaino, fusilli alla Marchesi». Nelle pizzerie di Fuorigrotta nasceva intanto la «pizza alla Maradona». L’ultima portata del menù toccava all’allenatore Rino Marchesi, che di lì a poco avrebbe dovuto dirigere un’orchestra con un solista già famoso in tutto il mondo.

Il prezzo dell’affare

Maradona aveva ventitré anni e una biografia già piena di scossoni. Aveva cominciato con l’Argentinos Juniors, nel 1981 era passato al Boca Juniors e in una stagione aveva conquistato i vertici del calcio argentino. Poi il Barcellona, dove le cose non andarono come tutti si aspettavano, anche per colpa di un infortunio.

L’operazione partì da una scusa. Antonio Juliano, il dirigente, contattò il Barcellona per proporre un’amichevole, e i catalani accettarono precisando che Maradona non ci sarebbe stato a causa di un infortunio. Era falso, raccontò poi Ferlaino: il giocatore era in rotta con il club. Così partirono. Al giocatore, secondo una ricostruzione, Juliano promise che a Napoli sarebbe diventato un «Dio vivente» e che la gente sarebbe morta per lui.

Il 30 giugno il presidente Corrado Ferlaino e Juliano erano a Barcellona e chiusero l’acquisto a un prezzo che all’epoca fu un record mondiale. Il club catalano, a sentire Ferlaino, quella somma l’aveva chiesta convinto che il Napoli non l’avrebbe mai trovata: «Ci chiesero 13 miliardi di lire, convinti che non avessimo i soldi».

E la commedia non era finita. L’ingegnere non riuscì a depositare in tempo il contratto e, per non perdere il mercato, consegnò al guardiano di turno una busta vuota facendogli credere che dentro ci fosse tutto. Una busta vuota, e un acquisto verissimo.

Tre giorni di segreti

Il primo annuncio ebbe il sapore dell’avanspettacolo. Il capotifoso Crescenzo Chiummariello aveva immaginato Maradona che scende dal cielo in elicottero e plana sul prato del San Paolo, come una manna. Trovata suggestiva, e comoda per evitare l’abbraccio soffocante della folla. La società prese tempo. A tenere il fronte restò l’addetto stampa Carlo Juliano, travolto da un insolito destino di cose grandi, mentre Ferlaino e Antonio Juliano erano a Milanofiori a costruire il Napoli sul mercato. Martedì 3, con aria grave, disse: «L’elicottero? È una delle ipotesi che stiamo seguendo. Le altre sono segrete».

La presentazione slittò: martedì, poi mercoledì, infine giovedì 5 luglio. Ufficialmente la colpa era dell’Argentinos Juniors, il primo club di Diego, che negava il transfert finché il Barcellona non avesse saldato un grosso debito. Guillermo Bianco, addetto stampa della «Maradona productions», era evasivo e ne sapeva poco. Girava voce di attriti sui 50 milioni che il Napoli chiedeva alle tv per la ripresa integrale.

Mercoledì alle 14,05 Maradona toccò il suolo italiano a Fiumicino, in arrivo da Barcellona. Da lì la società giocò a rimpiattino: visite mediche al San Paolo, passaggio in sede, cena a Capri, tutto sottratto ai fotografi e a malapena filtrato nei taccuini dei giornalisti. Ne uscì il ritratto di un’organizzazione fragile, che vacillava sotto una vicenda ormai grottesca. Anche l’elicottero sparì, scartato, pare, per ragioni di sicurezza.

Lo stadio

Quel giovedì non si giocava nessuna partita, eppure il San Paolo, che oggi porta il suo nome, era pieno in ogni ordine di posto. Chi entrava aveva pagato un biglietto simbolico, voluto dalla polizia per motivi di ordine pubblico, con l’incasso devoluto in beneficenza: cinquantamila paganti, dice la cronaca dell’epoca. Le ricostruzioni successive parlano di circa settantamila presenti, e una testata sale a ottantamila. Il bagarinaggio, immancabile, fece la sua parte come nelle grandi occasioni.

Sotto gli spalti, intanto, la conferenza stampa si teneva in una palestra sotterranea degli spogliatoi: giornalisti, operatori e fotografi ammassati in un viluppo di flash, sudore e caldo soffocante. Una sauna con il microfono.

La conferenza stampa

A tradurre le domande provvedeva José Alberti, ex calciatore e amico personale del campione. Maradona sorrideva. Fu il suo primo, storico discorso in italiano.

«Non so se ho parenti in Italia. Se dipendesse da me i bambini entrerebbero gratis allo stadio: e dico sin d’ora che per i bambini bisognosi di Napoli io sono a disposizione. Non ho niente contro spagnoli e catalani, qualche disavventura, se così si può chiamare, l’ho avuta solo con qualche dirigente. Calcio duro? Non so se quello spagnolo sia il più violento, certo è durissimo, ci sono molti gravi infortuni, gli arbitri consentono queste durezze ed è un peccato. Quanto ai vari contratti, io mi sento un calciatore a tutti gli effetti e a tempo pieno; a tutto quanto non riguarda strettamente il pallone pensa Jorge Cysterszpiller. Se ho un’idea del mio ingaggio? La stessa che ne avete voi. Differenze tra il calcio argentino, spagnolo e italiano? Io gioco sempre alla stessa maniera, non cambierò le mie abitudini; molto dipenderà da quelli che giocheranno assieme a me, nel bene e nel male. La trattativa per il mio trasferimento è stata lunga e tutti noi ne abbiamo sofferto e risentito, poiché l’abbiamo seguita passo passo. Claudia? È una amica. Di matrimonio non so ancora niente, ma se mi sposerò lo farò a Napoli»

Ai bambini bisognosi di Napoli offriva già la sua disponibilità. Al matrimonio, ipotetico, aveva assegnato la città. Dopo poco uscì, e la folla lo seppellì di urla.

Il giro di campo

Prima che uscisse, l’altoparlante scandì l’appello dell’addetto stampa: «Sportivi napoletani, oggi che il mondo ci guarda, cerchiamo di essere correttissimi». Raccomandazione superflua: sugli spalti la disciplina, pur dentro un’esplosione di tifo e d’affetto, fu totale.

In campo, invece, scoppiò il caos. Diego uscì dal sottopassaggio sommerso da fotografi, dirigenti, addetti e forza pubblica, si spaventò, tornò giù, risalì. Il San Paolo gridava sulla fiducia, perché di lui non si vedeva niente. Allora la gente si fece coro: «Fuori, fuori». Due fotografi finirono addentati dai cani della polizia, e il mucchio selvaggio con il campione al centro, invisibile dagli spalti, ondeggiava paurosamente.

Poi il ragazzo ruppe l’assedio, infranse il cerimoniale e partì di corsa per un giro di pista al piccolo trotto. Ventitré anni e mezzo, un sorriso velato di malinconia, minuscolo e riccioluto laggiù, al centro di una sommossa di ovazioni. Mandò baci, fece il segno della vittoria, ammiccò con una smorfia da scugnizzo. Li aveva già conquistati.

Tornò al centro del campo, gli altri si sedettero in cerchio, e Dieguito chiese il microfono. La montagna di suoni si sbriciolò di colpo, come se qualcuno avesse spento un interruttore. «Buonasera, napoletani. Io sono molto felice di essere con voi». Prese un pallone, accennò un palleggio, calciò altissimo di sinistro, a campanile. «Forza Napoli». Il più forte calciatore del mondo apparteneva a una città intera, e la città lo sapeva.

Napoli fuori dallo stadio

Il torrente uscì dallo stadio e corse fino al lungomare, e per ore clacson e cori a squarciagola paralizzarono la città, come neanche per un trionfo mondiale. Quella sera i napoletani avevano Maradona, il piccolo re capace di incoronarli tutti.

Anni dopo, nella sua autobiografia, Maradona ricordò gli scioperi della fame e la gente incatenata alla recinzione del San Paolo per pregarlo di venire, e si chiese: «Come potevo deluderli?».

Il cronista dell’epoca non dimenticò cosa stava sotto la cartolina: la droga che avvolgeva i giovani, la miseria dei bassi, i bambini che chiedevano il pane ai tavoli dei ristoranti, il terremoto, Pozzuoli che si sollevava giorno dopo giorno svuotandosi di abitanti. Su questo sfondo, Maradona riempiva lo stadio di sorrisi e le bancarelle di lavoro.

Alla conferenza stampa era intervenuto anche il corrispondente del primo canale della tv francese, Alain Chaillou, che nella sua domanda aveva mescolato camorra e soldi del calcio. Ferlaino si accese di sdegno e gli estrasse con lo sguardo il cartellino rosso. Ai colleghi venuti a caccia di colore e di ironia la città rispondeva a modo suo: senza Dieguito non avrebbero riempito i suoi alberghi.

Dopo il 5 luglio

In serata Diego Armando era già in volo per l’Argentina, dove lo aspettavano quindici giorni di vacanza, e a Napoli i clacson si placavano.

L’esordio ufficiale arrivò il 22 agosto contro l’Arezzo, nella fase a gironi di Coppa Italia, e Maradona segnò al ventiduesimo del primo tempo. Il campionato, però, fu di rodaggio: ottavo posto per il Napoli, quattordici gol in Serie A per Diego. Il terzo posto del 1985-86 fece da prova generale, poi arrivò l’estate del Mondiale vinto con l’Argentina.

Il 10 maggio 1987 bastò un pareggio. Napoli-Fiorentina finì 1-1, con Carnevale al 29′ e Roberto Baggio al 39′, e alle 17.47 l’arbitro Pairetto fischiò la fine: per la prima volta lo scudetto andava al Napoli, allenato da Ottavio Bianchi. Il giorno dopo, al cimitero, comparve uno striscione rivolto ai defunti: «E che ve site perso».

La gioia di quella sera di luglio pareva aver ipotecato il futuro. Il futuro pagò, quasi tre anni dopo.


Autore: Storie di Calcio