Valentino Mazzola: l’uomo del Grande Torino

Il fiume Adda scorre lento tra le case di Cassano d’Adda. Sulle sue rive, nell’estate del 1929, un bambino di dieci anni si tuffò per salvare dall’annegamento un coetaneo più piccolo di lui, tale Andrea Bonomi, destinato a sua volta a diventare calciatore e capitano del Milan. Quel bambino si chiamava Valentino Mazzola, nato il 26 gennaio 1919 in una famiglia poverissima. Suo padre Alessandro perse il lavoro nel 1929, travolto dalla Grande Depressione, e Valentino dovette lasciare la scuola dopo la prima classe per aiutare la madre Leonina e i quattro fratelli. Fece il garzone di fornaio, poi entrò al linificio del paese, percorrendo ogni giorno la strada a calci con una vecchia latta: da quell’abitudine gli venne il soprannome di “Tulen”.

Il pallone, però, non lo abbandonò mai. Lo notarono mentre giocava nei prati del quartiere Ricetto, e nel 1934 il Gruppo Sportivo Tresoldi, la squadra della sua città, lo aggregò alle giovanili. Passò per una breve parentesi al Fara d’Adda, poi tornò al Tresoldi, dove nella stagione 1935-36 disputò il primo campionato guadagnando dieci lire a partita e l’anno seguente entrò stabilmente in prima squadra. Veniva impiegato come centromediano o mediano destro, ma già allora si intuiva che quel ragazzo magro e velocissimo non poteva stare chiuso in un solo ruolo.

Dall’Alfa Romeo al Venezia

A segnalarlo all’Alfa Romeo di Milano fu un compaesano collaudatore nello stabilimento, appassionato di calcio, che aveva assistito alle sue prodezze nei campionati giovanili. Nel 1938 Mazzola approdò così in Serie C, e lì la sua classe esplose con numeri sbalorditivi: 33 gol in altrettante presenze. Un anno dopo arrivò il salto in Serie A, al Venezia, dove conobbe un’ala destra piemontese, Ezio Loik: nacque così una delle intese più fruttuose della storia del calcio italiano, destinata a rifiorire di lì a poco sotto un’altra maglia. Con la casacca arancioneroverde Mazzola vinse la Coppa Italia nel 1941 e sfiorò uno scudetto, chiudendo terzo nel campionato 1942, in una squadra di modesta caratura che grazie a lui e a Loik si trasformò in un avversario temuto da tutti.

Loik e Mazzola ai tempi del Venezia

La maglia azzurra in tempo di guerra

Il talento di Mazzola non sfuggì al commissario tecnico Vittorio Pozzo, che lo convocò in Nazionale mentre l’Europa bruciava nel secondo conflitto mondiale. Esordì il 5 aprile 1942 in Italia-Croazia, vinta 4-0, e appena due settimane dopo, il 19 aprile, segnò il suo primo gol azzurro in Italia-Spagna, anch’essa chiusa 4-0. Vestire la maglia della Nazionale, in quegli anni, conservava ancora qualcosa di quasi sacro.

Finita la guerra, Mazzola continuò a essere un punto fermo degli azzurri: l’11 novembre 1945 ispirò tutte le reti di un rocambolesco 4-4 contro la Svizzera a Zurigo, e il 1° dicembre 1946 firmò un gol nella vittoria per 3-2 sull’Austria a Milano. In totale collezionò dodici presenze e quattro reti in Nazionale, diventandone anche capitano.

Il trasferimento a Torino

Fu proprio quella stagione a costare caro al Torino: Mazzola e Loik, in forza al Venezia, contribuirono a scavalcare i granata all’ultima giornata del campionato 1941-42, consegnando il titolo alla Roma. Il presidente granata Ferruccio Novo non si perse d’animo: scese negli spogliatoi di Venezia e chiuse l’affare del secolo, acquistando i due campioni per un milione e duecentomila lire più le contropartite di Walter Petron e Raoul Mezzadra, bruciando sul tempo la Juventus del presidente Piero Dusio, che pareva già in vantaggio nella trattativa.

Mazzola debuttò in granata il 4 ottobre 1942 e segnò il suo primo gol pochi giorni dopo, in un derby vinto 5-2 sulla Juventus: fu decisivo nella conquista dello scudetto 1942-43, il primo di una serie che avrebbe cambiato la storia del calcio italiano.

Il campionato di guerra e la ricostruzione

Il campionato regolare si fermò nel 1943 per il conflitto, sostituito da un torneo bellico in cui Mazzola segnò 21 reti. Finita la guerra, riprese anche la normale vita degli italiani, e il Torino rinforzò la rosa con Valerio Bacigalupo, Mario Rigamonti, Aldo Ballarin ed Eusebio Castigliano: la squadra che sarebbe diventata leggendaria prendeva forma attorno al suo capitano.

Anche la vita privata di Valentino conobbe una svolta turbolenta: nel 1946 si separò dalla prima moglie Emilia, ottenne l’anno dopo l’annullamento del matrimonio da un tribunale romeno – sentenza priva di valore per la legge italiana, che costrinse Mazzola ad affrontare due cause legali intentate dalla ex moglie – e iniziò una relazione con Giuseppina Cutrona, che sposò a Vienna il 20 aprile 1949, pochi giorni prima di morire, con nozze registrate all’anagrafe di Torino solo ottantanove giorni dopo la sua scomparsa.

I due figli, Sandro e Ferruccio, furono divisi tra i genitori: il primo rimase a Torino con il padre e la nuova compagna, il secondo si trasferì con la madre a Cassano d’Adda. Si ritrovarono insieme soltanto nel maggio di quello stesso anno funesto, per l’ultima volta al completo.

Il quarto d’ora granata

Al Filadelfia, lo stadio di legno e passione del Torino, il trombettiere Oreste Bolmida suonava la carica e la squadra si trasformava. Nasceva il mitico “Quarto d’Ora Granata”, i minuti in cui il Grande Torino travolgeva ogni avversario, e Mazzola ne era il condottiero. Interno sinistro nel “sistema” ideato dai dirigenti tecnici Antonio Janni Borel e Roberto Copernico, di fatto era un giocatore universale, capace di difendere, costruire e finalizzare: scattava come un velocista, correva come un fondista di maratona, colpiva di testa con potenza da attaccante puro. Formò con Loik, Gabetto, Ferraris II e Ossola un attacco entrato nella leggenda.

Fu capocannoniere del campionato 1946-47 con 29 reti, mentre l’anno successivo il Torino segnò 125 gol, record di Serie A ancora imbattuto. Cinque scudetti, dal 1942-43 al 1948-49, scandirono l’epoca d’oro dei granata.

L’uomo oltre il capitano

Schivo e di poche parole fuori dal campo, Mazzola diventava un trascinatore appena varcava la linea bianca. Il giornalista Gianni Brera lo descrisse così: “In Valentino Mazzola vedevano tutti il meglio del nostro calcio sopravvissuto alla guerra”. Anni dopo, tecnici come Fulvio Bernardini, Enzo Bearzot, Ferruccio Valcareggi e Azeglio Vicini, interpellati su chi fosse il più grande calciatore italiano di sempre, indicarono proprio lui.

Giampiero Boniperti, storico rivale di mille sfide, riassunse la sua unicità ricordando che, pensando a “il calciatore più utile a una squadra, quello da ingaggiare assolutamente”, il suo pensiero andava prima a Mazzola che a Pelé, Di Stefano, Cruijff, Platini o Maradona.

Chi lo conosceva davvero, però, raccontava un uomo lontanissimo dal condottiero del campo: “chiuso, difficile, introverso, di poche parole”, capace di lasciar parlare i gesti al posto delle frasi. Un carattere schivo che conviveva, senza contraddizione apparente, con la statura del leader assoluto negli spogliatoi granata.

L’ultimo viaggio

Nella primavera del 1949 il Torino guidava ancora la classifica, sia pure con margini più ridotti degli anni precedenti. Mazzola aveva iniziato a valutare un ritorno all’Inter, la squadra della sua Milano, ma scelse di restare granata per un’ultima stagione. Fu lui, insieme al portoghese Francisco Ferreira, a organizzare l’amichevole di addio al calcio dell’amico lusitano: una sfida a Lisbona contro il Benfica, fissata per il 3 maggio 1949. Il presidente Ferruccio Novo concesse la trasferta a una condizione precisa: che la squadra, prima, fermasse l’Inter nello scontro diretto per lo scudetto. Il Torino rispettò il patto, pareggiando 0-0 e ipotecando così il quinto titolo consecutivo.

Il 24 aprile Mazzola giocò la sua ultima partita di campionato, un pareggio a Bari in cui segnò anche il suo ultimo gol in maglia granata. Nonostante non stesse bene, decise comunque di imbarcarsi per il Portogallo.

Superga

Alle 17:05 del 4 maggio 1949, di ritorno da Lisbona, il trimotore FIAT G.212 che riportava a casa la squadra si schiantò contro il muro di cinta della basilica di Superga, avvolto dalla nebbia sulla collina che sovrasta Torino. Morirono tutte le 31 persone a bordo: i calciatori, i dirigenti, gli allenatori e tre giornalisti al seguito – Renato Casalbore, Luigi Cavallero e Renato Tosatti.

Il lutto fu nazionale. Il 6 maggio una folla stimata fra le cinquecentomila e le seicentomila persone accompagnò in corteo le bare fino al Duomo di Torino, in uno dei momenti di partecipazione popolare più intensi della storia italiana del dopoguerra. Ancora oggi, ogni 4 maggio, i tifosi granata salgono in marcia fino alla basilica, dove viene letto l’elenco dei caduti: un rito che si ripete da più di settant’anni, segno di una ferita mai davvero rimarginata.

Quello che resta

Valentino con il piccolo Sandro Mazzola

Valentino Mazzola aveva trent’anni. Lasciò due figli: Sandro, che avrebbe scritto a sua volta la storia dell’Inter e della Nazionale diventandone capitano e trascinatore proprio come il padre, e Ferruccio, cresciuto lontano dai riflettori.

Il suo nome resta ancora oggi accostato a quelli di Meazza, Piola, Rivera e Riva fra i più grandi calciatori italiani di sempre: non solo per i cinque scudetti e per una carriera stroncata sul più bello, ma per quel modo di intendere il calcio come mestiere totale, fatto di corsa, sacrificio e comando silenzioso. Il Grande Torino morì con lui su quella collina, ma il suo Quarto d’Ora, in fondo, non è mai davvero finito.


Autore: Storie di Calcio