Napoli e Savoldi: sogni tra la spazzatura

“Beppe Beppe.” Non “Napoli”. Quando il San Paolo si riempiva, il coro che saliva dagli spalti aveva il nome di un solo uomo. Beppe Savoldi lo ricorderà per tutta la vita come il suono più bello della sua carriera, più di qualsiasi trofeo. Eppure quel legame nacque in una stagione che il calcio italiano non aveva mai attraversato prima, e che il resto del Paese visse con un misto di stupore, indignazione e voglia di sognare a costo zero.

Un paese senza fiato

Bisognava avere fantasia, nel 1975, per trovare qualcosa da festeggiare. Il prodotto interno lordo era calato del 3%, un milione di italiani erano senza lavoro, le ore di cassa integrazione erano lievitate del 133% in dodici mesi. Nessuno dei 44 contratti nazionali in scadenza fu rinnovato entro dicembre. “Il ’75 è stato l’anno peggiore del dopoguerra”, sintetizzò il ministro del Lavoro Donat Cattin, aggiungendo che nemmeno il durissimo biennio 1946-47 reggeva il confronto, perché allora almeno c’era una prospettiva.

Anche Sanremo sembrò specchiarsi in quello sconforto. Vinse Rosanna Scalabrino, in arte Gilda, con “Ragazza del Sud”; tra le canzoni in gara resiste nella memoria “Il ragioniere” di Paola Folzini, con un verso involontariamente comico: “Peccato, il ragioniere è già sposato, altrimenti un pensierino ci farei”. Nello stesso anno in cui Eugenio Montale ritirava il Nobel per la letteratura, la canzone italiana toccava uno dei suoi punti più bassi.

Fu in questo scenario asfittico che esplose, improvvisa, l’unica notizia capace di far sognare in grande un Paese che aveva smesso di poterselo permettere.

Un centravanti conteso

Savoldi non era un nome qualunque sul mercato di quell’estate. Bomber del Bologna, capocannoniere in una stagione recente con 15 gol in 28 partite, era già stato vicinissimo alla Roma di Helenio Herrera e poi alla Juventus: prima di una sfida contro i bianconeri, il presidente rossoblù Luciano Conti gli aveva persino sussurrato, con una punta di malinconia, “Oggi giochi contro la tua prossima squadra”. Bastò la protesta dei tifosi bolognesi a mandare in fumo quel trasferimento.

Al Napoli, intanto, serviva esattamente un giocatore così. La squadra di Luis Vinicio aveva chiuso il campionato a due soli punti dalla capolista Juventus, giocando un calcio sorprendentemente moderno: tre punte, difesa in linea, zona elastica ben prima che certe idee avessero un nome. Mancava soltanto la punta di riferimento per completare il disegno.

Proposta indecente

Luciano Conti e Corrado Ferlaino

La scintilla scoccò il 28 giugno, durante la finale di Coppa Italia. In tribuna, al fianco del presidente del Napoli Corrado Ferlaino, Conti lasciò cadere una frase che avrebbe riscritto la storia del calciomercato: “Se mi porti Clerici e una barca di solidi, dico una barca, ti do Savoldi”.

Il resto lo fece Antonio Janich, direttore sportivo azzurro ed ex compagno di squadra di Savoldi a Bologna, che lo raggiunse al telefono mentre l’attaccante cantava con gli amici a Monghidoro, paese natale di Lucio Dalla. La domanda fu diretta: “Verresti a Napoli?”. Altrettanto diretta la risposta: “Non ho bisogno di mezzo minuto per dire sì”.

La notte del “Principe di Savoia”

Le minacce arrivarono prima ancora della firma, e da entrambe le direzioni. Alla famiglia di Conti era stato fatto sapere: “Guai a vendere Savoldi”. A Ferlaino, per contro: “Ti rapiamo il figlio, se non compri Savoldi”. Fu in questo clima che, rientrato da Zurigo il 7 luglio, il presidente del Napoli telefonò all’omologo bolognese dall’aeroporto per fissare una cena, quella sera stessa, in un albergo milanese.

Al tavolo, insieme ai due presidenti, sedevano anche l’allenatore del Bologna Pesaola e lo stesso Janich, incaricato di redigere il contratto. “Firmi?”, chiese Ferlaino. “Non ho gli occhiali…”, rispose Conti, guadagnando tempo fino alle tre di notte, quando finalmente ammise il vero motivo dell’esitazione.

L’idea iniziale era di prendere tempo: far filtrare la voce, misurare gli umori della piazza bolognese, poi decidere con calma il giorno dopo. Ma nel frattempo tre uomini del Napoli avevano pedinato in taxi Conti per l’intera giornata, e la bozza d’intesa, firmata quella notte su carta intestata dell’hotel, era già depositata in Lega quando il presidente bolognese si ripresentò annunciando un ripensamento. Si infuriò, poi si arrese. All’1.22 l’affare era chiuso: un miliardo e 400 milioni in contanti, più l’attaccante Sergio Clerici e la comproprietà di Rosario Rampanti, per un totale di due miliardi di lire. Mai, prima di allora, un club italiano aveva speso così tanto per un solo giocatore.

Una città divisa

Fu Savoldi stesso, come tutti gli altri, a scoprire la cifra dai titoli dei giornali. “All’inizio mi spaventò. Ne parlavano in Germania, in Inghilterra… Ma poi non restai turbato. Quei soldi mica li intascavo io. La somma per me era un grande stimolo a fare di tutto per rendere al massimo”, dirà. L’11 luglio il Corriere della Sera mise la notizia in prima pagina, ma scelse una fotografia che raccontava tutt’altro: piazza Municipio sommersa dai rifiuti, dopo giorni di sciopero dei netturbini in una città già fiaccata dagli strascichi del colera del 1973 e da una disoccupazione vicina alle 240 mila persone.

Il commento del quotidiano non usò mezzi termini:

“La notizia in sé farebbe clamore per il malcostume che presiede a questo genere di contrattazioni nel mercato del calcio. Nel caso di Napoli però lo scandalo ha un significato più grande”.

L’ispettore dei netturbini Ferdinando Musto rincarò:

“Bastava la metà di quei soldi per pagare tutti i nostri stipendi e far luccicare come specchi le strade di Napoli”.

Arrivò perfino un’interrogazione parlamentare, presentata dal deputato Angelo Sanza al presidente del Consiglio Aldo Moro, che bollava l’operazione come “un ennesimo invito alla spinta della spirale della violenza”.

I tifosi, però, non ne vollero sapere di indignarsi. In un solo giorno sottoscrissero trecento milioni di lire di abbonamenti, tanto che la polizia dovette presidiare gli sportelli; tra la folla, si narra, anche un non vedente in coda, convinto che allo stadio si andasse “anche per sentire la partita”. Trentamila napoletani, quella settimana, giocarono al Lotto i numeri 2, 26 e 70: i miliardi, il pallone, l’immondizia.

Il Marajà e lo scudetto sfumato

Il debutto in azzurro fu affidato a un’operazione degna di un capo di Stato: tre piani di viaggio alternativi — aereo, treno, automobile — per confondere le attese dei tifosi.

“Scendemmo a Mergellina per depistare ulteriormente le attese, ma bastarono quei 50 tifosi che trovai alla stazione per capire cos’era l’entusiasmo di Napoli”

racconterà Savoldi, ribattezzato in fretta “‘o Marajà”.

Sette gol nelle prime sette partite, compreso un rigore contro il Como dopo averne fallito uno pochi minuti prima — abbastanza per meritarsi una canzoncina dei tifosi dedicata a San Gennaro. All’ottava giornata il Napoli vinse a Roma proprio mentre la Juventus perdeva il derby: per una sera gli azzurri si ritrovarono primi in classifica. “Lì ci ho creduto davvero allo scudetto”, dirà. Ma un infortunio patito proprio all’Olimpico lo tenne fuori tre settimane, e al ritorno in campo trovò solo un pareggio contro l’Ascoli. Il sogno si sgonfiò senza rumore.

Il conto, e ciò che i numeri non dicono

Duecentottanta milioni di lire in quattro stagioni: fu tutto quello che Savoldi incassò personalmente da un trasferimento da due miliardi. “Non sono mai stato bravo a fare i contratti”, ammetterà con un sorriso amaro, ricordando come al Bologna guadagnasse 30-40 milioni l’anno e come, alla vigilia di una sfida contro la Juventus, avesse ceduto pur di scendere in campo, piuttosto che litigare per un aumento di due milioni.

Il rimpianto più grande, però, non aveva a che fare con il denaro.

“Sono arrivato a Napoli troppo tardi. Me lo confermò Vinicio qualche anno dopo: quel Napoli aveva già dato il meglio, era a fine ciclo. Vincemmo una Coppa Italia, ma ero venuto per altro. Io avevo in testa tutto ciò che poi ha realizzato Maradona, ma quel Napoli aveva anche Giordano, Careca, Bagni”.

Centosessantotto gol in Serie A e nessuno scudetto: un bilancio che, letto da fuori, sembra quasi un torto subito.

E però restava, sopra ogni rimpianto, la gratitudine per una città che lo aveva cambiato:

“Ai napoletani devo anche gratitudine per aver smussato il mio carattere chiuso da bergamasco. Sono diventato così napoletano da incidere due dischi. Non si può non cantare a Napoli”.

Il primo, “La favola dei calciatori”, vendette 70.000 copie — un San Paolo pieno, anche fuori dallo stadio.

Mezzo secolo dopo

Giuseppe Savoldi nacque a Gorlago, in provincia di Bergamo, il 21 gennaio 1947, e proprio lì è morto nel marzo del 2026, a 79 anni: ad annunciarlo fu il figlio Gianluca, a sua volta ex calciatore. Di quell’estate lontana resta il soprannome che nessun altro trasferimento italiano avrebbe più portato con la stessa ingenuità, restano i numeri di una carriera irripetibile, e resta soprattutto quel coro — “Beppe Beppe” — capace ancora oggi di far dimenticare, per qualche istante, che un pallone spostò più soldi di quanti ne servissero a un intero esercito di netturbini in sciopero.


Autore: Storie di Calcio