Helmut Schön: le glorie dell’erede di Herberger

Diresse la Germania Ovest per quattordici stagioni senza mai alzare la voce, la portò quattro volte di fila sul podio iridato e le regalò l’unico double mondiale-continentale della sua storia, eppure il giorno in cui i suoi giocatori lo scaraventarono vestito in una piscina messicana fu il primo a ridere di gusto.

Accadde durante il ritiro dei Mondiali del 1970, a Leon: alcuni nazionali tedeschi sorpresero Helmut Schön nei pressi della piscina dell’albergo e lo gettarono in acqua completamente vestito. Risata generale, cui partecipò la vittima stessa dello scherzo. Il suo predecessore, Sepp Herberger, sarebbe inorridito di fronte a tanta confidenza: e proprio in quel contrasto sta la chiave per capire uno dei più grandi Ct della storia del calcio, l’uomo sotto la cui guida la Germania (occidentale) non fu mai così costantemente ai vertici come nel corso del suo lungo regno.

Il centravanti di Dresda

Helmut Schön nacque a Dresda il 15 settembre 1915. Da giocatore fu un cannoniere elegante, un interno sinistro dal fisico imponente che seppe farsi valere nel Dresdner SC, dove vinse due campionati tedeschi (1943 e 1944) e due coppe nazionali (1940 e 1941). Esordì in Nazionale il 21 novembre 1937, ad Amburgo contro la Svezia, segnando due reti in un secco 5-0. Chiuse la sua carriera internazionale con 17 gol in 16 presenze, un bottino da vero cacciatore d’area.

La guerra travolse la sua Dresda, ridotta in macerie dai terribili bombardamenti alleati del febbraio 1945, uno degli episodi più devastanti dell’intero conflitto in Europa. Schön sopravvisse alla distruzione della sua città e riprese a giocare nel dopoguerra, vestendo ancora, per un’ultima stagione, le maglie di St. Pauli ed Hertha Berlino. Ma il ginocchio non reggeva più: dopo tre operazioni alla cartilagine, nel 1951 dovette arrendersi.

Nel frattempo, alla fine del 1949, era nata la Repubblica Democratica Tedesca, la Germania Est del regime comunista, e pochi mesi dopo Schön scelse la Germania occidentale, con la morte nel cuore per l’addio definitivo alla sua Sassonia. Fu una decisione che gli cambiò la vita, oltre che la carriera: a Dresda non fece più ritorno, nemmeno da turista, nemmeno da Ct pluridecorato.

L’assistente di Herberger

Appese le scarpe al chiodo, Schön fece pratica come allenatore di formazioni dilettantistiche e guidò per alcuni anni anche la selezione dello stato indipendente della Saarland, un piccolo territorio conteso tra Francia e Germania che allora aveva persino una propria Nazionale: fu lì che scoprì la vera vocazione, gestendo uomini e spogliatoi con la pazienza che gli sarebbe rimasta addosso per tutta la vita. Quando la Saarland venne riassorbita nella Germania Ovest, entrò nei quadri della federazione tedesca, finché nel 1955 Sepp Herberger, il Ct che nel 1954 aveva firmato il “miracolo di Berna”, lo prese come proprio aiutante.

Rimase alla sua ombra per un decennio, un’attesa lunga e per certi versi frustrante: Schön non ne poteva più di restare dietro le quinte e, pur diluendo tutto nel suo carattere gioviale, aveva iniziato a non nascondere il malumore. Studiava, osservava, imparava i meccanismi di una federazione severa e gerarchica, ma covava già un’idea di calcio più morbida di quella del maestro. Quando Herberger lasciò, il testimone passò naturalmente a lui: debuttò sulla panchina della Germania Ovest il 7 giugno 1964, pronto a costruire una squadra a propria immagine.

Wembley, 1966

La prima mossa da Ct fu sgombrare il campo dai pregiudizi verso i giocatori impegnati all’estero, richiamando gente come Haller, Szymaniak e Brülls. Ai Mondiali d’esordio, nel 1966, presentò una squadra robusta e insieme raffinata, con il giovane Beckenbauer in mediana, il fantasista Haller e il “panzer” Seeler a fare da ossatura.

Arrivò fino alla finale di Wembley, il 30 luglio 1966, persa contro l’Inghilterra ai tempi supplementari per 4-2: pesò come un macigno il gol fantasma di Hurst, la cui palla — come la moviola avrebbe poi dimostrato — non aveva mai varcato per intero la linea di porta. Fu una beffa che i tedeschi si portarono dietro per anni, e che a Schön, esordiente assoluto sulla panchina più importante, costò più di una critica sul piano tattico. Il ricambio generazionale, due anni dopo, costò addirittura l’eliminazione al primo turno degli Europei per mano della Jugoslavia: sembrava la fine anticipata di un ciclo, ma da lì in avanti la Germania di Schön innestò il turbo.

Messico, 1970

Nel 1970 la squadra crebbe ancora, forgiata da un allenatore abile nell’amalgamare gli uomini e nel costruire un gruppo affiatato — cordiale quanto Herberger era stato rigido. Ai Mondiali messicani i tedeschi trovarono sulla propria strada l’Italia, nella semifinale destinata a restare nella leggenda: il 4-3 dopo i tempi supplementari passato alla storia come la “partita del secolo”.

In quella notte irripetibile, Beckenbauer si lussò una spalla in uno scontro di gioco con Pierluigi Cera, ma Schön aveva già esaurito le sostituzioni: il futuro Kaiser scelse di restare in campo con il braccio fasciato al petto, giocando così il resto dei tempi regolamentari e tutti i supplementari. Un’immagine di sacrificio e di fiducia reciproca che racconta bene il clima costruito dal Ct attorno al suo gruppo. La Germania Ovest chiuse comunque al terzo posto, battendo l’Uruguay nella finalina grazie a un gol di Overath, ma il rammarico per l’occasione persa contro gli azzurri restò a lungo.

Monaco, 1972-1974

Due anni più tardi arrivò il titolo continentale, e nel 1974, sulla stessa ossatura, il trionfo iridato che replicava vent’anni dopo l’impresa di Herberger. Era la squadra più forte di sempre del calcio germanico: il “gatto” Maier in porta, Beckenbauer libero ma di fatto regista aggiunto, i mastini Vogts e Schwarzenbeck in difesa, il jolly Breitner, il centrocampo di Bonhof, Hölzenbein ed Hoeness, il “tenore” Overath, le punte Grabowski e il cecchino d’area Müller.

Alla vigilia la Germania Ovest era favorita, ma l’irruzione della grande Olanda di Cruijff, regina del calcio totale, spostò la bussola dei pronostici: molti pronosticarono la disfatta tedesca, salvo poi scomodare mille distinguo per definire immeritato il successo finale. Poi arrivò la sconfitta nel derby con la Germania Est, ininfluente ai fini della qualificazione ma di enorme portata morale: nessuno la patì più di Schön, addolorato per l’uso propagandistico che il regime della sua amata Sassonia avrebbe potuto farne.

Dietro quella sconfitta covava anche il dualismo tra i due registi, Netzer e Overath, che Schön aveva a lungo sognato di far convivere, unendo la morbida arte dell’uno alle secche frustate di fantasia del mancino. L’operazione era però destinata a fallire: Beckenbauer si espose per Overath, e il Ct dovette arrendersi alle ragioni della squadra, concedendo a Netzer solo gli ultimi venti minuti contro i “cugini”. Fu proprio in quei minuti che Sparwasser firmò il gol della beffa, che tanti anni dopo avrebbe scherzosamente detto di voler scrivere sulla propria lapide.

La competizione però continuava, e la Germania Ovest costruita da Schön si rivelò più equilibrata della splendida cicala olandese, che aveva bruciato più energie nel proprio pressing costante. Gli olandesi passarono in vantaggio dopo un solo minuto su rigore di Neeskens, ma i tedeschi tennero duro: pareggiò Breitner, sempre dal dischetto, e alla fine ci pensò Müller con la sua fulminea rapina in area. Fu il trionfo assoluto di Schön.

Il tramonto

Due anni dopo arrivò un’altra finale europea, persa alla lotteria dei rigori contro la Cecoslovacchia per l’errore del fiammeggiante Hoeness. In tre Mondiali consecutivi Schön aveva conquistato un primo, un secondo e un terzo posto, inframmezzati da un primo e un secondo posto agli Europei: un dominio che nessun altro Ct avrebbe più replicato allo stesso modo.

Il declino, quando arrivò, fu rapido: nel 1978, in Argentina. Beckenbauer e Müller avevano lasciato la Nazionale, e i nuovi talenti — Rummenigge su tutti — erano ancora acerbi. Al secondo turno la Germania Ovest si arrese a Olanda e Italia, perdendo anche la partita decisiva contro l’Austria a tre minuti dal termine. Fu il 3-2 di Cordoba, il 21 giugno 1978, a chiudere la carriera agonistica di Schön: lasciò il calcio a 63 anni, con il rammarico dell’epilogo poco brillante e per non aver mai potuto allenare una squadra di club.

L’ultimo fischio

I numeri restano lì a raccontare un record probabilmente irripetibile: 139 partite alla guida della Nazionale, 87 vittorie, 31 pareggi e appena 21 sconfitte in quattordici anni, un titolo mondiale e uno continentale. Nessun altro Ct tedesco, prima o dopo di lui, avrebbe messo insieme una simile continuità di risultati ai massimi livelli internazionali.

Pochi anni dopo il ritiro, il morbo di Alzheimer prese a offendere il brillante cervello del grande Bundestrainer. Schön — che in tedesco significa “bello” — uscì di scena in silenzio, lontano dai riflettori che pure lo avevano accompagnato per un ventennio. Il giorno del suo settantacinquesimo compleanno, i ragazzi del Mondiale ’74 andarono insieme a trovarlo, con l’affetto di chi gli doveva una carriera intera, ma lui non li riconobbe. La moglie Anneliese chiese allora un unico, disperato regalo, rivolto a chi voleva ancora fargli visita: “Non tornate più”. Fu Uwe Seeler, il grande bomber predecessore di Müller, a tenere i contatti con lei fino all’ultimo, con la discrezione di chi aveva condiviso con Schön le notti di Wembley e di Leon.

Se ne andò il 23 febbraio 1996, a Wiesbaden. Lo chiamavano “l’uomo con il cappello”, per l’abitudine di portare la coppola sopra la testa calva. Müller, taciturno come sempre, lo salutò con la frase più semplice e vera: “Uno come lui non lo incontrerò mai più”.


Autore: Storie di Calcio