Il campo dello Waldstadion, a Francoforte, si era trasformato in un acquitrino nel giro di poche ore. Un violentissimo nubifragio si era abbattuto sulla città la mattina del 3 luglio 1974, lasciando il terreno disseminato di pozzanghere enormi, alcune profonde diverse decine di centimetri. Quel pomeriggio si sarebbe giocata la sfida che, di fatto, valeva una finale mondiale: Germania Ovest contro Polonia. Passò alla storia con un nome che suona quasi come un’onomatopea, “Wasserschlacht von Frankfurt”, la battaglia d’acqua di Francoforte.
Un girone che valeva una finale
Il Mondiale del 1974, il primo disputato in terra tedesca, aveva introdotto un formato mai visto prima: niente vere e proprie semifinali, ma due gironi di seconda fase da quattro squadre ciascuno, le cui capoliste sarebbero approdate direttamente all’atto conclusivo di Monaco. Nel girone B, Germania Ovest e Polonia avevano superato senza intoppi Jugoslavia e Svezia, presentandosi all’ultimo turno appaiate a quattro punti. La classifica avulsa, però, non era equa: ai padroni di casa, forti di una migliore differenza reti, sarebbe bastato un pareggio per volare in finale. Ai polacchi serviva soltanto la vittoria, l’unico risultato che potesse aprire loro le porte di un traguardo mai raggiunto.
Il crollo di Amburgo
Dietro quell’apparente equilibrio, il cammino della Germania Ovest era stato tutt’altro che disteso. Il torneo si era aperto tra le polemiche per i compensi dei giocatori, e nella fase a gironi i padroni di casa avevano incassato l’unica sconfitta dell’intero Mondiale: un 1-0 contro i cugini della Germania Est, condannati dal gol di Jürgen Sparwasser a pochi minuti dal termine, sul campo di Amburgo. Fu un trauma che spinse la squadra a un ritiro riparatore nella scuola sportiva di Malente: da quella riunione, avrebbe raccontato anni dopo Franz Beckenbauer, il gruppo passò da una squadra divisa a un’unità. Paradossalmente, la sconfitta si rivelò un favore del destino: relegò la Germania Ovest al secondo posto del proprio girone, evitandole gli scogli di Brasile, Argentina e Olanda nel tabellone successivo.
La generazione d’oro di Górski
Dall’altra parte del campo, la Polonia di Kazimierz Górski viveva la stagione più bella della sua storia. Il commissario tecnico, alla guida della nazionale dal 1970, aveva costruito attorno al talento cristallino di Kazimierz Deyna una squadra giovane e affamata. Due anni prima, alle Olimpiadi di Monaco, quel gruppo aveva conquistato l’oro battendo l’Ungheria 2-1 in finale, con una doppietta dello stesso Deyna, capocannoniere del torneo con sette reti. In Germania, i polacchi arrivavano imbattuti: cinque vittorie su cinque, comprese un 7-0 su Haiti e un 3-2 sull’Argentina firmato dalla doppietta dell’ala Grzegorz Lato.

C’era poi un episodio, precedente al Mondiale, che aveva reso Jan Tomaszewski un eroe nazionale ancor prima di scendere in campo in Germania. Nell’ottobre 1973, all’ultima giornata delle qualificazioni, la Polonia si era presentata a Wembley contro un’Inghilterra che aveva bisogno solo di vincere per staccare il biglietto per la fase finale. L’allenatore Brian Clough, ospite in studio come opinionista, aveva liquidato il portiere polacco come “un pagliaccio da circo con i guanti”. Quella sera Tomaszewski neutralizzò l’assedio inglese, la partita finì 1-1 e l’Inghilterra restò fuori dal Mondiale. Clough, anche a distanza di anni, non fece mai completa ammenda: continuò a chiamarlo “pagliaccio”, pur ammettendo che quel pagliaccio aveva eliminato l’Inghilterra.
Il diluvio prima del fischio
Tornando a Francoforte: nelle ore precedenti la sfida, decine tra vigili del fuoco, addetti dello stadio e volontari furono mobilitati in una corsa contro il tempo per rendere praticabile il terreno. Armati di pompe idrauliche, rulli assorbenti e scope, lavorarono per una mezz’ora buona nel tentativo di prosciugare l’acqua in eccesso. Il fischio d’inizio, previsto per le 16.30, slittò così di trenta minuti. Quando l’arbitro austriaco Erich Linemayr finalmente diede il via, davanti a 62.000 spettatori, un sole splendente illuminava uno stadio dal terreno ancora punteggiato di laghetti: un contrasto quasi beffardo tra il cielo sereno e il pantano sottostante.
Novanta minuti nel fango
Nel primo tempo fu la Polonia a rendersi più pericolosa. Gadocha, Lato e Deyna misero alla prova Sepp Maier, che rispose con un paio di interventi decisivi, spesso agevolato dalle pozzanghere che frenavano i tiri avversari proprio davanti alla sua porta. Il terreno pesante penalizzava soprattutto il gioco corto e veloce dei polacchi, da tutti considerati tecnicamente superiori: ogni pallone che sarebbe dovuto scorrere si fermava invece nel fango, costringendo Gadocha e compagni a inventare soluzioni diverse da quelle provate in allenamento.
Il rigore di Hoeness

Al 52′, Bernd Hölzenbein, dopo uno scambio con Breitner, entrò in area e fu steso da Władysław Żmuda: rigore netto. Sul dischetto andò Uli Hoeness, che confessò in seguito di non aver tirato d’istinto, come fanno i rigoristi navigati: “Non ho tirato d’istinto: ho cominciato a pensarci troppo.” Tomaszewski lesse perfettamente le sue intenzioni e neutralizzò il tiro, ripetendo un exploit già messo a segno contro la Svezia nel turno precedente: diventava così, in un solo torneo, il primo portiere della storia dei Mondiali a parare rigori in due partite diverse. Il “pagliaccio” di Wembley tornava a essere, per l’ennesima volta, un ostacolo insormontabile.
Il gol di Müller
La Polonia continuò a spingere, sfiorando il vantaggio con Deyna, ma al 76′ arrivò la giocata che cambiò la storia della partita. Da un’azione insistita sulla trequarti, il pallone rimbalzò tra Bonhof e Szymanowski fino a schizzare tra i piedi di Gerd Müller, che con un preciso diagonale batté Tomaszewski. Fu il tredicesimo gol di “Der Bomber” in un Mondiale, e il più prezioso. Sepp Maier, dal canto suo, avrebbe ricordato quella partita come una delle più complicate della carriera: “Raramente mi sono dovuto concentrare così tanto.” Beckenbauer, anni dopo, l’avrebbe ammesso senza mezzi termini: in condizioni normali, probabilmente, i suoi non avrebbero avuto scampo.
Oltre la battaglia
Sei giorni dopo, all’Olimpiastadion di Monaco, la Germania Ovest batté l’Olanda di Johan Cruijff 2-1 e si laureò campione del mondo. Il giorno prima, la Polonia si era presa una consolazione storica: 1-0 al Brasile nella finalina, gol di Lato, primo podio mondiale della sua storia.
Lato chiuse il torneo da capocannoniere, Żmuda fu eletto miglior giovane. Per anni, in Polonia, circolò il sospetto che gli addetti al campo avessero prosciugato soltanto la metà tedesca del terreno; lo stesso Lato liquidò la voce come priva di fondamento, ricordando che a metà partita i campi si invertono, e che comunque la scelta del lato era spettata proprio ai polacchi.