Pagliuca Vs Marchegiani, una storia di portieri

Il caldo del Giants Stadium sembra sciogliere anche il pallone, quel pomeriggio del 18 giugno 1994. È l’undicesimo minuto di Italia-Irlanda, l’esordio degli azzurri ai Mondiali americani, quando Franco Baresi prova a liberare di testa una palla che gli rimbalza male, proprio al limite dell’area. Ray Houghton non se la fa ripetere due volte: la lascia rimbalzare un istante, poi la colpisce di collo pieno. Il tiro è morbido e maligno insieme, una palombella che si infila sotto la traversa. Gianluca Pagliuca, uscito qualche passo dai pali, prova a tornare indietro saltando all’indietro, ma ricade beffato proprio in mezzo alla porta vuota. L’Italia perde 1-0, e i giornali del giorno dopo cominciano già a parlare di crisi azzurra.

In panchina, quel pomeriggio, siede Luca Marchegiani, il vice di Pagliuca. Due anni prima, a Cagliari, era stato lui a incassare due gol pesanti dagli svizzeri Ohrel e Chapuisat in una gara di qualificazione, una prestazione scarsa e sfortunata che gli era costata il posto da titolare. Ma quella sera, seduto in panchina, non ripensa a quell’episodio: soffre soltanto insieme ai compagni, senza sapere che il suo Mondiale sta per cominciare in un modo che nessuno aveva previsto.

L’espulsione contro la Norvegia

Cinque giorni dopo, ancora al Giants Stadium di East Rutherford, l’Italia si gioca già la faccia contro la Norvegia. Al 21′ minuto Oyvind Leonhardsen si lancia sul filo del fuorigioco, Pagliuca esce a valanga per anticiparlo e lo tocca con la mano, fuori dall’area. È rosso diretto: il primo portiere nella storia dei Mondiali a essere espulso in una gara della fase finale.

Per far entrare Marchegiani, Arrigo Sacchi deve togliere un giocatore di movimento, e sceglie di sacrificare Roberto Baggio, pallone d’oro in carica, fin lì un fantasma in campo. Le telecamere lo inquadrano mentre esce furioso, e i labiali di mezza Italia leggono le stesse parole sulle sue labbra: «Questo è matto».

Marchegiani entra tra i pali con la barriera ancora da sistemare e i compagni frastornati. Tiene botta, e al 69′ Dino Baggio firma l’1-0 che tiene in vita il Mondiale italiano.

Marchegiani titolare, tra Messico e Nigeria

Pagliuca sconta due giornate di squalifica e resta a guardare mentre l’Italia pareggia col Messico e arriva agli ottavi come una delle peggiori terze del girone. Contro la Nigeria, con Marchegiani ancora in porta, gli azzurri vanno sotto per un gol di Emmanuel Amunike, e solo un rigore di Roberto Baggio a due minuti dalla fine tiene aperta la partita, che lo stesso Baggio deciderà poi ai supplementari. Marchegiani, di fatto, non perde mai una gara da titolare in quel Mondiale.

Due amici in una stanza sola

Il rapporto tra i due portieri, però, non si incrina mai, nemmeno nei giorni più tesi del ritiro. Fino al 1992 i due Luca dividevano la stessa camera in nazionale. «Quando dovevamo telefonare uscivamo entrambi dalla stanza», avrebbe raccontato Pagliuca. «Non sarebbe stato bello esprimere le proprie speranze o i propri dubbi davanti all’altro. Eravamo troppo coinvolti per rimanere indifferenti».

A USA ’94, Sacchi decide di separarli: la convivenza tra due rivali diretti per lo stesso ruolo comincia a somigliare a un imbarazzo quotidiano. «Alcune situazioni potevano risultare imbarazzanti», spiega Pagliuca ai cronisti. «Ma fra me e Marchegiani il rapporto è corretto: ognuno di noi rappresenta per l’altro un continuo stimolo».

Anche le madri fanno la loro parte nella vicenda. La signora Pagliuca racconta ai giornali che il figlio non è affatto in crisi, che si è solo sacrificato per la squadra, e che lo trova bene assieme a Marchegiani, “molto simpatico”. Dall’Italia, la madre di Marchegiani è più cauta: prevede che Sacchi confermerà comunque Pagliuca per la finale, ma non ne farà un dramma — il figlio, dice, la sua piccola rivincita se l’è già presa.

Il ballottaggio prima della finale

Le madri, come spesso accade, ci vedono giusto. Pagliuca torna titolare contro Spagna e Bulgaria, gare che l’Italia vince ancora trascinata dai gol di Baggio, e si guadagna la maglia per la finalissima contro il Brasile. Marchegiani, che nel frattempo ha collezionato tre prestazioni pulite, dichiara di essere pronto ad accettare la scelta senza sentirsi bocciato: gli è pesato di più, ammette, essere schierato da difensore in allenamento per completare i numeri della squadra.

Il bacio al palo di Pasadena

Il 17 luglio, al Rose Bowl di Pasadena, la finale si gioca sotto un sole che schiaccia entrambe le squadre.

Italia (4-4-2): Pagliuca; Benarrivo, Mussi (34′ Apolloni), Baresi, Maldini; Albertini, Dino Baggio (95′ Evani), Berti, Donadoni; R. Baggio, Massaro. Ct: Sacchi.
Brasile (4-4-2): Taffarel; Jorginho (21′ Cafu), Aldair, Marcio Santos, Branco; Mauro Silva, Dunga, Mazinho, Zinho (106′ Viola); Bebeto, Romário. Ct: Parreira.

A trenta minuti dalla fine del secondo tempo, Mauro Silva riceve palla dalla lunga distanza e calcia senza troppe pretese. Il tiro è debole e centrale, ma Pagliuca se lo lascia sfuggire dai guanti: la palla schizza in alto, centra in pieno il palo destro e torna tra le sue braccia. Pagliuca bacia il legno che lo ha appena salvato.

Anni dopo ricorderà quell’istante come il più iconico della sua carriera: «Potevo diventare campione del mondo, ma quel legno mi ha salvato la vita», dirà, convinto che una papera decisiva lo avrebbe perseguitato per il resto della carriera, come accadde a Walter Zenga dopo Italia ’90.

La partita finisce 0-0 anche dopo i tempi supplementari, e per la prima volta nella storia un Mondiale si decide dal dischetto. Pagliuca respinge il tiro di Marcio Santos, ma non basta: sbagliano Franco Baresi, Daniele Massaro e infine lo stesso Roberto Baggio, che spedisce il pallone sopra la traversa consegnando il titolo al Brasile.

Luca contro Luca, si diceva all’inizio dell’estate. Ma quando la Coppa se ne va oltreoceano, a Pasadena, i due portieri restano quello che erano già a New York: due amici che si sono divisi soltanto i pali, mai il resto.


Autore: Storie di Calcio