Un colpo di tacco porta ancora il suo nome. In Russia, quando un attaccante finge di scaricare il pallone e invece lo accompagna all’indietro con il tacco per involarsi verso la porta, i vecchi tifosi dicono che ha fatto “lo streltsov”. Il gesto è sopravvissuto all’uomo che lo inventò, e forse racconta meglio di ogni cronaca chi fosse davvero Eduard Streltsov: un centravanti capace di rendere semplice l’impossibile, a cui la storia riservò invece la parte più difficile.
Il ragazzo di Perovo
Eduard Anatol’evič Streltsov nacque il 21 luglio 1937 a Perovo, allora un sobborgo operaio a est di Mosca. Il padre Anatolij, ufficiale dell’intelligence militare, partì per il fronte durante la guerra e non tornò più: scelse di rifarsi una vita a Kiev. Fu la madre Sofia, operaia in fabbrica, a crescerlo da sola, tra turni interminabili e uno stipendio che bastava appena. Il ragazzo trascurò i libri e riversò ogni energia nel pallone, sognando la maglia dello Spartak Mosca, la squadra che amava da bambino e che non avrebbe mai indossato.
Il destino, però, lavorava altrove. Nel 1953, sedicenne, la sua squadretta di quartiere affrontò in amichevole laTorpedo Mosca. Bastò una manciata di minuti perché l’allenatore avversario si convincesse a portarselo via, sicuro di aver trovato qualcosa di raro. Streltsov debuttò da titolarissimo prima ancora di compiere diciassette anni e a diciotto era già capocannoniere del campionato sovietico, un’anomalia che nessuno in Unione Sovietica aveva ancora visto.
La Torpedo e l’ascesa

La Torpedo era nata nel 1924 come squadra sindacale con il nome di “Fucina Proletaria”, prima di essere assegnato — come da prassi sovietica — alla fabbrica di automobili Zis, poi ribattezzata Zil. Rispetto ai colossi di Mosca — CSKA, Spartak, Dinamo, ciascuno sostenuto da un ministero o da un apparato dello Stato — il Torpedo restava un club minore, di seconda fascia, senza santi in paradiso. Con Streltsov in squadra cominciò però a risalire la classifica partita dopo partita, e i tifosi delle grandi rivali iniziarono a temere le trasferte allo stadio degli operai.
Attaccante alto, potente e insieme tecnico, il giovane Edik — così lo chiamavano tutti, con l’affetto che si riserva ai predestinati — univa la forza fisica a un tocco delicatissimo, quello stesso tocco che avrebbe battezzato il colpo di tacco passato alla storia. A vent’anni non compiuti era già considerato il miglior centravanti dell’Unione Sovietica, e i pochi osservatori occidentali che riuscivano a vederlo giocare ne parlavano come di un fenomeno.
Melbourne e il settimo posto
Nel 1956 Streltsov partì per le Olimpiadi di Melbourne e trascinò da solo la nazionale sovietica alla vittoria nella semifinale contro la Bulgaria, decisa ai supplementari con una prestazione che i cronisti dell’epoca definirono solitaria. Non giocò però la finale: il commissario tecnico preferì schierare una coppia d’attacco proveniente dallo stesso club, e il suo compagno Ivanov era fuori causa. Il regolamento dell’epoca riservava la medaglia d’oro solo a chi era sceso in campo nell’ultimo atto. A Streltsov offrirono quella del sostituto. Rifiutò. “Avrò tempo per vincere ancora”, disse, con la sicurezza di chi ha vent’anni e crede che il tempo sia una risorsa infinita.
L’anno seguente si piazzò settimo nella classifica del Pallone d’Oro. Aveva vent’anni, e sembrava avere davanti un decennio intero da dominare.
La festa alla dacia
Il 25 maggio 1958 Streltsov lasciò il ritiro pre-mondiale per una festa nella dacia di Eduard Karakhanov, un militare da poco rientrato dall’Estremo Oriente. C’era anche la figlia sedicenne di Ekaterina Furtseva, unica donna nel Politburo sovietico, infatuata del calciatore. “Sposerebbe mia figlia?”, gli avrebbe chiesto la madre. “Ho già una fidanzata, non la sposerò”, rispose lui. Qualcuno lo sentì poi confidare a un amico, con parole che nell’URSS di allora costavano care: “Non sposerei mai quella scimmia”.
Il giorno dopo lo arrestarono. L’accusa era pesantissima: violenza sessuale ai danni di una giovane presente alla festa, Marina Lebedeva. La stessa denuncia coinvolse due compagni di nazionale dello Spartak, Michail Ogonkov e Boris Tatušin, che se la cavarono con tre giorni di fermo e una squalifica poi ridotta a tre anni. Su Streltsov si abbatté tutt’altro peso. C’è chi lo lega all’offesa alla Furtseva, chi invece racconta di un giocatore che aveva appena rifiutato il trasferimento al CSKA o alla Dinamo, i club dell’esercito e del KGB, un rifiuto che nell’Unione Sovietica dello sport di Stato equivaleva quasi a un affronto personale.
La verità, a distanza di decenni, resta un nodo mai sciolto. Alcuni libri pubblicati negli anni successivi — dal saggio dell’inglese Simon Kuper a quello, ben più documentato, del giornalista russo Aleksandr Nilin — hanno riaperto il caso, e non tutti concludono per l’innocenza di Streltsov. Fu lui stesso, in una lettera spedita alla madre dal carcere, a scrivere di stare pagando colpe che non erano le sue.

Il processo e il Gulag
Rinchiuso nel carcere della Butirka, Streltsov venne interrogato dal KGB. Gli fecero credere che confessare significasse partire comunque per il Mondiale di Svezia. Firmò. Il suo allenatore tentò in ogni modo di farlo aggregare alla nazionale, ma gli fu risposto che il caso era ormai arrivato fino a Chruščёv in persona, e che non c’era più nulla da fare. Il Mondiale non lo vide mai: fu condannato a dodici anni di lavori forzati e deportato al Vjatlag, un gulag nella regione di Kirov, dove trasportò tronchi d’albero e lavorò a contatto con minerali di uranio, in condizioni che pochi sopravvissuti hanno saputo descrivere per intero. Ne sconterà sette, prima che la caduta di Chruščёv e l’ascesa di Leonid Brežnev gli riaprissero, lentamente e tra mille cavilli burocratici, le porte della vita civile.
Senza il suo attaccante più temuto, l’Unione Sovietica del solo Lev Jašin uscì ai quarti di quel Mondiale, battuta 2-0 proprio dai padroni di casa svedesi: la stessa squadra che, con Streltsov in campo appena due anni prima, era stata travolta 6-0. La prima moglie, Alla, sostenne in seguito che il tumore che lo avrebbe ucciso nacque proprio in quegli anni, dal cibo contaminato che gli veniva servito nei campi di lavoro.
Il ritorno
Tornò alla Torpedo nel 1965, con qualche chilo di troppo e i capelli più radi, il fisico segnato da sette anni che a nessun atleta vengono restituiti. Ma il piede era ancora fatato. Bastò una stagione perché riportasse il club al titolo nazionale, il secondo della sua storia, e i tifosi che lo avevano visto esordire da ragazzino tornarono allo stadio come per un miracolo annunciato. Venne eletto miglior calciatore sovietico nel 1967 e nel 1968, anno in cui alzò anche la Coppa dell’URSS: due riconoscimenti che sapevano di risarcimento, arrivati però troppo tardi per restituirgli gli anni migliori.
Chiuse la carriera nel 1970, a soli trentatré anni, il fisico ormai logorato dagli anni di prigionia. Restano 222 presenze e 99 reti con la maglia della Torpedo, 25 gol in 38 partite in nazionale: quarto marcatore sovietico di sempre, alle spalle di Blochin, Protasov e del suo vecchio compagno Ivanov, con cui aveva condiviso la beffa di Melbourne.
L’ultimo fischio
Un tumore alla gola, quasi certamente conseguenza degli anni passati in miniera, si portò via Eduard Streltsov a Mosca il 20 luglio 1990, un giorno prima del suo cinquantatreesimo compleanno. Se fosse davvero colpevole di quanto gli fu contestato quella notte alla dacia, o se pagò invece un’offesa pronunciata alla persona sbagliata nel momento sbagliato, non lo sapremo mai con certezza: gli archivi del KGB su quel caso non hanno mai restituito una verità definitiva, e ogni libro scritto su di lui — compreso quello che l’italiano Marco Iaria gli ha dedicato anni fa — si ferma un passo prima della certezza.
Nel 1997 qualcuno raccontò di aver visto una donna deporre fiori sulla sua tomba: era Marina Lebedeva, la ragazza che lo aveva accusato quasi quarant’anni prima. Da allora, di lei non si è saputo più nulla, come se quel gesto fosse stato l’ultima parola su una vicenda che nessuno ha mai voluto chiudere del tutto. Del talento di Streltsov, invece, resta ancora oggi un gesto tecnico che porta il suo nome — l’unica condanna, questa, che nessun regime è mai riuscito a cancellare.