Nell’estate del 1966 Juan José Pizzuti, allenatore del Racing, bussa a una porta che il calcio argentino considera ormai chiusa. Dall’altra parte c’è un uomo di quasi trentasei anni, reduce dalla vittoria in Coppa Italia con la Fiorentina, che in patria quasi nessuno immagina possa tornare protagonista nel campionato argentino. Si chiama Humberto Maschio, e ad Avellaneda, dove tutti lo ricordano ancora come “el Bocha”, la notizia del suo possibile ritorno viene accolta con scetticismo, quando non con ironia velenosa.
Pizzuti, tecnico taciturno e introverso, ex mediano operaio passato per Banfield, River Plate, lo stesso Racing e la nazionale argentina, non si lascia scoraggiare. Chiama, insiste, convince. A dargli manforte è la moglie di Maschio, bergamasca minuta e testardissima, portata dall’Italia, che spinge il marito — dal carattere altalenante, capace di passare dall’euforia allo scoramento in un istante — a rimettersi in forma.
Maschio era partito da Avellaneda dieci anni prima da idolo assoluto, cresciuto nelle giovanili del Racing, dove il soprannome gli era rimasto addosso fin da bambino: la madre gli rasava i capelli a zero, e “bocha” — sfera, testa pelata — era diventato il suo nome per sempre. In Italia aveva costruito una carriera che pochi sudamericani della sua epoca possono vantare: il Bologna nel 1957, poi tre stagioni all’Atalanta da trequartista puro, ruolo inventato per lui ad Avellaneda da Saúl Ongaro per farlo convivere con Antonio Angelillo, quindi l’Inter, con cui vince lo scudetto 1962-63, e infine la Fiorentina. Nel mezzo, un Mondiale giocato con la maglia azzurra dell’Italia, nel 1962, e una nottata di violenza inaudita a Santiago del Cile — la tristemente nota “battaglia di Santiago” contro il Cile — che gli costa il naso rotto per un pugno di Leonel Sánchez. Quello stadio, l’Estadio Nacional, tornerà a incrociare il suo cammino.
Convinto da Pizzuti, Maschio torna a Buenos Aires nell’estate del 1966, perde la pancetta accumulata negli anni italiani, ritrova il fiato e si guadagna il posto da regista della squadra che sta per nascere.
La squadra di Pizzuti
Pizzuti, che da giocatore era stato un mediano rude più che un fantasista, resta incantato dal tocco di Maschio, dai tagli improvvisi, dalle finte che i tifosi chiamano “foglie secche”. Lo promuove cervello della squadra e gli affida un compito che il Bocha aveva sempre rifiutato: la maglia numero 11.
Non era un caso. Nel 1957, nella nazionale campione del Sudamerica ribattezzata Los Carasucias, nessuno dei sette attaccanti a disposizione di Guillermo Stabile — tra cui Oreste Corbatta, Antonio Angelillo, lo stesso Maschio, Omar Sívori e René Sanfilippo — voleva vestire quel numero. Maschio, capocannoniere di quella Copa América con sei reti, lo aveva sempre scansato. Nel 1966, a quasi trentasei anni, lo accetta senza fiatare.
Attorno a lui Pizzuti costruisce un undici che i giornali ribattezzano “el equipo de José”, in suo onore, e che la storia ricorderà come La Academia per il gioco corale che esprime. In porta Agustín Cejas, cento chili di stazza; davanti a lui la difesa formata da Oscar Martín, Rubén Díaz e la coppia centrale Roberto Perfumo–Alfio Basile, molto affiatata, entrambi oriundi di Alessandria e già titolari nella nazionale argentina guidata da Minella, che aveva preso il posto di Lorenzo all’indomani del Mondiale d’Inghilterra. A centrocampo Juan Carlos Rulli, Miguel Mori e Maschio; in attacco Juan Carlos Cárdenas, Norberto Raffo e il brasiliano João Cardoso.
“Sicurissimi in difesa, davanti basta segnare un gol per vincere”, ripetono Pizzuti e Maschio a chi chiede la loro filosofia di gioco. Non è una battuta: è un programma, e funzionerà alla lettera per un anno intero.
La marcia verso la finale
Alla vigilia del torneo, i pronostici sono tutti per una riconferma del Peñarol, campione uscente. In Sudamerica sono cabalisti dei numeri, e la storia recente sembra dar loro ragione: dopo il bicampeonato dei montevideani, hanno vinto una sola volta a testa il Santos e l’Independiente, poi di nuovo il Peñarol. Tutti si aspettano che gli “aurinegros” centrino il secondo bicampeonato di fila. Il Racing, per la stampa specializzata, resta una comparsa.
La Copa Libertadores 1967 è la più lunga della storia del torneo: venti squadre, centoquattordici partite complessive, un formato dilatato che affatica ogni pretendente. Alla vigilia, la Confederazione Sudamericana e la federazione brasiliana litigano sul numero di squadre ammesse per ogni paese; il Brasile, che pretende di schierare solo le formazioni campioni e non le vicecampioni, alla fine iscrive un solo club, il Cruzeiro, fresco vincitore della Taça Brasil contro il Santos di Pelé.
Il Racing, campione d’Argentina 1966 con cinque punti di vantaggio sul River Plate, parte nel proprio girone travolgendo gli avversari: batte proprio il River 2-0 con reti di Raffo e Maschio, supera 2-1 la colombiana Santa Fe con una doppietta del Bocha, chiude il gruppo in testa.
Nella fase a gironi delle semifinali, la più severa della competizione, elimina i peruviani dell’Universitario de Lima — battuto in uno spareggio dopo aver chiuso il girone in parità — e i cileni del Colo-Colo. Ad attenderlo in finale è il Nacional di Montevideo, che nel proprio girone ha eliminato niente meno che il Peñarol, campione in carica, e lo stesso Cruzeiro dei “mineiros”.
Due pareggi e uno spareggio
Le due squadre arrivate in finale vantano le difese più solide del continente, e la doppia sfida lo dimostra subito. Il 15 agosto, al Cilindro di Avellaneda, Racing e Nacional non si fanno male: 0-0. Il 25 agosto, al Centenario di Montevideo, si ripete lo stesso punteggio, al termine di una battaglia altrettanto dura.
Il regolamento dell’epoca non prevede i calci di rigore: due pareggi impongono uno spareggio secco, su campo neutrale. La scelta ricade sul Cile, sull’Estadio Nacional di Santiago — lo stesso impianto dove, cinque anni prima, la nazionale italiana di Maschio era uscita a pezzi dalla “battaglia di Santiago”. Il pronostico resta apertissimo: il Nacional di Domínguez, Ubiñas e Viera ha meno qualità ma più “garra” dei rivali, secondo la stampa uruguaiana. Il 29 agosto, le due squadre si giocano tutto in novanta minuti.
Campioni a Santiago

Racing scende in campo con Cejas; Martín, Perfumo, Basile, Díaz; Rulli, Mori, Maschio; Cárdenas, Raffo, Cardoso. Guidati da un uomo che a Santiago aveva già lasciato il segno — stavolta nel modo giusto — gli argentini sbloccano il match con Cardoso e raddoppiano con Raffo, prima che Viera accorci per il Nacional. Finisce 2-1.
Al fischio finale, Norberto Raffo chiude il torneo da capocannoniere assoluto con quattordici reti, record per la Copa Libertadores più lunga mai disputata. La sera stessa i titoli dei giornali di Buenos Aires celebrano l’impresa: “Racing ci ha restituito la Coppa”, scrive El Gráfico, riconoscendo che l’ultima volta un club argentino aveva vinto il trofeo continentale era stato l’Independiente, due anni prima.
Per Maschio, che a Santiago era tornato da sconfitto nel 1962, è la rivincita più dolce: non più il ragazzo che aveva lasciato il naso rotto su quel terreno di gioco, ma il regista che porta a casa la prima Copa Libertadores della storia del Racing Club.
La Coppa Intercontinentale
La stagione, però, non è finita. Da campione d’America, il Racing è chiamato ad affrontare il Celtic di Glasgow, fresco vincitore della Coppa dei Campioni europea, per la Coppa Intercontinentale. La sfida si gioca su tre atti, tra ottobre e novembre 1967, tra polemiche furibonde per la violenza in campo.
A Glasgow gli scozzesi si impongono 1-0. Ad Avellaneda, davanti al proprio pubblico, gli argentini ribaltano tutto vincendo 2-1 con reti di Raffo e Cárdenas. Serve dunque uno spareggio, il 4 novembre, all’Estadio Centenario di Montevideo: la partita che passerà alla storia come la “battaglia di Montevideo”. L’arbitro paraguaiano Rodolfo Pérez Osorio perde presto il controllo del match, la polizia uruguaiana scende in campo con i manganelli per dividere i giocatori e alla fine cinque uomini vengono espulsi, due del Racing e tre del Celtic. In mezzo a quel caos, è un gol a decidere tutto, un gol che il calcio argentino ricorderà per sempre: Juan Carlos Cárdenas, soprannominato “el Chango”, raccoglie palla a trentacinque metri dalla porta e scarica un sinistro imprendibile che si infila sotto l’incrocio, alle spalle del portiere scozzese John Fallon. Finisce 1-0: il Racing è il primo club argentino, e sudamericano, a fregiarsi del titolo di campione del mondo per club.
L’eredità di Maschio
Il campionato ne risente: il Racing, tutto proteso verso le coppe internazionali, chiude il Metropolitano 1967 al secondo posto e il Campionato Nacional addirittura al dodicesimo, ma ad Avellaneda le classifiche contano poco. Quell’anno resterà per sempre “el año de José”, l’anno in cui La Academia conquistò il mondo.
Maschio gioca ancora fino al 1968, poi torna in campo per un’ultima, breve parentesi nel 1971, prima di chiudere la carriera con 44 reti in 139 presenze tra le due esperienze in maglia biancoceleste. Da allenatore, il destino gli riserva un ultimo scherzo: nel 1973 conquista Copa Interamericana e Copa Libertadores sulla panchina dell’Independiente, l’acerrimo rivale di Avellaneda. Ma il cuore, dirà sempre, resta dall’altra parte della strada.
Humberto Maschio muore il 20 agosto 2024, a novantun anni. Se ne va l’ultimo grande protagonista di quella squadra irripetibile: l’uomo che a quasi trentasei anni accettò una maglia numero 11 rifiutata per una vita intera, e la trasformò nel simbolo di un trionfo che il Racing, da allora, non ha più saputo ripetere.