Achille Lauro: il Napoli al tempo del Comandante

Nudo come un verme, in mezzo agli specchi della sua villa di Posillipo, l’armatore riceve un giovane cronista venuto a intervistarlo. Non si scompone, non si copre, risponde con la stessa disinvoltura con cui tratta i suoi affari di navigazione. Il giornalista, uscito da quell’incontro surreale, scriverà un titolo che gli resterà cucito addosso per il resto della vita: “L’abominevole uomo delle navi”. È il ritratto perfetto di Achille Lauro, il Comandante, l’uomo che per oltre trent’anni terrà in pugno il destino del Napoli, tra acquisti faraonici, promesse mancate e un unico, sofferto trofeo.

L’arrivo del Comandante

Il Napoli, nato nel 1926 per iniziativa di Giorgio Ascarelli, scomparso giovanissimo nel 1930, aveva attraversato anni di ristrettezze finanziarie prima che, il 15 marzo 1936, Achille Lauro ne assumesse la presidenza imponendo da subito il suo pugno di ferro. Nato a Piano di Sorrento nel 1887, l’armatore stava allora completando la sua scalata ai vertici della marineria italiana: i preparativi della campagna d’Africa gli garantirono l’esclusiva dei collegamenti con l’Africa Orientale Italiana, trasformandolo in uno degli uomini più ricchi del Paese. Come fosse riuscito a ingraziarsi il regime, nessuno lo seppe mai con esattezza.

Da presidente, il Comandante non perse tempo. Chiuse la sontuosa sede sociale di via Roma e relegò i due fedeli ragionieri del club in una stanzetta della sua compagnia armatoriale. Licenziò tutti gli altri impiegati. Cacciò su due piedi l’allenatore ungherese e mise al suo posto Angelo Mattea, arrivato dal Messina. Mandò via i giocatori litigiosi e non più utili, poi capì al volo che pagare subito gli stipendi arretrati gli avrebbe garantito la fedeltà di chi restava: anticipò di tasca propria trecentomila lire.

Il campionato 1936-37 si aprì con una sconfitta casalinga contro il Milan, salutata però da applausi calorosi per Willy Garbutt, il tecnico inglese appena lasciato dal Napoli. La squadra chiuse al tredicesimo posto. Lauro allentò allora i cordoni della borsa e acquistò diversi giocatori, il più caro dei quali fu Nereo Rocco, ventinovenne mezz’ala sinistra della Triestina, pagato centosessantamila lire. Ma lo squadrone tanto annunciato non arrivò mai, e nel giugno del 1940 un Lauro irritato lasciò la presidenza. Il bilancio, almeno quello, era tornato in pareggio.

Guerra e Serie B

Bastò un solo anno perché tutto tornasse a scatafascio. Si sparse la voce, negli ambienti del calcio italiano, che il Napoli non pagasse più i suoi conti. L’Italia entrò in guerra, e nel 1942 anche la squadra precipitò, retrocedendo in Serie B. Sulle macerie del conflitto, il 10 luglio 1945 le società di A e B della Lega Sud decisero di disputare un campionato a girone unico: il Napoli vi partecipò chiudendo al quinto posto.

Le cose, però, non migliorarono. I muri della città si riempirono di manifesti che promettevano bombe e invocavano il ritorno di Lauro. Arrivò così il 1948: la Roma, con una doppietta di Bruno Pesaola, spinse il Napoli verso un’altra retrocessione. Alla guida della società arrivò il commendator Egidio Musollino, che scelse come allenatore Eraldo Monzeglio, ex “moschettiere” della Nazionale, quarantacinque anni e la voglia di affermarsi in una grande città. Il Napoli risalì in A, ma il presidente morì poco dopo. Nel 1952, inevitabilmente, fu richiamato il Comandante.

Il ritorno e l’acquisto record

Lauro e Jeppson

Lauro partì per l’hotel Gallia di Milano insieme a Monzeglio e tornò a Napoli con un colpo destinato a restare nella storia del calciomercato italiano. Pagò settantacinque milioni di lire all’Atalanta più trenta milioni di ingaggio al giocatore, centocinque milioni in tutto: una cifra che gli valse per sempre il soprannome di Mister Centocinque. L’uomo per cui spese tanto era Hasse Jeppson, ventisettenne centravanti della nazionale svedese, terzo ai Mondiali del 1950, un metro e ottanta di altezza, laureato, appassionato di musica e di tennis. In patria lo chiamavano Hasse Piede d’Oro; a Napoli diventò presto ‘O Banco ‘e Napule. Insieme a lui arrivarono Giancarlo Vitali dalla Fiorentina e di nuovo Bruno Pesaola, il “petisso”, ancora valido sul campo nonostante due fratture alla tibia.

Il grande Napoli, però, cominciò quasi subito a perdere colpi: sconfitte contro l’Atalanta, l’Inter, la Lazio, la Fiorentina. Non fu il disastro, ma poco ci mancò.

Il campione e l’allenatore

Il vecchio Comandante, nervoso, se la prese pubblicamente con Monzeglio in un’intervista, anticipando di qualche decennio lo stile delle bordate e degli scoop del giornalismo sportivo di oggi. Poi sparì. Monzeglio, ferito, rassegnò le dimissioni. Lauro gli rispose con un biglietto secco: “Le respingo nettamente e la prego di rimanere al suo posto. Distinti saluti”.

L’allenatore restò, ma non fu più lo stesso, anche se il Napoli chiuse al quarto posto. La città, intanto, era già tutta dalla parte di Lauro, conquistata a suon di quintali di maccheroni regalati al popolo. Un giorno, negli spogliatoi, il Comandante arrivò a prendersela perfino con Jeppson. Monzeglio si mise in mezzo e rinnovò le dimissioni. “Stai zitto e resta al tuo posto”, lo rimbeccò Lauro.

Il vicerè di Napoli

Il Napoli di Jeppson era ormai diventato anche una potente macchina elettorale. Lauro rastrellava voti preferenziali senza sosta: lo chiamavano il vicerè, e il suo slogan — “Un grande Napoli per una grande Napoli” — gli sarebbe valso tre mandati da sindaco con il Partito Monarchico. Di quella stagione di potere la città paga ancora oggi le conseguenze: l’edilizia selvaggia che la trasformò negli anni del suo governo cambiò per sempre connotati e tessuto sociale di Napoli e dei suoi dintorni.

La società calcistica, nel frattempo, era diventata un capriccio del vicerè, difficile da tenere in pugno se non a suon di solenni sfuriate e multe a tutti. Quando Gigi Peronace, general manager del Birmingham, gli propose progetti ambiziosi e lo invitò a starsene in tribuna la domenica invece che in campo — “Presidente, lei la domenica deve starsene in tribuna, non in campo, ad ammirare lo spettacolo” — Lauro non gli fissò nemmeno un secondo appuntamento. “Stateve buono”, rispose, e lo congedò per sempre.

O’ lione, il Petisso e gli anni del declino

Dopo Jeppson, ceduto al Torino nel 1957 in rotta ormai sia con il tecnico sia con il presidente, approdò nel golfo Luis Vinicio, fresco di una tournée europea con il Botafogo. Lauro se ne innamorò e lo comprò. I tifosi lo ribattezzarono subito ‘o lione, il leone, per la generosità e la potenza con cui si gettava in ogni contrasto: il 6 dicembre 1959 fu proprio lui a inaugurare il nuovo Stadio San Paolo con una semirovesciata che piegò la Juventus per 2-1.

Ma la pacchia del Comandante stava per finire. Il ministro degli Interni sciolse il consiglio comunale di Napoli, le malefatte vennero a galla, e la gente cominciò a fare gli sberleffi al vecchio armatore. Nel 1961 Lauro mollò la squadra, che retrocesse per la terza volta in B — e ci sarebbe tornata di nuovo due anni dopo, salvo poi conquistare proprio in cadetteria, nel 1962 con Bruno Pesaola (il Petisso), la prima Coppa Italia della sua storia: ancora oggi l’unico trofeo nazionale vinto da una squadra italiana militante in Serie B.

La fine di un regno

La longa manus dei Lauro continuò comunque a fare ombra sul club. Nel 1967 fu il figlio Gioacchino ad assumere la presidenza, mentre tra i nuovi acquisti figurava un giovane portiere, Dino Zoff, che con la maglia azzurra avrebbe collezionato centoquarantatré presenze. La situazione societaria, però, faceva acqua da tutte le parti, e anche Gioacchino lasciò la presidenza a Corciano, che morì appena un anno dopo, nel 1969.

Fu proprio in casa della vedova, narra la leggenda, che Corrado Ferlaino e altri pretendenti si contesero i pacchetti azionari rimasti. Ne uscì vincitore lui, ingegnere e costruttore, ex pilota automobilistico, che rilevò poi anche il ventuno per cento ancora in mano alla famiglia Lauro.

Il Comandante, da quel momento, non ebbe più un ruolo di peso nella società: restò presidente onorario fino alla morte, sopraggiunta nel 1982 a novantacinque anni. Il destino del Napoli, intanto, era passato saldamente nelle mani di Ferlaino, che diciotto anni più tardi avrebbe portato in riva al golfo Diego Armando Maradona e il primo storico scudetto del 1987.

Era un calcio dove i presidenti sfilavano per strada regalando pasta e minacciando bombe, dove gli allenatori si dimettevano e venivano rimessi al loro posto con un biglietto scritto a penna, dove un centravanti poteva valere centocinque milioni e un brasiliano diventare leggenda per una rovesciata e un soprannome affibbiato dalla gente. Di quell’epoca, nell’età dei fondi sovrani e dei diritti televisivi, resta soprattutto la nostalgia di un legame — tra un presidente, una squadra e una città — che oggi sarebbe semplicemente impensabile.


Autore: Storie di Calcio