Eric Cantona: il francese più amato dagli inglesi

Al Vélodrome di Marsiglia, in una sera d’ottobre dei primi anni Settanta, tra gli spalti c’è anche un bambino che guarda l’Ajax del calcio totale planare sul campo e capisce, in un lampo, cosa vuole diventare da grande. Quel bambino si chiama Eric Cantona, e prima ancora di diventare un campione sarà un ragazzo di strada, un esule interiore, un artista mancato. La sua carriera assomiglierà sempre di più a un romanzo picaresco che a un classico curriculum sportivo.

Le radici di Marsiglia

Cantona nasce il 24 maggio 1966 a Les Caillols, sobborgo collinare di Marsiglia dove il calcio si impara per strada, senza tattiche né allenatori: basta una maglietta rossa addosso per riconoscersi in squadra. «Bastava una maglietta rossa a fare squadra», racconterà lui stesso di quegli anni.

Le sue radici affondano lontano dalla Francia. Il padre Albert, infermiere psichiatrico e portiere dilettante, ha origini sarde. La madre, Eleonore Raurich, è figlia di profughi catalani: il nonno Pedro, ferito e internato durante la guerra civile spagnola, risalì fino a Marsiglia in cerca di un ultimo approdo. Sardegna, Catalogna, Provenza: radici robuste, da cui germoglierà un carattere altrettanto fiero.

Il vivaio di Tico Olivier

Il salto di qualità arriva alla scuola Grande Bastide, nell’accademia di Celestin “Tico” Olivier, ex nazionale francese al Mondiale 1958 e compagno di Kopa e Fontaine. È lui a intuire il talento del ragazzo e a segnalarlo a Guy Roux, il tecnico-patriarca dell’Auxerre. Il 1° maggio 1981 Roux telefona a Olivier per un parere, e la risposta è lapidaria: «Prendilo, diventerà qualcuno».

C’è un problema non da poco: Auxerre sta seicento chilometri a nord di Marsiglia, in una Borgogna silenziosa che non assomiglia per niente al Mediterraneo. Cantona ci va comunque, anche perché nel frattempo si è innamorato di Isabelle Ferrer, futura madre dei suoi due primi figli.

Gli anni all’Auxerre

Il debutto in Ligue 1 arriva nel novembre 1983 contro il Nancy di Michel Platini. Roux lo fa maturare con pazienza, lo manda e lo richiama dalla squadra riserve, finché nell’ottobre 1985 gli regala un palcoscenico insperato: a San Siro, contro il Milan, Eric subentra nell’intervallo di un ottavo di Coppa Uefa. Il suo avversario diretto è un diciassettenne di nome Paolo Maldini; la prova passa quasi inosservata.

Per ritrovare brillantezza, Roux lo gira in prestito al Martigues, in seconda divisione, sotto la guida dell’ex mondiale Yves Herbet. Tornando vicino a casa, Eric rimette ordine: rafforza il legame con Isabelle, segna qualche gol, e nel febbraio 1987 si sposa con un annuncio dato a cerimonia già avvenuta — «tipico di Eric», commenterà un compagno di squadra.

Nazionale e prime “cantonate”

Rientrato ad Auxerre, Cantona esplode: gol, assist, prima convocazione in nazionale con il ct Henri Michel. Il rapporto dura poco: alla prima esclusione, Eric lo attacca pubblicamente con una battuta presa in prestito dal cinema, e si rifiuta di tornare in azzurro finché Michel resterà in carica.

Il 5 aprile 1988, a Nantes, arriva la prima vera “cantonata”: un calcio col piede alzato contro Michel Der Zakarian, in pieno stile arti marziali. Davanti alla Disciplinare, Eric si difende con un candore disarmante, sostenendo che lui e la vittima siano amici di vecchia data. La squalifica è lieve, ma il personaggio è ormai tracciato: un fuoriclasse capace del meglio e del peggio nel giro di un fine settimana.

Il valzer delle maglie

L’estate 1988 si apre con un’asta: Monaco, Psg, Matra Racing e l’Olympique Marsiglia di Bernard Tapie si contendono il cartellino. Vince Tapie, che va a stanarlo di persona vicino ad Auxerre. Sfuma invece un sogno mai davvero nato: un emissario del Milan sonda il terreno per affiancarlo a Van Basten.

A Marsiglia la convivenza dura pochi mesi. In un’amichevole di beneficenza a gennaio, Eric si toglie la maglia e la scaglia verso la panchina dopo una sostituzione; Tapie minaccia persino il ricovero in clinica. Seguono prestiti a catena — Bordeaux, dove fallisce un rigore a cucchiaio contro il Beauvais, e Montpellier, dove vince la Coppa di Francia ma si rende protagonista di una rissa a scarpate nello spogliatoio. Nel 1991, ultima tappa francese: il Nimes, dove un pallone scagliato contro l’arbitro gli costa due mesi di squalifica e un ritiro annunciato e poi ritrattato su una seggiovia di Val d’Isère.

Leeds, l’esilio salvifico

Respinto da Souness al Liverpool e da una settimana di prova gelida con lo Sheffield Wednesday, Cantona approda al Leeds United nel febbraio 1992. In poche settimane, pur partendo spesso dalla panchina, diventa decisivo: una rovesciata al volo contro il Chelsea accende la rimonta che porta il titolo a Elland Road, scippato proprio al Manchester United. Nasce lì il coro più celebre del calcio inglese, “Ooh-aah Cantona”.

La stagione successiva, però, il Leeds si sgretola in Coppa dei Campioni e in campionato. Quando il direttore Bill Fotherby telefona al Manchester United per chiedere informazioni sul terzino Denis Irwin, è Alex Ferguson a girare la domanda: e se parlassimo invece di Cantona? L’affare si chiude il 26 novembre 1992 per 1,2 milioni di sterline, una cifra che il tempo renderà quasi comica.

Il re di Manchester

Il primo faccia a faccia con Ferguson ha il tono di un duello western: «Mi chiedo se tu sia abbastanza bravo per Old Trafford», lo punge lo scozzese. «Mi chiedo se Manchester sia abbastanza per me», replica Eric. Da lì in avanti è un’epoca: quattro titoli di Premier League, due Coppe d’Inghilterra, la maglia numero 7 e il colletto rialzato che diventa, per caso più che per calcolo, il suo marchio di fabbrica — nato, a suo dire, da un giorno freddo in cui il colletto restò su e la squadra vinse.

Nike ne capisce il potenziale da star prima ancora dei tifosi inglesi, e lo lancia in campagne pubblicitarie che lo accostano a Maldini, Ronaldo e Figo. Resta però un giocatore capace di lampi di pura classe, come lo scavetto su Lionel Perez, vecchio compagno ai tempi del Nimes, colpevole di avergli negato una stretta di mano prima del match: il gol e l’esultanza lenta, girata su se stesso, restano tra le immagini più citate della Premier League anni Novanta.

Selhurst Park

Il 25 gennaio 1995, a Londra, Cantona viene espulso per un fallo su Richard Shaw del Crystal Palace. Mentre lascia il campo, un tifoso di casa, Matthew Simmons, lo insulta pesantemente dalle prime file. Eric scavalca la balaustra e lo colpisce con un calcio di kung-fu, seguito da qualche pugno.

Le conseguenze sono pesantissime: condanna penale poi convertita in 120 ore di servizi sociali, otto mesi di squalifica sportiva e l’addio definitivo alla nazionale francese. In conferenza stampa consegna ai cronisti una delle frasi più surreali della storia del calcio: «Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che delle sardine saranno gettate in mare. Grazie a tutti». Poi si alza e se ne va, lasciando la sala senza parole.

L’addio e la vita oltre il campo

Tornato in campo in ottobre, Cantona riconquista la Premier League ma non è più lo stesso giocatore spensierato degli esordi. Si ritira nel maggio 1997, a due giorni dal trentunesimo compleanno, lasciando tutti increduli per la scelta improvvisa dopo appena tredici anni da professionista.

Da lì in avanti si reinventa: attore in decine di film, memorabile la sua interpretazione di se stesso ne Il mio amico Eric di Ken Loach; testimonial Nike in spot girati anche da Terry Gilliam; direttore tecnico dei New York Cosmos. Resta un personaggio scomodo, capace nel 2010 di invitare i francesi a svuotare i conti correnti per far crollare il sistema bancario — provocazione pura, presa sul serio da chi aveva sempre faticato a distinguere in lui l’artista dal sobillatore.

“Ooh-aah Cantona” continua a risuonare a Old Trafford come un mantra, e probabilmente continuerà a farlo finché qualcuno ricorderà che il calcio inglese, prima di lui, non aveva mai avuto davvero un re francese.


Autore: Storie di Calcio