Immaginate una partita senza nessuno che fischi un fallo, assegni un calcio di punizione o faccia rispettare il regolamento: è esattamente così che nacque il calcio, nelle scuole inglesi di metà Ottocento. Il percorso che portò dall’autogestione dei giocatori al direttore di gara che oggi conosciamo fu lungo, pieno di tentativi falliti e di soluzioni poi abbandonate.
Un gioco senza giudici
Nelle public school inglesi della prima metà dell’Ottocento il calcio si giocava praticamente tra amici. Non esisteva alcuna figura di controllo: a garantire il rispetto delle regole erano i capitani delle due squadre, che prima dell’inizio della partita si accordavano su durata, numero dei giocatori e misure del campo.
Erano loro a vigilare sulla propria squadra. Agli studenti appena arrivati veniva chiesto di studiare a fondo le regole affisse nella bacheca della scuola prima ancora di poter scendere in campo: l’ignoranza non era un’attenuante. Chi violava lo “spirito del gioco” veniva allontanato direttamente dal proprio capitano, con un perentorio “Lascia il campo!”.
I due umpire di porta
Quando vincere cominciò a contare per i premi o per la gloria, il sistema dell’autoregolamentazione iniziò a mostrare i suoi limiti. Servivano giudici capaci di decisioni insindacabili, in grado di spegnere sul nascere ogni contestazione. Il calcio guardò al cricket e ne importò la figura dell’umpire, parola che in inglese designa ancora oggi l’arbitro del tennis, ma che all’epoca aveva un significato diverso da quello dell’odierno referee.
Le regole dei college di Eton e Winchester prevedevano che ogni squadra schierasse un proprio umpire vicino alla propria porta. Il suo compito era contare i gol su un foglio o una lavagna, e decidere nei casi dubbi verificatisi nella metà campo di sua competenza, ma soltanto se interpellato. Se il caso era troppo complicato, si ricorreva al “bully”, un rudimentale tiro a due a una iarda dalla linea di porta, antenato della rimessa dell’hockey. A uno dei due umpire spettava anche il compito di tenere l’orologio.
Il referee resta fuori dal campo
Fu a Cheltenham che si parlò per la prima volta di referee. Il sistema dei due umpire doveva essersi rivelato fragile, visto che si sentì il bisogno di affiancare loro una terza figura neutrale. Nelle partite importanti ogni capitano sceglieva il proprio umpire, e insieme i due designavano un referee, che restava fuori dal campo e interveniva solo sulle questioni che gli umpire non riuscivano o non volevano risolvere dall’interno del terreno di gioco.
Il nome stesso racconta la funzione: deriva dal verbo inglese “to refer”, fare riferimento. Il referee era semplicemente la persona a cui rivolgersi in caso di dubbio, non ancora un giudice che intervenisse di propria iniziativa.
La neutralità entra nelle regole
Con la EA Cup del 1871, la prima competizione non più soltanto regionale, il calcio inglese ebbe bisogno di un regolamento unico. Gli ex studenti di Harrow, in maggioranza fra i dirigenti della giovane Football Association, imposero la propria regola sul referee, che divenne lo standard generale. Da quel momento toccò al comitato organizzatore della competizione scegliere i due umpire e il referee tra persone estranee ai club partecipanti.
Era un passaggio fondamentale: la partita doveva essere supervisionata da giudici davvero neutrali, non più legati a nessuna delle due squadre in campo.
Mancava però ancora una definizione chiara dei poteri del referee. Nella stagione 1881-82 si tentò un esperimento: al direttore di gara, che restava fuori dal campo, venne dato il potere di assegnare un gol d’ufficio se riteneva che i difensori lo avessero evitato con un fallo intenzionale. Fu un diluvio di proteste. Dopo una sola stagione la regola venne ritirata, con la motivazione che attribuiva al referee un’influenza eccessiva sul risultato e una responsabilità troppo pesante da reggere.
Il calcio diventa un mestiere
I tempi del dilettantismo erano comunque ormai agli sgoccioli. Nel 1883 fu il Blackburn Olympic a battere gli Old Etonians in finale di Coppa, portando il trofeo per la prima volta fuori da Londra: un segnale inequivocabile che il professionismo, già diffuso nel nord dell’Inghilterra, stava cambiando il gioco. Nel 1888 nacque la Football League, il primo campionato apertamente professionistico, con dodici club fondatori.
Con la posta in gioco sempre più alta, chi dirigeva la partita non poteva più restare un’appendice marginale. Serviva un’autorità riconosciuta, capace di garantire davvero la regolarità del gioco.
Il 1891: l’arbitro entra in campo
La svolta arrivò nel 1891. In Inghilterra si contava già un migliaio di calciatori professionisti, gente per cui vincere o perdere era una questione economica oltre che sportiva. L’International Board stabilì allora regole chiare: il referee entrava fisicamente in campo e diventava l’unico direttore di gara, mentre i due umpire uscivano, trasformandosi nei futuri guardalinee, con il compito limitato a segnalare quando il pallone fosse uscito dal terreno di gioco.
L’arbitro si dotò di un fischietto — introdotto in Inghilterra proprio in quegli anni, con le prime testimonianze già nel 1878 — e ricevette poteri pressoché assoluti: poteva decidere nei casi dubbi, redigere il rapporto di gara, tenere il tempo, punire la condotta antisportiva. Eppure, nella pratica, interveniva ancora perlopiù su richiesta: il giocatore che si riteneva vittima di un fallo doveva gridare “Cos’è quello?”, formula presa in prestito anch’essa dal cricket. Ancora nella stagione 1906-07 la “Referees’ Chart” raccomandava ai calciatori: “Giocate da gentiluomini! Quando chiedete una decisione, non chiamate genericamente Fallo […] così l’arbitro saprà cosa volete”.
Il mestiere si organizza
Alla maggiore responsabilità doveva corrispondere anche una maggiore competenza. Nel marzo 1893 Frederick Wall, futuro segretario della Football Association, fondò a Londra insieme a William Pickford l’Associazione Arbitri, con l’obiettivo di formare i direttori di gara e migliorarne lo status: da “male necessario” a servitori del gioco. Il compenso restava modesto — il biglietto del treno di seconda classe, le spese rimborsate solo oltre le trenta miglia da casa — ma il principio era posto.
Anche in Italia il mestiere mosse i primi passi in quegli anni. A Genova, nel 1898, il resoconto finanziario di una delle prime partite ufficiali registrava fra le voci di spesa un fischietto, costato due lire e cinquanta: un piccolo dettaglio contabile che segna il passaggio dalle urla e dai gesti a una direzione di gara più strutturata.
Dal fischietto ai cartellini
L’idea del doppio arbitro, più volte riproposta nei decenni successivi anche in Italia, aveva già un precedente storico: nel 1935 una partita sperimentale a Chester fu diretta da due direttori di gara, A. W. Barton ed E. Wood, ciascuno posizionato in una metà campo. L’esito fu giudicato ottimo, ma il raddoppio dei costi fece accantonare il progetto.
Il passo successivo nella storia dell’arbitraggio arrivò soltanto negli anni Sessanta, e anche in questo caso per risolvere un problema di comunicazione. Ai Mondiali d’Inghilterra del 1966, durante il concitato Inghilterra-Argentina, l’espulsione del capitano argentino Antonio Rattín si trascinò per minuti perché né il giocatore né il pubblico avevano capito la decisione dell’arbitro tedesco. A risolvere l’equivoco fu Ken Aston, all’epoca responsabile della commissione arbitri della FIFA, a cui l’idea dei cartellini venne osservando, fermo in auto, i colori di un semaforo di Londra: “giallo, vacci piano; rosso, sei fuori”. Dai Mondiali del 1970 in Messico, il giallo e il rosso sostituirono definitivamente le urla e i gesti fraintesi.
L’arbitro del 2026
Il salto più recente è arrivato ai Mondiali 2026, disputati da Canada, Stati Uniti e Messico. La FIFA, con il partner tecnologico Lenovo, ha introdotto un fuorigioco semiautomatico di nuova generazione, con avatar tridimensionali ricostruiti sulle scansioni corporee reali dei calciatori e la RefCam, la telecamera indossata dagli arbitri. Alla guida della commissione arbitrale, Pierluigi Collina ha presentato i 52 direttori di gara scelti per il torneo definendoli “i migliori al mondo”.
Difficile immaginare una distanza maggiore da quei capitani di fine Ottocento che si affidavano alla parola data e intimavano “Lascia il campo!” a chi sgarrava. In centocinquant’anni il “male necessario” dei primi gentiluomini inglesi si è trasformato in un direttore di gara assistito da intelligenza artificiale, sensori e avatar digitali: un cyborg, più che un arbitro, ma ancora chiamato — proprio come l’umpire di porta dell’Ottocento — a decidere nei casi dubbi.