Diego Armando Maradona chiuse la sua esperienza a Napoli con ottantuno gol in campionato. Un numero che in città suona quasi sacro, eppure più basso di quello messo a segno da un centravanti arrivato in azzurro quando lo stadio si chiamava ancora Vesuvio e il Diez non era nemmeno nato: Antonio Vojak, 102 reti in sei stagioni. Destro di piede, fisico robusto per l’epoca, carattere senza troppi compromessi: più uomo d’azione che di parole, Vojak lasciò che fossero i gol a parlare per lui.
Gli anni di Pola
Antonio Vojak nacque a Pola, nel rione San Policarpo, il 19 novembre 1904, terzo di cinque fratelli. A due passi da casa sorgeva il Dopolavoro Primavera, dove mosse i primi calci al pallone: tiro potente, buona corsa, un fisico già notevole per l’epoca, 1,75 per 72 chili. Doti che lo misero presto in luce nei campetti polverosi della provincia istriana. Per una somiglianza con un attaccante cieco da un occhio lo chiamarono “Janda”; lui, per gioco, si adattò anche a fare il portiere. Fu il Grion, la squadra principale della città, ad accaparrarselo.
Dalla naia a Torino passando per Roma
A vent’anni arrivò la cartolina di leva. Vojak si ritrovò a Roma, dove il suo talento attirò l’attenzione di Ezio Sclavi e gli valse un ingaggio alla Lazio, allenata da Fulvio Bernardini. Esordì in massima serie l’8 febbraio 1925, in Lazio-Audace 4-2, e chiuse la sua unica stagione biancoceleste con 7 reti in 10 presenze. Bastò a convincere la Juventus.
A Torino formò, insieme a Munerati, Pastore, Hirzer e Torriani, una delle linee d’attacco più forti della storia bianconera. Fu decisivo nella corsa allo scudetto 1925-26: segnò il gol che piegò il Bologna nella finale di Lega Nord e firmò una delle reti del 7-1 inflitto all’Alba Roma nella finalissima. In quattro stagioni mise insieme 46 gol in 102 presenze, vestendo la maglia della Juventus anche in Coppa Mitropa, nel 1929, contro lo Slavia Praga. A Torino conobbe pure Rita, che sposò prima di trasferirsi a Napoli.
Il bomber del Vesuvio
A 25 anni un ginocchio incerto convinse la Juventus a cederlo. Fu il presidente Giorgio Ascarelli, industriale tessile che nel 1926 aveva fondato il Napoli e costruito a proprie spese lo stadio Vesuvio, a volerlo fortemente: sborsò mezzo milione di lire, cifra enorme per l’epoca, per portare in azzurro anche il portiere Cavanna, il terzino Vincenzi e il centravanti Mihalic. Vojak era il tassello in più cercato dal tecnico inglese William Garbutt, che sognava di ripetere con gli azzurri i fasti vissuti al Genoa, con cui aveva vinto tre scudetti. «Per fare una grande squadra ci vogliono grandi giocatori», disse Garbutt al suo arrivo a Napoli.
Ascarelli non fece in tempo a godersi il progetto: morì di peritonite nel marzo 1930, a soli 36 anni, poche settimane dopo aver inaugurato lo stadio che la gente volle intitolargli, salvo vederne il nome cancellato nel 1934 dalle leggi razziali del regime, che lo ribattezzarono Partenopeo.
In campo, Vojak e il paraguaiano Attila Sallustro formarono una delle coppie d’attacco più temute del campionato: il secondo, per una promessa fatta al padre, giocò per anni nel Napoli senza mai percepire un compenso. Guidata da Garbutt, la squadra raggiunse due storici terzi posti, nel 1932-33 e nel 1933-34, un piazzamento che gli azzurri non avrebbero più rivisto fino agli anni Sessanta. Proprio nella stagione 1932-33 Vojak segnò 22 gol, primato di marcature stagionali per un giocatore del Napoli che resistette 78 anni, fino a quando Edinson Cavani lo eguagliò nel 2010-11. Il suo bottino complessivo, 102 reti in 190 presenze tra il 1929 e il 1935, sarebbe stato superato soltanto da Dries Mertens, decenni più tardi.
La maglia azzurra
Vittorio Pozzo lo convocò una sola volta in Nazionale maggiore, il 14 febbraio 1932, al posto dell’infortunato Sansone: Vojak scese in campo a Napoli nel 3-0 sulla Svizzera, nell’ambito della Coppa Internazionale che l’Italia chiuse al secondo posto. Chiuso dallo straordinario trio del Torino formato da Baloncieri, Libonatti e Rossetti, si accontentò di 6 presenze con la Nazionale B, i cosiddetti “Cadetti”. Tra lui e Pozzo restò comunque una stima reciproca, anche quando, convocato come riserva di Renato Cesarini, rimase a bordo campo, e anche quando fu tra i 29 preconvocati per il Mondiale 1934 e poi rispedito a casa.
Quel nome che il regime non riuscì a cambiare
I giornali del regime iniziarono a chiamarlo “Vogliani”, italianizzazione forzata imposta ai cognomi slavi dei territori annessi dopo la Grande Guerra. Vojak non si piegò mai: rifiutò sempre di recarsi all’anagrafe per ufficializzare il cambio. Un piccolo atto di resistenza silenziosa, non troppo diverso, nella sostanza, da quanto il fascismo impose al nome di Ascarelli, cancellato dallo stadio per motivi di ben altra natura.
Il lutto di Oliviero
Nel 1932 arrivò il dolore più grande. Il fratello minore Oliviero, ala destra di belle speranze, aveva vinto uno scudetto con la Juventus nel 1930-31 prima di essere mandato a Napoli a maturare accanto ad Antonio: per distinguerli, i cronisti li chiamavano Vojak I e Vojak II. Oliviero si ammalò, tornò a Torino e morì di appendicite il 21 dicembre 1932, a soli 21 anni.
Tra panchine e officine
Nel 1935-36 Vojak ripartì dal Genoa, poi passò alla Lucchese, dove un infortunio gli concesse una sola partita. Chiuse la carriera da giocatore-allenatore all’Empoli, prima di essere richiamato a Napoli in panchina: la stagione migliore fu quella 1940-41, un ottavo posto che valse una salvezza insperata.
Dal 1940 Napoli fu colpita da quasi duecento incursioni aeree alleate, con il culmine nei primi nove mesi del 1943: per sfuggire ai bombardamenti, come migliaia di famiglie napoletane, anche i Vojak lasciarono la città e si rifugiarono sulle colline di Cava de’ Tirreni, nel Salernitano. Il rifugio si rivelò tutt’altro che tranquillo: a settembre 1943 proprio quella zona finì sulla linea del fronte, tra i combattimenti dello sbarco alleato a Salerno. Passata la guerra, Antonio Vojak allenò l’Internaples, lavorò due anni per il comando alleato, poi riprese a girare l’Italia: Juve Stabia, Barcellona A Pozzo di Gotto, Avellino, Carrarese, fino a un incarico a Cipro, sulla panchina dell’EPA Larnaca, mandato dalla Figc al posto di Italo Zamberletti. Nel 1948 si stabilì a Varese, dedicandosi a squadre minori come Luino, Solbiatese e Gallaratese, dividendo il tempo tra i campi di periferia e le officine dell’Aermacchi, poi rilevata dall’americana Harley-Davidson.
L’ultimo rimpianto
Vojak morì il 9 maggio 1975, due anni dopo un’embolia che ne aveva minato la salute. Negli ultimi, difficili anni, i figli Gianni, Marina e Loredana, quest’ultima sposa di Luigi Ossola, giocatore del Varese e fratello del cestista Aldo Ossola, fratellastro di quel Franco Ossola caduto a Superga col Grande Torino, gli furono vicini con amore. A loro confidò: «Se sapevo che sarebbe finita così, non avrei mai fatto il calciatore».
Anni dopo, il poeta dialettale istriano Stefano Attilio Stell lo inserì tra i nomi di una generazione di sportivi e concittadini di Pola che non voleva lasciar cadere nell’oblio, in una poesia dedicata alla città perduta. Un modo, forse l’unico rimasto, per non dimenticare il bomber del Vesuvio.