Maurizio Montesi, il calciatore scomparso

Chi frequenta da tempo gli ambienti della Lazio sa che il nome di Maurizio Montesi si pronuncia ancora oggi con un certo imbarazzo. Eppure negli anni Settanta quel centrocampista minuto e combattivo fu protagonista di una delle vicende più scomode mai attraversate dal calcio italiano: un giocatore che si definiva proletario, che disprezzava il divismo del pallone e che finì per diventare il testimone chiave dello scandalo del calcio scommesse. La sua storia, fatta di ribellione politica, infortuni e un declino precocissimo, si chiude con una sparizione che dura ormai da oltre quarant’anni.

Un ragazzo di borgata nel vivaio biancoceleste

Maurizio Montesi viene al mondo a Roma il 26 luglio 1957, cresce tra i casermoni della periferia e si forma calcisticamente nel settore giovanile della Lazio, proprio negli anni in cui la prima squadra si prepara al trionfo dello scudetto 1973-74, firmato dalle giocate di Chinaglia e dalla guida del compianto Maestrelli. Nel 1976 vince con la Primavera biancoceleste lo scudetto di categoria, un risultato che sembra aprirgli davvero le porte della prima squadra, tanto da farlo aggregare ai titolari nella stagione 1976-77, senza però un vero esordio in Serie A.

Sul campo è un combattente più che un fuoriclasse: tecnicamente modesto, ma dotato di una grinta che lo rende utile a centrocampo. Fuori dal campo è un ragazzo chiuso, di poche parole, che non nasconde il proprio disagio verso il «sistema» del calcio. Si veste in maniera trasandata, si lascia crescere baffi e capelli lunghi, e comincia a manifestare un’insofferenza sempre più aperta verso i dirigenti del club, accusati — a suo dire — di premiare solo l’obbedienza.

Il sindacalista mancato

Prima ancora di esplodere come caso mediatico, Montesi prova un’altra strada: quella della rappresentanza sindacale. Nel febbraio 1976, alla vigilia di una sfida contro il Perugia, partecipa a un tentativo — promosso dal giornalista Enzo Belforte insieme al centrocampista del Perugia Paolo Sollier, già noto per il suo impegno politico — di riunire alcuni calciatori sensibili ai temi sociali, tra cui Ezio Galasso. L’idea di una coscienza collettiva della categoria non avrà seguito concreto, ma racconta bene chi sia davvero Montesi: un giocatore che guarda allo spogliatoio come a un luogo politico prima ancora che sportivo.

Il prestito all’Avellino

Nella stagione 1977-78 la Lazio lo gira in prestito all’Avellino, allora in Serie B, guidato dall’ex biancoceleste Paolo Carosi. Montesi accetta il trasferimento a una condizione precisa: nessuno dovrà chiedergli di indossare la «divisa sociale» del calciatore modello. Con lui in squadra, accanto a compagni come Vincenzo Chiarenza e Mario Piga, gli irpini centrano la storica prima promozione in Serie A della loro storia.

Il campo, però, non basta a tenere a freno Montesi. Ogni sabato, nel ritiro dell’hotel Jolly, si sottrae ai discorsi di calcio e alle partite a carte per discutere di politica con i compagni di militanza. Rifiuta gli autografi, evita i giornali sportivi, non usa mai l’automobile. In una prima intervista a «Lotta Continua» nasce il «personaggio Montesi»: a chi gli chiede un autografo risponde seccamente, «Non perdere tempo, pensa alle scuole e agli ospedali», e rivendica la sua vicinanza a chi si sente ai margini.

Resta ad Avellino anche nella stagione 1978-79, sotto la guida di Rino Marchesi, ma la rottura con l’ambiente è ormai profonda. Alcuni amici lo definiscono, non senza ironia, il «rivoluzionario in fuorigioco»: nel marzo 1979 Montesi decide allora di rilasciare una seconda, ben più dura intervista a «Lotta Continua», in cui liquida tifosi e dirigenti con parole durissime, accusandoli di pensare alla squadra e non ai problemi reali della città. Nei giorni successivi deve rifugiarsi a Roma, a casa della madre, temendo ritorsioni: si teme persino per la sua incolumità.

Il ritorno a Roma

Il club decide allora di richiamarlo alla Lazio per la stagione 1979-80. Il tecnico Lovati apprezza la sua applicazione in campo e il ragazzo sembra finalmente trovare un equilibrio. Stringe amicizia con Bruno Giordano, frequentandolo anche fuori dagli allenamenti: per la prima volta Montesi sembra integrarsi davvero in uno spogliatoio.

Il Totonero e il supertestimone

L’illusione dura poco. Il 6 gennaio 1980 la Lazio affronta il Milan in una partita che passerà alla storia come l’epicentro dello scandalo del calcio scommesse. A cinque minuti dal fischio d’inizio, dopo che il suo nome compare nella lista consegnata all’arbitro, Montesi si rifiuta di scendere in campo, accusando un acciacco che a molti appare poco credibile.

Nelle settimane successive diventa il principale accusatore del capitano Pino Wilson, nato a Darlington, in Inghilterra, rivelandosi il supertestimone dell’inchiesta sul «calcio nero». Wilson respinge ogni addebito, sostenendo di non voler pagare colpe che non gli appartengono. Lo scandalo spacca in due la tifoseria biancoceleste, tra chi crede a Montesi e chi lo considera ormai un traditore.

La gamba spezzata

Il 24 febbraio 1980, a diciotto minuti dal fischio d’inizio contro il Cagliari, un contrasto di gioco gli procura la rottura scomposta di tibia e perone. Guardando le radiografie, Montesi commenta con amarezza di essersi messo «in fuorigioco» da solo, negando di aver mai voluto recitare la parte del rivoluzionario: dice di aver sempre agito secondo coscienza, in un calcio che insegna a credere che conti solo il risultato.

Torna in campo, ma con fatica. La Lazio, intanto, retrocede in Serie B per decisione dei tribunali sportivi. Nelle stagioni 1980-81, 1981-82 e 1982-83 Montesi totalizza appena undici presenze complessive. Un secondo infortunio alla stessa gamba, questa volta contro la Sambenedettese all’Olimpico, chiude di fatto la sua carriera: in tutto, 42 presenze in Serie A — diciannove con la maglia biancoceleste — e 29 in Serie B.

La sparizione

Abbandonato da gran parte dell’ambiente che lo aveva conosciuto, coinvolto in episodi di cronaca mai del tutto chiariti, Montesi lascia il calcio e, poco dopo, lascia anche l’Italia. Secondo la ricostruzione che lo scrittore Guy Chiappaventi farà anni più tardi, nel periodo successivo all’addio al pallone il centrocampista avrebbe attraversato anche guai giudiziari, prima di far perdere ogni traccia di sé. Le forze dell’ordine lo rintracciano per qualche tempo, poi tutto tace di nuovo.

Per decenni il suo nome resta quasi un tabù negli ambienti laziali. Solo nel 2022 lo stesso Chiappaventi riporta la sua storia all’attenzione pubblica con il romanzo-verità La scomparsa del calciatore militante, tradotto poi anche in Spagna. Del calciatore che aveva provato a cambiare il sistema dall’interno, oggi resta soprattutto questo: un mistero mai risolto, e una storia che il calcio italiano ha preferito dimenticare.


Autore: Storie di Calcio