Nella redazione di corso Sempione, a Milano, scorrono sul banco di montaggio le immagini di Inter–Napoli. È il pomeriggio del 17 ottobre 1982, una domenica come tante altre, e Beppe Viola sta preparando il servizio per Domenica Sportiva. Ha 43 anni, quattro figlie, quasi certamente una sigaretta accesa. Mentre lavora viene colpito da un’emorragia cerebrale. Non si rialzerà più da quella sedia: se ne va a metà di un servizio, come se il destino avesse voluto rispettare fino in fondo la sua idea di mestiere, mai davvero concluso, sempre in corso.
La notizia corre in fretta tra i colleghi e tra gli amici di sempre, quelli dell’osteria, del Derby Club, del marciapiede di via Lomellina dove era cresciuto. Gianni Brera, sulle colonne de la Repubblica, scrive parole che restano tra le più citate su di lui: lo ricorda come un uomo dall’“humour naturale e beffardo”, capace di rubare alla vita più giorni di quanti gliene fossero dovuti. Gli mancavano pochi giorni al quarantatreesimo compleanno.
Via Lomellina
Prima di diventare Beppe per tutti, era Giuseppe Viola, nato a Milano, famiglia salernitana di Contursi Terme, classe 1939. Abita nella zona di via Lomellina, “una zona poco raccomandabile della raccomandatissima città di Milano”, come scriverà lui stesso anni dopo, con quella leggerezza che userà sempre per raccontare le cose serie. Comincia a scrivere di sport a metà degli anni Cinquanta, collaborando con l’agenzia Sportinformazione: pochi articoli, molta gavetta.
Nel 1961 entra in Rai. All’esame per diventare giornalista, davanti alla commissione presieduta da Enzo Biagi, gli viene chiesto se Amintore Fanfani, nello schieramento della Dc, stia a destra o a sinistra. Lui risponde, sornione: “Dipende dai giorni”. Alla domanda se fosse comunista, poco prima, aveva risposto con un sommesso no. Bastò.
Vent’anni a corso Sempione

In Rai Viola non fa una gran carriera nel senso tradizionale del termine: resta vent’anni nella sede di Milano senza promozioni clamorose, diventando comunque uno dei volti, e soprattutto delle voci, di Domenica Sportiva. Segue soprattutto il calcio, ma anche ippica, pugilato e automobilismo, con un linguaggio che in Rai nessuno usava: disincantato, ironico, lontano dalla retorica agonistica dei colleghi. Milanista dichiarato, non si fa scrupoli a bollare il Milan come “pietoso” quando gioca male, inimicandosi non di rado proprio la tifoseria rossonera.
Fu tra i primi, secondo diverse testimonianze, a intuire il potenziale della moviola televisiva, introdotta in Rai da Enzo Tortora a metà degli anni Sessanta: dopo un derby tra Milan e Inter particolarmente scialbo, mandò in onda le immagini di un derby di cinque anni prima, perché, disse, quello di quella domenica non valeva la pena di vederlo. Un gesto piccolo, ma che racconta bene il suo modo di intendere il mestiere: raccontare bene, anche a costo di prendersi gioco del presente.
La penna oltre il video

Viola non era solo un uomo di televisione. Tra gli anni Settanta e i primi Ottanta tiene una rubrica, Vite vere, per la rivista Linus diretta da Oreste Del Buono, alternando sketch tratti dal mestiere di cronista sportivo a racconti ambientati in una Milano popolare e un po’ clandestina, fatta di bar, ippodromi e “personaggi” da marciapiede, osservati per strada e poi trasformati in macchiette per i suoi pezzi. Da quella rubrica nascerà il libro Vite vere compresa la mia.
Nei suoi articoli anche i presidenti di club finiscono sotto la sua ironia bonaria: quello del Bologna che prometteva di far “tremare il mondo”, o il presidente dell’Avellino che davanti ai cronisti tagliava corto: “Non parlo. Sono sull’Avellino”. Della Juventus, che pure prendeva spesso di mira, diceva di essere “molto riconoscente”: raccontava, con la consueta autoironia, di essersi fatto illustrare da un medico le imprese bianconere proprio nei minuti in cui veniva, di fatto, sottoposto a una vasectomia.
L’Ufficio Facce e le canzoni con Jannacci

L’amicizia più importante della sua vita artistica è con Enzo Jannacci, conosciuto fin da bambino: le loro case, tra piazza Adigrat e via Lomellina, avevano il cortile in comune. Insieme scrivono alcune delle canzoni più note di Jannacci, da Vincenzina e la fabbrica, colonna sonora di Romanzo popolare di Mario Monicelli con Ugo Tognazzi e una giovanissima Ornella Muti, fino al disco Quelli che… del 1975: un lungo elenco di tipi umani diventato un piccolo trattato di antropologia italiana, che darà il nome a decine di modi di dire ancora oggi in uso.
Attorno a Jannacci e Viola nasce quello che tutti chiamano l'”Ufficio Facce”: un gruppo di giovani comici non ancora affermati, tra cui Cochi e Renato, Diego Abatantuono, Massimo Boldi e Teo Teocoli, che Viola contribuisce a lanciare scovandoli nei cabaret milanesi e scrivendo per loro sketch e canovacci. Un laboratorio informale che anticiperà di anni certa comicità televisiva italiana.
Un modo di raccontare che non è invecchiato
Di Beppe Viola oggi portano il nome un torneo di calcio giovanile, un premio di cultura sportiva, un documentario Rai firmato da Paolo Maggioni. I suoi libri, da Quelli che… a Vite vere compresa la mia, fino alla raccolta Sportivo sarà lei curata da Giorgio Terruzzi e Marco Pastonesi, continuano a essere ristampati. Ma più di ogni riconoscimento, a tenerlo vivo è quel modo di raccontare lo sport che, a più di quarant’anni di distanza, sembra ancora sorprendentemente moderno, lontano dalla retorica che pure amava prendere in giro.
Sua figlia Marina lo ha riassunto meglio di chiunque altro, scrivendo che da suo padre aveva imparato che “nella vita è importante sapersi prendere un po’ in giro e sdrammatizzare tutto con una battuta”. Lui, in fondo, lo sapeva già: nel suo curriculum si descriveva con poche parole che valgono un autoritratto, “quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo”. Da quella capacità di guardarsi dal di fuori, ridendo, nasceva tutto il resto.