Wembley 1953: il 6-3 che umiliò i maestri

Negli spogliatoi di Wembley, mentre le squadre si preparavano a scendere in campo, il capitano dell’Inghilterra Billy Wright si chinò a guardare le scarpe degli avversari. Erano leggere, basse sulla caviglia, tagliate quasi come pantofole: nulla a che vedere con gli scarponi pesanti in uso sui campi inglesi. Wright notò quelle calzature insolite e ne parlò, quasi divertito, con il compagno Stan Mortensen: gli sembravano scarpe non all’altezza di una gara così importante. Era il pomeriggio del 25 novembre 1953, e di lì a novanta minuti quella battuta avrebbe assunto il sapore amaro di un presagio.

L’Inghilterra arrivava a quell’appuntamento con la tranquillità di chi non aveva mai perso in casa contro una squadra del continente europeo. Il pubblico non aveva dubbi: oltre 100.000 spettatori si strinsero sugli spalti per vedere come la nazionale inventrice del calcio avrebbe gestito la pratica contro l’Ungheria, campione olimpica in carica ma considerata, dalla stampa locale, poco più di una curiosità esotica. Faceva freddo, e sulla città gravava quella foschia novembrina che a Londra sembra quasi di rito.

La prova della Fifa

Tre settimane prima, un segnale era già arrivato, ma quasi nessuno l’aveva raccolto. Per i novant’anni della federazione inglese, la Fifa aveva organizzato a Wembley un’amichevole tra l’Inghilterra e una selezione di stelle del continente, chiusa sul 4-4. Si distinsero lo juventino Giampiero Boniperti e l’esule ungherese Ladislav Kubala: l’onore, quella sera, fu salvato per il rotto della cuffia.

Il resto d’Europa aveva imparato a giocare un calcio diverso, e l’Inghilterra, chiusa nel proprio splendido isolamento tattico, non se n’era accorta. L’Ungheria arrivava da un percorso impressionante: oro olimpico nel 1952, e di lì a pochi mesi avrebbe chiuso una striscia di 33 risultati utili consecutivi, interrotta solo nella finale mondiale del 1954. Per questo, oltre al pubblico delle grandi occasioni, sulle tribune di Wembley sedeva anche un centinaio di giornalisti arrivati da tutta Europa: un numero enorme per l’epoca, segno che qualcosa di storico era nell’aria.

I primi minuti

Bastarono venticinque secondi di gioco perché Wright perdesse ogni riferimento su Nándor Hidegkuti, l’attaccante ungherese che si muoveva su una linea molto più arretrata del solito, quasi un trequartista travestito da centravanti. Fu lui a siglare lo 0-1, superando il portiere Gil Merrick con un tiro preciso dal limite dell’area.

Jackie Sewell pareggiò al 13′, riportando apparente equilibrio. Durò poco: al 20′ Hidegkuti firmò il secondo gol personale, riportando avanti l’Ungheria. La difesa inglese, abituata a marcare un centravanti fisso che restasse nei pressi dell’area avversaria, non sapeva più a chi badare: il centrale Harry Johnston restava isolato al limite della propria area, senza nessuno da contrastare, mentre il vero pericolo arrivava da dietro di lui.

Le meraviglie di Puskás

Al 24′ arrivò il gol più ricordato di quel pomeriggio. Zoltán Czibor servì Ferenc Puskás sulla destra, vicino al limite dell’area piccola. Wright si lanciò in scivolata per anticiparlo, ma Puskás tirò la palla indietro con la suola dello scarpino proprio mentre il difensore gli sfrecciava davanti a vuoto, per poi scaricare un sinistro imparabile nell’angolo basso. Il giorno dopo il Times avrebbe descritto quella scivolata a vuoto paragonando Wright a un’autopompa lanciata verso l’incendio sbagliato.

Fu l’1-3. Tre minuti più tardi Puskás segnò ancora, portando il tabellone sull’1-4. In meno di mezz’ora, l’Ungheria aveva ribaltato ogni previsione della vigilia, e i 100.000 di Wembley guardavano la scena quasi increduli.

Fino all’intervallo

Mortensen riaprì brevemente la contesa al 38′, fissando il risultato sul 2-4 all’intervallo. Fu l’unico momento in cui l’Inghilterra diede l’impressione di poter rientrare in partita, ma durò lo spazio di un gol.

I numeri, del resto, raccontavano già un’altra storia. Nell’arco dei novanta minuti l’Ungheria avrebbe concluso trentacinque volte verso la porta, contro appena cinque tentativi inglesi: un dominio territoriale che nemmeno un punteggio già pesante riusciva a rendere fino in fondo.

Il secondo tempo

Nei primi dieci minuti della ripresa si dissolse ogni residuo dubbio su chi stesse davvero comandando la partita. József Bozsik firmò il 2-5 al 50′, poi Hidegkuti completò la propria tripletta personale al 53′, portando il risultato sul 2-6. Nel finale, un rigore di Alf Ramsey fissò il tabellone sul 3-6 definitivo.

Più del risultato, a lasciare senza parole gli inglesi fu la prestazione di squadra dei magiari: lo scambio continuo di posizione tra le ali, le sovrapposizioni dei terzini, gli attaccanti che tornavano a recuperare palla a centrocampo. Elementi oggi scontati, rivoluzionari settant’anni fa.

Il giudizio della stampa inglese

Le cronache del giorno dopo furono concordi, e feroci nella loro onestà. «L’Inghilterra non ha giocato male», scrisse il Times, «ma per gli standard britannici». Il Guardian notò che Hidegkuti era stato visto «più volte all’interno della propria area», mentre lo stesso Times raccontò come il centravanti ungherese, giocando arretrato, avesse lasciato Johnston isolato e spaesato al limite dell’area inglese — riuscendo comunque a segnare tre reti.

L’Inghilterra si affidava da tempo al collaudato sistema WM; gli ungheresi avevano invece portato in campo un modulo diverso, ribattezzato MM, in cui i due esterni László Budai e Czibor salivano liberamente sulla fascia senza vincoli di ruolo. Gli inglesi lo scoprirono sulla propria pelle: i maestri danubiani giocavano un calcio totale vent’anni prima che il termine venisse coniato in Olanda.

Il nome di Jimmy Hogan

A versare sale sulla ferita inglese ci pensò, a fine gara, Sandor Barcs, presidente della federazione magiara: «Tutto ciò che sappiamo del calcio lo abbiamo imparato da un inglese, Jimmy Hogan». Anche il commissario tecnico Gusztáv Sebes, negli anni, avrebbe ripetuto di aver fatto giocare la propria squadra esattamente come Hogan gli aveva insegnato.

Jimmy Hogan, 71 anni, quel giorno era seduto in tribuna: aveva organizzato un pullman per accompagnare a Wembley i giovani che allenava all’Aston Villa. Nato nel Lancashire nel 1882, da calciatore modesto si era reinventato missionario del pallone, girando l’Austria di Hugo Meisl, l’Ungheria del MTK Budapest e la Germania a insegnare un calcio fatto di passaggi corti e movimento, in un’epoca in cui l’Inghilterra bastava a se stessa. Da quel pomeriggio fu considerato da molti un traditore: lo stesso Wright avrebbe ammesso, anni dopo, che c’era chi era pronto a definirlo proprio così. Quando qualcuno propose il suo nome per la panchina della Nazionale, gli fu risposto che era troppo vecchio.

La rivincita di Budapest

Ormai la storia era fatta, anche se il peggio doveva ancora venire. Nel maggio seguente l’Inghilterra fu invitata a Budapest per la rivincita: finì 7-1 per l’Ungheria, davanti a 92.000 spettatori, la peggiore sconfitta nella storia della nazionale che aveva inventato il calcio.

Lo stesso Wright, che di lì a pochi anni sarebbe diventato il primo calciatore della storia a raggiungere le cento presenze in Nazionale, restò per sempre legato a quel doppio naufragio. L’Ungheria di Puskás, detto il Maggiore Galoppante per il grado onorario legato alla squadra dell’esercito, l’Honvéd, avrebbe sfiorato la gloria assoluta l’anno seguente, perdendo a sorpresa la finale del Mondiale svizzero contro la Germania Ovest.

Il tabellino

23 novembre 1953 – Londra, Wembley Stadium
INGHILTERRA – UNGHERIA 3-6
Reti: 1′ Nándor Hidegkuti 0-1, 13′ Jackie Sewell 1-1, 20′ Nándor Hidegkuti 1-2, 24′ Ferenc Puskás 1-3, 27′ Ferenc Puskás 1-4, 38′ Stanley Mortensen 2-4, 50′ József Bozsik 2-5, 53′ Nándor Hidegkuti 2-6, 57′ Alf Ramsey 3-6
Inghilterra: Gil Merrick (Birmingham City) – Alf Ramsey (Tottenham Hotspur), Bill Eckersley (Blackburn Rovers) – Billy Wright (Wolverhampton Wanderers) (c), Harry Johnston (Blackpool), Jimmy Dickinson (Portsmouth) – Stanley Matthews (Blackpool), Ernie Taylor (Blackpool), Stan Mortensen (Blackpool), Jackie Sewell (Sheffield Wednesday), George Robb (Tottenham Hotspur). Allenatore: Walter Winterbottom
Ungheria: Gyula Grosics (Honvéd), Jeno Buzánszky (Dorog), Mihály Lantos (MTK Hungária FC), József Bozsik (Honvéd), Gyula Lóránt (Honvéd), József Zakariás (MTK Hungária FC), László Budai (Honvéd), Sándor Kocsis (Honvéd), Nándor Hidegkuti (MTK Hungária FC), Ferenc Puskás (Honvéd), Zoltán Czibor (Honvéd). Allenatore: Gusztáv Sebes
Arbitro: Leo Horn (Olanda)
Autore: Storie di Calcio