1947: Quel Toro tutto Azzurro

Domenica 11 maggio 1947, Torino. L’Italia batte l’Ungheria 3-2 e scende in campo con una formazione che, letta oggi, sembra un refuso: dieci degli undici azzurri giocano nel Torino. Non era mai successo prima e non è mai più successo dopo. Nessuna Nazionale azzurra si è mai identificata così totalmente con un solo club. Ci si era andati vicino: nel 1933, sempre contro l’Ungheria ma a Budapest, lo stesso commissario tecnico Vittorio Pozzo aveva mandato in campo nove juventini. Nel 1913 la Pro Vercelli aveva fornito nove uomini alla Nazionale. Nove sarebbero stati i bianconeri di Bearzot al Mondiale 1978, nove i viola della Fiorentina nel 1957, nove i nerazzurri dell’Inter nel 1966.

Dieci, però, mai. E quel primato inedito contribuì a dare fama continentale ai ragazzi di Ferruccio Novo, perché diceva una cosa semplice e clamorosa: in un Paese che deteneva da tredici anni il titolo di campione del mondo, c’era una squadra tanto superiore da poter essere, da sola, la Nazionale. È anche per questo che ancora oggi, all’estero, si ricorda la scomparsa del Grande Torino.

Ma come si arrivò a quel record? In buona parte per caso. E la storia merita di essere raccontata per intero.

La Nazionale col cuore granata

Alla ripresa dell’attività internazionale dopo la guerra, Pozzo si trova davanti a una squadra che domina il campionato italiano senza discussioni. La soluzione più naturale gli sembra ricostruire l’Italia attorno al blocco granata.

Comincia con calma: sette del Torino contro la Svizzera nel 1945, completati da Sentimenti IV, Parola, Biavati e Piola. Nel 1946, a Milano contro l’Austria, prova a bilanciare e ne manda in campo “soltanto” cinque, affiancati da cinque juventini e da Biavati del Bologna, l’inventore di quel passo doppio che decenni dopo sarebbe tornato di moda.

La stampa, però, critica lo scarso amalgama di quell’Italia. E allora nell’aprile del 1947, contro la Svizzera, Pozzo rompe gli indugi: nove del Torino più i soliti Sentimenti IV e Parola, e a casa Rava, Biavati e Piola. L’amalgama, stavolta, c’è eccome: gli elvetici vengono travolti 5-2, con tripletta del debuttante Menti II.

«Diciannove squadre offese»

Vincere non basta a placare le polemiche, che anzi cambiano natura: da tecniche diventano geopolitiche. Scrive il Guerin Sportivo: «Diciannove squadre che pure partecipano alla vita del campionato hanno il diritto di sentirsi offese da un’esclusione aprioristica». E aggiunge un argomento pratico che ha il suo peso: «La situazione diventa gravosa per il Torino, che lavora nella domenica in cui gli altri riposano».

Due settimane dopo arriva il match con l’Ungheria, a Torino: un test decisivo per capire quanto valga davvero questa Italia. L’equivoco resta tutto intero. Per Pozzo l’Italia è la squadra granata: ci saranno pure individualità migliori di qualche torinista, ma per il vecchio alpino conta il gruppo, non la somma dei nomi. Altri sostengono che, per valutare le risorse del calcio italiano, servirebbe una Nazionale a mosaico. Pozzo non sente ragioni: giocheranno i nove del Torino, più Sentimenti IV e Parola.

E qui, come si dice, il caso ci mette lo zampino.

Quell’aereo che non partì mai

Carlo Parola, mediano centrale della Juventus, viene convocato per sabato 10 maggio a Glasgow: unico italiano nel Resto del Continente che affronta la Gran Bretagna. È un onore enorme, ma anche un problema, perché in maglia azzurra Parola non ha mai giocato a Torino, e proprio a Torino, la domenica successiva, è in programma Italia-Ungheria.

Con Pozzo trova un accordo da exploit inedito: sabato Glasgow, domenica Torino. Parola parte per la Scozia insieme a Barassi, presidente della Federcalcio. Il piano prevede che il commissario tecnico li raggiunga il sabato con un aereo militare, un S-74 a sei posti noleggiato per 400 mila lire, assista alla partita e riporti subito il giocatore nel ritiro azzurro di Cuneo.

Pozzo, per la verità, tiene moltissimo a farsi vedere a Glasgow. La FIFA ha incaricato un gruppo di tecnici europei di costruire la formazione continentale e lui — che ha vinto due Mondiali e un’Olimpiade, e per giunta è poliglotta — non è stato né interpellato né invitato. Vuole ricordare a tutti chi è.

Il viaggio non si farà. La Francia nega all’aeronautica militare italiana l’autorizzazione a sorvolare il proprio territorio: una ritorsione, perché pochi mesi prima a un aereo transalpino atterrato d’emergenza in Basilicata era stato rifiutato il rifornimento. Parola gioca a Glasgow, perde 6-1 — sarà comunque premiato come migliore in campo — e resta ad aspettare invano un Pozzo che non arriverà mai.

Rimasto senza il suo centrosostegno, il commissario tecnico decide di far debuttare in azzurro un altro torinista: Mario Rigamonti, 24 anni. Il record è servito.

Italia-Ungheria, ovvero Torino-Ujpest

Ecco dunque l’Italia con dieci granata. L’unico estraneo è Sentimenti IV, il portiere juventino di Bomporto capace di parare e di tirare i rigori. Gli altri, in rigoroso ordine numerico: Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti II, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II.

Curiosamente, la partita è in pratica un Torino–Ujpest: anche l’Ungheria ricorre a un blocco, schierando nove giocatori della squadra campione nazionale. Uno dei due estranei è un ragazzo giovane e molto promettente dell’Honved: si chiama Puskas.

Bella, però, non lo è. Il “sistema” torinista, sposato da un Pozzo di vecchia maniera, arranca contro il “metodo” dei magiari, che mandano in crisi gli azzurri con l’applicazione sistematica del fuorigioco. E i granata-azzurri sembrano avere le gambe pesanti e il cervello annebbiato.

L’Italia va comunque avanti con Gabetto, lanciato da Mazzola: scarta il portiere Toth, trascina la palla in rete e finisce per sbattere la testa contro un palo. Nella ripresa pareggia Szusza, ma è ancora il “barone” granata a riportare avanti i suoi: fuga sulla destra di Castigliano, tiro sul palo, ribattuta di Gabetto, gol. Sei minuti più tardi Ballarin devia con una mano un pallone arrivato dal corner: rigore, e Puskas firma il 2-2.

Zona Cesarini, un’altra volta

Ci si avvia alla fine stancamente, la gente comincia già a sfollare. Poi: Mazzola per Castigliano, Castigliano per Loik, libero sulla destra. Tiro, la palla sbatte alla base del palo di sinistra, rimbalza su quello di destra ed entra. Minuto 89.

Gol in zona Cesarini, ed è qui che la storia diventa quasi letteraria. Quell’espressione era nata il 13 dicembre 1931, a Torino, in un’altra Italia-Ungheria, con la stessa sequenza di gol e una rete vincente all’89’ di Renato Cesarini, che portava il numero 8. Lo stesso numero di Loik, che alla fine piange di gioia mentre il pubblico impreca contro la brutta prestazione della Nazionale-Torino.

Il giorno dopo

I giornali non sono teneri con Pozzo. Il giudizio è netto: «Non bisogna insistere nel mettere il Torino in Nazionale, questo esperimento ha esaurito la sua funzione». E ancora: «Era stato preso il Torino perché squadra, ma sono mancati i collegamenti e la precisione: il risultato è frutto di prodezze individuali e non del collettivo».

Pozzo, che è anche giornalista, replica stizzito dalle colonne del Calcio Illustrato, riducendo tutto a una questione di condizione fisica: «L’undici azzurro è stato l’ombra di quello che era stato quindici giorni fa a Firenze. Squadra nervosa, imprecisa, incapace di giocare con calma e serenità». E chiude con una frase che, riletta oggi, fa uno strano effetto: «Parecchi fra gli uomini che la compongono si stanno avvicinando al limite delle loro possibilità fisiche».

Fino a Superga

Qualche concessione ai critici, però, Pozzo la farà. In novembre, contro l’Austria, convoca solo tre granata: l’Italia rimedia un memorabile 5-1. Un mese dopo, tolta la soddisfazione, ne richiama otto — tra loro il portiere debuttante Bacigalupo — e batte la Cecoslovacchia 3-1.

Il blocco granata continuerà a essere utilizzato anche dopo l’allontanamento di Pozzo, arrivato in seguito al 3-5 subito dalla Danimarca alle Olimpiadi di Londra del 1948.

Fino a Superga.


Autore: Storie di Calcio