Zola: Fratello bianco, non sei colpevole!

Il 5 luglio 1994, giorno del suo compleanno, Gianfranco Zola esordì ai Mondiali: bastarono dodici minuti perché quel sogno diventasse per lui una ferita indelebile.

Nell’unico istante di lucidità in mezzo alla tempesta di rabbia che lo travolse, Zola pensò proprio a Oliena. È un paese sparso tra le colline della Sardegna, il piccolo regno di un ragazzo diventato famoso, a casa sua, per la tranquillità, la semplicità e la generosità dei suoi modi. Zola non somiglia del tutto alla sua gente: non è scontroso, non è chiuso, della sua isola conserva solo quella timidezza tipica di una terra separata dal resto d’Italia, considerata troppo a lungo, e ingiustamente, una costola lontana dal corpo del paese. La sua presenza in quel Mondiale aveva riavvicinato la Sardegna all’Italia quanto, forse, la presenza nei ruoli dirigenziali di un altro campione che in quell’isola aveva conosciuto i suoi fasti, Gigi Riva, che alla vigilia del torneo lo aveva indicato tra le possibili sorprese azzurre.

A quel pensiero Zola riuscì ad aggrapparsi con uno sforzo enorme. Un minuto prima aveva conosciuto la più grande ingiustizia del suo Mondiale.

Il cartellino di Brizio Carter

Zola era arrivato a USA ’94 da separato in casa con le gerarchie. Arrigo Sacchi lo aveva convocato dopo che Roberto Mancini aveva rifiutato il ruolo di vice-Baggio, e nelle scelte del ct il fantasista del Parma, secondo marcatore della Serie A appena conclusa, partiva comunque dietro a Roberto Baggio e Beppe Signori.

Agli ottavi contro la Nigeria, al Foxboro Stadium di Boston, in un pomeriggio soffocante di caldo e umidità, l’Italia era sotto 1-0 dal 26′, gol di Amunike. Al 63′ Sacchi decise di gettare Zola nella mischia al posto di Signori. Fu una mossa quasi disperata, l’ultima carta prima di un’eliminazione che sembrava già scritta.

Dodici minuti dopo, al 75′, l’arbitro messicano Arturo Brizio Carter fermò il gioco per un contrasto tra Zola ed Eguavoen. Un fallo che in pochi, allo stadio come davanti alla televisione, riuscirono a individuare. Brizio infilò la mano nel taschino ed estrasse il cartellino rosso.

Zola non voleva crederci. «Quando l’arbitro ha fischiato, ho pensato: guarda questo che fa, fischia una punizione che non esiste. Quando ha messo la mano nel taschino, ho avuto paura: e ora che combina? Mi ammonisce? È incredibile. Quando ho visto il cartellino rosso non ci volevo credere: espulso? Io? E perché? No, no, non è vero, fermatelo, fermatelo».

Lo gridava più a se stesso che ai compagni che ormai lo circondavano e lo spingevano verso gli spogliatoi, mentre quell’insieme di nervi ferrosi stava per abbattersi sui cartelloni pubblicitari a forza di calci. Brizio Carter, il messicano già noto alle cronache italiane per aver insultato i giocatori dell’Under 21 in un’amichevole a Cancún, non avrebbe mai saputo quale dolore aveva provocato.

Un compleanno sciupato

Sorretto dal capodelegazione Raffaele Ranucci e da un uomo dell’ufficio stampa azzurro, Zola crollò in una crisi di nervi. Negli spogliatoi abbatté tutto ciò che trovò sulla sua strada, immaginando in ogni sedia e in ogni cartellone la faccia scorbutica dell’arbitro.

In campo, intanto, l’Italia in dieci uomini ritrovò l’anima. Baggio, rimasto per sfruttare la fantasia del suo nuovo compagno di reparto, si riscoprì bomber: pareggiò all’88’, poi firmò il gol partita al 102′ su rigore, nei tempi supplementari. La Nigeria crollò 2-1 e gli azzurri volarono ai quarti.

Italia: Marchegiani, Mussi, Benarrivo, Albertini, Paolo Maldini, Costacurta, Berti (Dino Baggio dal 46′), Donadoni, Massaro, Roberto Baggio, Signori (Zola dal 63′). Ct: Sacchi.

Quando i compagni rientrarono negli spogliatoi, quasi un’ora dopo l’espulsione, fecero festa intorno al piccolo sardo. Lo rincuorarono, lo ringraziarono: erano tutti convinti che proprio quell’ingiustizia avesse acceso la reazione della squadra. «È stata un’ingiustizia clamorosa», ripetevano ai cronisti. Ma dietro quella festa si nascondeva un altro pezzo dell’amarezza di Zola: quel giorno, 5 luglio, era il suo compleanno. Ventotto anni compiuti così, tra una festa grande e una festa sciupata.

Come avrebbe spiegato agli amici di Oliena quella delusione? Il giorno dopo, al campo della Pingry School, Zola raccontò con tristezza, ma forse anche con un po’ di sollievo, i momenti di quell’espulsione: «La rabbia che ti resta dentro è incredibile. Non avevo mai provato niente di simile. Lasciavo la Nazionale in dieci nel momento più difficile del nostro Mondiale. Vedevo gli occhi dei miei compagni iniettati di sangue, io ero l’uomo più fresco, potevo aiutarli, e invece mi hanno strappato via».

La sentenza della Fifa

Zola sperò per qualche giorno che i giudici della Fifa fossero clementi. Di norma un cartellino rosso vale due giornate di squalifica, ma quel rosso era semmai un motivo per una riduzione della pena, non certo per un aggravio.

Non andò così. La squalifica fu confermata: due partite, come da regolamento. In compenso Brizio Carter fu rispedito a casa e non arbitrò più fino alla fine del torneo. A Zola restò solo l’amarezza. «Non mi interessa, nessuno potrà mai più restituirmi il mio Mondiale», disse.

La giustizia ritrovata

Con quel silenzio che è uno dei rifugi più antichi della sua gente, Zola cominciò a tifare e a sperare da fuori. Bastava superare i quarti, entrare fra le prime quattro squadre del torneo, perché il suo nome comparisse comunque nel referto ufficiale consegnato alla Fifa per una delle due finali del Mondiale.

Quando l’Italia batté la Spagna ai quarti e si issò fra le migliori quattro del pianeta, in tribuna si vide un piccoletto saltare più in alto di tutti gli altri. Era Zola. Era l’uomo che dalla più grande ingiustizia era passato alla festa più grande. Quel giorno, senza che nessuno lo avesse scritto su nessun tabellone, si compiva finalmente il suo compleanno.


Autore: Storie di Calcio